Anche nel ricco Bahrain, soffia aria di rivoluzione

– Il Regno del Bahrain, piccola isola nel Golfo Persico, è uno degli Stati investiti dai venti rivoluzionari che stanno cambiando il volto della regione.

Fin dagli inizi di febbraio, un grande numero di Bahreiniti (specialmente di confessione Sciita, quella numericamente maggioritaria nel paese con il 70% della popolazione) si sono riversati per le strade delle città del Regno in maniera per lo più pacifica, chiedendo riforme per la democratizzazione del paese, il miglioramento dell’economia e la fine della discriminazione a favore della minoranza Sunnita; della quale fa parte anche la famiglia del reggente Hamad al-Khalifa che gode dell’accesso, quasi esclusivo, alle posizioni di potere e al gotha economico del paese.

Finora il Governo ed il Re, con l’aiuto diretto delle forze armate Saudite e degli altri membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo, hanno affogato le proteste nel sangue, concedendo ben poco ai manifestanti, se non un assegno di quasi 3000 dollari a famiglia. Le forti discriminazioni a carattere confessionale e la mancanza di tante libertà politiche, hanno fatto del Bahrein un candidato perfetto per “ospitare” lo stesso tipo di proteste che hanno infiammato (e si spera liberato, anche se è ancora troppo presto per dirlo) gli altri paesi arabi. Eppure fino all’estate scorsa il Bahrein sembrava essere sulla strada giusta per riformarsi.

Infatti, il Re Hamad aveva istituito una camera bassa del Parlamento, direttamente eletto a suffragio universale dal popolo, dove il gruppo parlamentare più numeroso (Al Wefaq) rappresenta effettivamente la maggioranza Sciita, nonostante i poteri di questo ramo del Parlamento siano ancora limitati. Specialmente di fronte a quelli del ramo superiore, che è nominato direttamente dal Re. Tutto questo è cambiato dopo l’inizio di una inchiesta pubblica Sunnita-Sciita per scoprire quanto territorio la famiglia reale effettivamente possegga direttamente. Ovviamente la risposta triste e prevedibile è stata, tanto.

Quest’inchiesta ha scatenato una reazione feroce del Governo che ha reso impossibile l’attività dell’opposizione politica,  rimasta però legale. La reazione repressiva del Governo ha poi gettato i semi delle rivolte odierne. Quello che, nonostante si potesse prevedere, preoccupa e lascia inquieti è che il Bahrein si sia trasformato nel campo di battaglia principale della nuova “guerra fredda” mediorientale che vede opposte le due potenze regionali: Iran e Arabia Saudita, e le loro maggioranze confessionali (gli Sciiti Iraniani contro i Sunniti Sauditi).

La sfiducia e la rivalità per il controllo della Regione tra Iraniani e Sauditi è antica, ma si è andata inasprendo dall’invasione dell’Iraq in poi, un periodo che ha visto l’ascesa dell’Iran soprattutto per due motivi. Da un lato l’invasione Anglo-Americana (appoggiata anche dal governo Berlusconi di allora) e la susseguente deposizione di Saddam Hussein, che come Tito era capace di gestire con la forza il vaso di Pandora etnico e confessionale che è l’Iraq, ha dato a Teheran la possibilità di inserirsi con grandissimo successo nei giochi di potere che decidono le sorti di Baghdad. Teheran è addirittura riuscita a fare eleggere un primo ministro, Nouri Al-Maliki, di confessione sciita che è vicino all’Iran e per questo fortemente osteggiato dal Re Saudita che, come ci rivela Wikileaks, “non si fida assolutamente di questo agente Iraniano”.

Dall’altro, l’evoluzione degli eventi in Libano che hanno visto il ritiro dei soldati di Damasco dal paese dei Cedri, dopo anni di “sostegno diretto” e l’affermazione di Hezbollah (partito Sciita vicinissimo all’Iran) come soggetto politico (e militare) dominante nel paese, hanno dato a Teheran la possibilità di contendere con successo alla Siria il ruolo di dominus locale. In Siria stessa, l’influenza di Teheran è cresciuta a dismisura sia in maniera diretta, in termini di importanza politica e militare (per la prima volta un mese fa la Marina Iraniana è stata ricevuta in un porto Siriano), che religiosa (chi vi scrive ha visto in prima persona i 4/5 pullman che arrivano giornalmente dall’Iran a Damasco alle 3 del mattino accompagnando fedeli per i servizi religiosi Sciiti) e sociale.

Tutto questo, in combinazione con la sempre presente minaccia nucleare, ha aumentato a dismisura l’influenza Iraniana sulla regione spaventando l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti, che in Bahrein hanno stazionata la quinta flotta. Da nessuna parte questo è oggi più evidente del Bahrein stesso, dove il Governo e i suoi partner del Consiglio di Cooperazione del Golfo (una organizzazione internazionale che ha per membri tutti gli stati della penisola araba, più il Bahrein) accusano Tehran di avere orchestrato, e stare dirigendo, le proteste che stanno investendo il piccolo paese. E queste accuse sono state il “casus belli” dietro l’invio di alcune migliaia (ufficialmente solo mille ma in realtà di più) soldati da parte di tutti gli stati del CCG in Bahrein, per aiutare il governo a reprimere le proteste.

Questo invio massiccio di militari e il conseguente aumento della repressione delle proteste con conseguenti violazioni dei diritti umani ed uccisioni, ha scatenato le proteste di moltissimi paesi e causato un vero capogiro diplomatico all’occidente, gli Stati Uniti in particolare.

Le cancellerie occidentali non sanno cosa fare. Sostenere chi protesta per maggiore libertà e democrazia in Bahrein rischierebbe di fare il gioco iraniano nella regione, e di scatenare proteste ed instabilità in Arabia Saudita. Questo causerebbe un innalzamento drammatico del prezzo del petrolio che potrebbe letteralmente bloccare tutta l’economia mondiale (le stime vanno dai 200 ai 300 dollari al barile contro l’odierno centinaio). Inoltre, sostenere i protestanti, vorrebbe dire per gli Stati Uniti rischiare lo “sfratto” della quinta flotta dal Bahrein e la fine della lunga alleanza militare con i Sauditi, lasciando così gli Stati Uniti senza capacità di proiezione militare nella regione che fa da contraltare alla potenza militare Iraniana.

D’altro canto continuare ad aiutare il regime del Bahrein e quello Saudita (oltre a quello Yemenita del Presidente Ali Abdullah Saleh) a reprimere le rivolte delle loro popolazioni nel sangue, pone altri dilemmi. Diminuisce la legittimità dell’intervento militare in Libia e dà la possibilità a dei regimi non esattamente liberali, come la Cina, il Venezuela e l’Iran stesso, di accusare l’occidente di usare due pesi e due misure per ciò che riguarda le rivoluzioni arabe. Questo calo di legittimità si può tradurre in una maggiore mancanza di fiducia che può portare le popolazioni locali, a partire da quella egiziane e tunisine, a votare per partiti come la fratellanza mussulmana che fanno dell’indipendenza totale (o opposizione a seconda della semantica che vogliamo usare) dall’occidente uno dei loro punti forti.

Ad oggi prevedere cosa succederà è difficile, ma certamente l’end game a Manama (la capitale del Bahrein) cambierà ancora una volta gli equilibri di potere regionali.


Autore: Edoardo Troina

Catanese, 23 anni. Laureato alla Royal Holloway University of London, in Politica e Relazioni Internazionali. Dopo varie esperienze di lavoro presso il Parlamento inglese, la Commissione e il Parlamento Europei è, attualmente, presso la Beijing International Studies University a Pechino dove studia cinese mandarino come vincitore di una borsa di studio del Governo Cinese.

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