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Quella Thyssen è una sentenza ‘esemplare’. Troppo

– Una volta tanto una sentenza di un tribunale ha messo d’accordo tutti: maggioranza e opposizioni, Sindaco di Torino targato PD e Presidente della Regione Piemonte leghista, Ministro del Welfare e sindacati (autonomi quanto confederali), carta stampata e televisioni di ogni colore. Tutti hanno applaudito la storica sentenza “destinata a fare giurisprudenza” che, per la prima volta, riconosce il titolo di omicidio volontario (seppure per il solo amministratore delegato Espenhahn) in un processo per morti sul lavoro. Ha dichiarato il Procuratore Aggiunto di Torino Raffaele Guariniello:

C’è un messaggio dai riverberi importanti dietro le condanne esemplari inflitte alla Thyssen ed è indirizzato a tutti gli uomini d’azienda, dirigenti e consiglieri di amministrazione: questa sentenza può scuotere e cambiare le coscienze degli imprenditori.

Provate a digitare su Google le parole “Thyssen” ed “esemplare”: troverete migliaia di voci correlate, segno evidente del fatto che l’aggettivo “esemplare” è la vera cifra della sentenza della Corte di Assise di Torino. Anche Gad Lerner, nel suo celebre “blog del bastardo”, titola “una sentenza esemplare” l’articolo di ringraziamento per il lavoro della Magistratura torinese.

Il termine “esemplare”, tuttavia, non può essere utilizzato con tanta disinvoltura, specie se abbinato a quello di “sentenza” ovvero a quello di “pena”. Qualcuno dovrà pur ricordare che la pena “esemplare” è incompatibile col regime democratico-liberale. Anzi, a ben guardare, l’esistenza (o, peggio, la teorizzazione) della pena “esemplare” costituisce una delle cartine di tornasole del carattere autoritario di uno Stato.

Nella tradizione illuminista, quella a cui apparteneva Cesare Beccaria per intenderci, la pena non può mai essere “esemplare” ma deve essere “giusta”, vale a dire commisurata, al termine di un regolare processo, alla gravità del singolo fatto commesso. Se, al contrario, si commina una pena “esemplare”, si pone l’accento sul mutamento dei comportamenti degli altri consociati, strumentalizzando il singolo imputato alle esigenze di prevenzione generale.

Ciò è lecito, ovviamente. Ma bisogna dire chiaramente che si è fuori dalla tradizione democratica e liberale cui si ispira la nostra Carta Costituzionale che non consente simili strumentalizzazioni degli individui. Nemmeno dei peggiori delinquenti. Se così è, il coro di commenti che ha seguito la lettura del dispositivo della sentenza dovrebbe indurre un minimo di riflessione in chi ha cari i principi fondamentali del sistema penale. Così come occorrerebbe chiedersi se il sistema della comunicazione non abbia assegnato un valore simbolico improprio alla vicenda processuale Thyssen.

Se si legge il commento di Luciano Gallino su Repubblica del 16 aprile, qualche dubbio è legittimo. Secondo Gallino

negli ultimi decenni il mondo del lavoro ha pagato un prezzo elevatissimo in termini di compressione dei salari, peggioramento delle condizioni di lavoro, erosione dei diritti sociali, oltre che di vittime di incidenti e malattie professionali. Questa sentenza, che arriva una volta, ma può essere una volta determinante, afferma che tutto ciò non è giusto.

E’ il punto di vista di un sociologo e non di un giurista, certo. Tuttavia, non si può non rilevare come Gallino (e non solo lui), così argomentando, assegni indirettamente al sistema processual-penale il compito ed la funzione di reprimere fenomeni e non di giudicare la sussistenza dei reati e le responsabilità degli individui; una funzione questa che, strutturalmente, il sistema giudiziario non è in grado di assolvere.

Ancora una volta assistiamo, dunque, al perpetrarsi di quel meccanismo tipicamente italiano di delega impropria che trasferisce al processo penale il compito di risolvere i problemi e le contraddizioni che lo Stato, con gli strumenti ordinari, stenta ad affrontare.

Il ragionamento diventa semplice quanto suggestivo: il fenomeno degli infortuni è (e lo è davvero) di eccezionale diffusione e gravità, dunque si impongono misure eccezionali e, quindi, ben vengano le sentenze esemplari in quanto necessarie a determinare un cambiamento nei costumi.

Dobbiamo, tuttavia, chiederci se, per imboccare questa suggestiva quanto rischiosa via giudiziario-emergenzialista, siamo disposti a sacrificare i principi fondamentali di civiltà giuridica. Non dovrebbe essere soltanto il concetto di “pena esemplare” a preoccupare le coscienze democratiche perché anche l’estensione del concetto di “dolo eventuale” non può non far riflettere.

Certo, occorrerebbe leggere le motivazioni della sentenza (non ancora depositata) per poter esprimere giudizi definitivi.
Tuttavia, sin d’ora, pare possibile affermare che il carattere “storico” della sentenza della Corte di Assise di Torino sia derivato dal fatto che, per la prima volta nella storia giudiziaria italiana, si è giunti ad una condanna per omicidio volontario in un caso di incidente sul lavoro.

La gravità del caso e la commozione che ha suscitato possono determinare il mutamento del significato delle parole?
L’art. 43 del codice penale recita che il delitto è doloso o “secondo intenzione” quando l’evento dannoso o pericoloso, che è il risultato dell’azione o dell’omissione da cui la legge fa dipendere l’esistenza del delitto, è dall’agente preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione; al contrario, il delitto è colposo o “contro l’intenzione”, quando l’evento, anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica a causa della negligenza o imprudenza o imperizia, ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline.

Il codice, peraltro, già prevede un aggravamento di pena, nell’ambito dell’omicidio colposo (art.589 comma 3 c.p.), per la morte che derivi dalla violazione delle norme per la prevenzione dagli infortuni sul lavoro. E’ davvero necessario far rientrare nel concetto di intenzionalità quello, logicamente diverso, di grave o anche gravissima inadempienza? Quanto peserà, in futuro, un simile precedente?

Il fatto che tale estensione sia stata utilizzata in un caso dove è impossibile non identificarsi in chi, prima di perdere la vita, ha davvero visto l’inferno non può fuorviare il dibattito sui principi del diritto. Anche perché – e qui un barlume di dubbio dovrebbe insinuarsi in chi ha a cuore la tutela degli interessi delle fasce deboli – la prossima volta quella stessa estensione potrebbe essere riversata contro un poveraccio.


Autore: Claudio Bragaglia

40 anni, avvocato penalista, vive e lavora a Torino.

10 Responses to “Quella Thyssen è una sentenza ‘esemplare’. Troppo”

  1. Michele Dubini scrive:

    Io non ho letto la sentenza e il caso l’ho seguito superficialmente, ma non sono così sicuro che la sentenza sia “ingiusta” (non lo dico, ma lo dice anche Alias su Chicago Blog). D’altronde il dolo eventuale confina con la colpa cosciente; la differenza che passa tra il lanciare un sasso dal cavalcavia e l’investire un ragazzo passando con il rosso, per intenderci.

    Se il datore di lavoro ha VOLUTAMENTE E SCIENTEMENTE notato alcuni problemi e li ha ignoranti più e più volte (la cosìdetta teoria dottrinale dei “segnali d’allarme”) ben conscio dei pericoli possibili, il dolo cosciente non è affatto inverosimile. Attendo il deposito della sentenza sul caso, comunque. Sul discorso dell’esemplarità, sono perfettamente d’accordo con l’autore (espressione infelice che, voglio sperare, sia stata usata in senso “lato” da chi l’ha pronunciata).

  2. creonte scrive:

    non mi riferisco minimamenete al caso specifico, che in effetti ga una certa portata concettuale.

    però, in merito all’uso del tribunale, reputo che sia un metodo fondamentale per il ricambio e il miglioramento della classe dirigente delle grandi società, ove la semplice finanza non può facilmente arrivare.

  3. Andrea B. scrive:

    Ricordando due esempi, sentiti da un insigne giurista, che servivano a meglio definire i concetti di dolo eventuale e colpa cosciente nel caso do omicidio, il primo sussisterebbe quando, ad esempio, per colpire un tuo nemico che si è nascosto tra la folla tu ugualmente tiri una raffica di mitra ed uccidi anche altre persone: il secondo sussiste quando tu sei a conoscenza che la tua automobile ha dei problemi ai freni, la prendi ugualmente ed investi qualcuno uccidendolo.

    La Corte di Cassazione ad esempio ha sottolineato “(Cass., Sez. IV, 10.10.1996, n. 11024) come “il dato differenziale tra dolo eventuale e colpa cosciente va rinvenuto nella previsione dell’evento. Questa, nel dolo eventuale, si propone non come incerta ma come concretamente possibile e l’agente nella volizione dell’azione ne accetta il rischio, cosi che la volontà investe anche l’evento rappresentato. Nella colpa cosciente la verificabilità dell’evento rimane un’ipotesi astratta, che nella coscienza dell’autore non viene concepita come concretamente realizzabile e, pertanto, non è in alcun modo voluta”.
    Ed ancora: “la linea di demarcazione tra dolo eventuale e colpa con previsione è individuata nel diverso atteggiamento psicologico dell’agente che, nel primo caso, accetta il rischio che si realizzi un evento diverso non direttamente voluto, mentre nella seconda ipotesi, nonostante l’identità di prospettazione, respinge il rischio, confidando nella propria capacità di controllare l’azione”

    Ora, non so se il dolo eventuale, come sopra tracciato, sia applicabile anche al caso Thyssen … il giudice ha espresso la sua decisione secondo il suo libero convincimento e ne dobbiamo prendere atto.
    Per certo, fino ad oggi, sembrebbe che il dolo eventuale non sia mai stato applicato – ad esempio – ad alcun automobilista che abbia ammazzato qualcuno, per quanto questi avesse superato i limiti di velocità e fosse stato ubriaco e drogato … ed ogni sentenza che condannava questi guidatori solo per omicidio colposo era accompagnata da un coro di proteste e dalla richiesta di inasprire la legge.

    Credo che anche questo situazione non faccia differenza: se la questione è così sentita da tutte le parti in causa, un intervento legislativo è necessario.
    Anche solo per evitare che la giustizia che chiedono queste ed altri morti sul lavoro, non debba di volta in volta dipendere oggi da una corte che vuole (magari sull’ onda dell’ emotività o del clamore mediatico) “fare la storia” con una sentenza esemplare, domani magari propendere per tesi più indulgenti per gli imputati.

    Giova ricordare, a tal senso, che le precedenti sentenze “pesano”, ma nel nostro ordinamento un giudice non è affatto tenuto a seguire obbligatoriamente un certo orientamento derivante da una, ancorchè consolidata giurisprudenza.
    Ed anche per il caso Thyssen ci sono ci sono ancora due gradi di giudizio…

  4. filipporiccio scrive:

    Mi sembra molto difficile definire “omicidio volontario” quello che è accaduto alla Thyssen. Vedremo cosa succederà in appello…

  5. Michele Dubini scrive:

    No, un attimo…se prendi il mitra e spari a un tuo nemico nella folla è dolo diretto, non eventuale. Accetti l’evento X per raggiungere l’effetto Y, è una cosa completamente diversa.

    Nel caso di guida, il guidatore che passa con il rosso non immagina la prevedibilità del pericolo (è più corretto che dire “evento”, a dirla tutta) e lo ritiene ininfluente, in relazione a elementi di fatto. Nel dolo eventuale il discorso cambia; il reo SA di avere una condotta antigiuridica e si immagina BENISSIMO il pericolo che potrebbe causare. Solo, è disposto a correre il rischio. In ambito lavorativo, vige la teoria dei “segnali d’allarme” ovvero il datore di lavoro che SCIENTEMENTE non da ascolto a segnali inequivocabili di malasicurezza(gli operai gli dicono che è necessaria una manuntenzione e lui fa finta di niente) ben conscio dei pericoli possibili.

    Io non so se sia applicabile al caso concreto, perché non l’ho seguito. Ma non è affatto difficile o inverosimile applicare un simile schema a un “caso del genere”.

  6. Quindi se io guidassi un Tir contromano sull’autostrada e provocassi un incidente con una dozzina di morti sarebbe omicidio coloposo o doloso? Si potrebbe argomentare che io non prevedessi o volessi ammazzare nessuno, ma che stessi sperimentando una nuova forma di divertimento (vietata dalle leggi).

    Tuttavia nelle mie “intenzioni” io non volevo fare del male a chicchessia e tantomeno ammazzare dei poveri automobilisti che per loro sfortuna si trovavano sulla mia traiettoria. Del resto se si fossero scansati in tempo non sarebbe successo nulla. Giusto?

    E soprattutto nessuna sentenza “esemplare” in un caso del genere altrimenti si urta la suscettibilita’ liberale dei novelli Beccaria (che di sentenze esemplari non mi risulti abbia mai scritto).

  7. Michele Dubini scrive:

    E’ un dolo eventuale. Perché si è consci dell’entità di rischio causata con una manovra del genere e della sua insità pericolosità per gli altri. Ma lo si fa comunque, accettando comunque questo rischio (che è riconoscibile e immediato nel reo). Anche lanciare sassi dal cavalcavia contro le macchine sottostanti (per divertimento) è stato diverse volte indicato come un caso tipico di “dolo eventuale”.

  8. Andrea B. scrive:

    Allora … qui non si tratta di urtare o meno le sensibilità di novelli Beccaria od altre amenità.
    Diciamo che, per quanto mi riguarda, diffido da una giustizia fatta da “sentenze esemplari”, perchè poi spesso vengono seguite da “clamorosi ribaltamenti” in appello ed in Cassazione.
    Ribadisco che, da un punto di vista giurisprudenziale, questa sentenza è storica e tra gli addetti ai lavori sta già suscitando, in attesa delle motivazioni, accese discussioni, che per il momento rimangono sottotraccia, in quanto potrebbero essere avvertite come impopolari ( c’è il rischio che chi ha dei dubbi venga considerato un “servo dei padroni” ) ed anche perchè contengono un alto grado di tecnicismo giuridico, che le fa rimanere confinate nell’ ambito degli addetti ai lavori.
    Del resto, se l’ oggetto del contendere fosse chiaro ed indiscusso, questa sentenza non sarebbe la prima, no ?

    Ma personalmente, il punto fondamentale è che se qualcuno pensa che, da domani, tutte le sentenze in materia prendano la strada della “sentenza Thyssen”, si sbaglia e di grosso.
    Per senso di giustizia questa materia andrebbe invece, come ho scritto prima, regolata per legge, in modo da dare una indicazione più chiara di quelle che sono le responsabilità dei datori di lavoro, in modo da sottrarle, nella malaugurata ipotesi di un processo, ad interpretazioni che rischiano, seriamente, di essere di volta in volta differenti.
    E per la diversità che corre tra condannare una persona per omicidio colposo o per omicidio volontario penso che la materia debba essere sistemata.
    Vogliamo che i morti sul lavoro siamo considerati omidicio volontario da parte del “padrone” ?
    Bene, allora scriviamolo nero su bianco sulla Gazzetta Ufficiale invece che lasciarlo ai ragionamenti ed alle sentenze, più o meno controverse e storiche, di una corte piuttosto che di un’altra.
    Sia chiaro che non sto parlando del processo di Torino ma in generale: problematiche di tale portata sono da affrontare e risolvere in base a freddi ragionamenti giuridici, sanciti poi dal voto parlamentare e non prese con la “folla” che rumoreggia davanti alle finestre di un Palazzo di Giustizia, in attesa della sentenza esemplare.

  9. Claudio Bragaglia scrive:

    Anzitutto, grazie a tutti per i vostri interventi.
    Alcune precisazioni:la differenza tra dolo eventuale e colpa con previsione è sottile, sottilissima.
    Comprendo come siano perfettamente ammissibili opinioni discordanti sul tema.
    Rilevo, tuttavia, come la colpa con previsione sia normativamente prevista mentre, al contrario, il dolo eventuale derivi da interpretazioni giurisprudenziali.
    In un sistema basato sulla norma scritta e non di common law, la lettera della legge qualcosa vorrà pur dire.
    In materia di incidenti sul lavoro, poi, l’art. 589 comma 3 prevede espressamente aggravamenti di pena per incidenti derivanti dal mancato rispetto di norme a tutela della sicurezza dei lavoratori.
    Rilevo come il 589 comma 3 sia aggravante dell’omicidio colposo, non di quello doloso.
    Eppure, mi pare difficile ipotizzare il caso di mancato rispetto di norma antinfortunistica non accompagnata dall’accettazione del rischio di verificazione dell’evento.
    In altro ambito, anche chi viaggia a 51 km/h contro un limite di 50, accetta il rischio di non frenare in tempo per evitare l’ostacolo.
    Se ne deriva la morte di qualcuno, nessuno pensa di qualificare quell’omicidio come doloso (con le conseguenze che ne derivano quoad poenam).
    So bene che il caso in questione è diverso, ma la mia paura è che se si accetta il criterio della “accettazione del rischio” come un feticcio, un domani potranno dilatarsi a dismisura le contestazioni a titolo doloso.
    Per questo, come tecnici del diritto, mi è sembrato doveroso dire che tutti dovremmo riflettere.
    Anche sul criterio dell’accettazione del rischio come criterio discretivo.

  10. lodovico scrive:

    non mi piacciono le sentenze esemplari, preferisco quelle giuste e non mi convince quasi mai la pubblica accusa che, con la scusa della obligatorietà, allarga l’inchiesta in maniera abnorme nella sua sete di giustizia. di seguito un articolo di gabriele capolino sul caso parmalat:

    18/04/2011 – Ore: 19.29
    Parmalat, il magro bottino della procura milanese
    Di Gabriele Capolino

    Il processo Parmalat poteva essere finito da tempo, con i reali colpevoli già condannati in via definitiva. Arrestati nel dicembre del 2002, Calisto Tanzi, Fausto Tonna e gli altri imputati di 20 anni di bilanci falsi avevano confessato immediatamente, era bastata qualche ora di gattabuia e la lingua si era sciolta. E le prime versioni di Tanzi e Tonna, quelle a caldo quindi le più veritiere, erano unicamente tese a scaricare ognuno sull’altro le colpe dell’accaduto. Ce ne era a sufficienza, per chi avesse voluto dare un segnale forte ai mercati e ai risparmiatori. Processo per direttissima (flagranza di reato e confessione dell’imputato) e condanna esemplare. I magistrati della procura di Milano sono invece caduti nella trappola dei legali (o forse traditi dalla loro ambizione), e hanno via via allargato, istigati a farlo dalle nuove versioni dei due malfattori, il cerchio delle indagini, fino a colpire tante e tali di quelle istituzioni da rendere di fatto ingolfate le inchieste, sia quella di Milano (aggiotaggio), sia quella più importante di Parma (bancarotta, falso in bilancio e false comunicazioni).

    La procura milanese ha tentato invano finora di far condannare le banche estere e i loro funzionari per aggiotaggio, e per due volte il tribunale ha detto no, con una motivazione pesantissima, il fatto non sussiste. L’unico condannato è stato appunto Tanzi, oltre a due ex dirigenti storici del gruppo. Il tribunale di Parma a sua volta ha condannato Tanzi a 18 anni per bancarotta, ma il rischio che tutto vada in prescrizione prima del terzo grado di giudizio è elevato.
    Di chi la colpa? Quando si allargano le indagini al gotha delle banche italiane e mondiali, quando si intende tornare nel tempo di 15-20 anni di gestione, coinvolgendo centinaia di testimoni, avvalendosi di consulenti che spesso si dimostrano inadeguati, poi non ci si può lamentare dello scarso tempo a disposizione. Nove anni dopo, la procura di Milano può vantare la condanna di Tanzi, Tonna, Silingardi, Bonici e di quelli che avevano preferito patteggiare. Un po’ poco. fine. Mi chiedo nel caso fosse stata provata una forma di aggiottaggio da parte delle banche Tanzi e soci erano meno colpevoli?

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