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Niente di dirompente nella sentenza della Cassazione sull’accanimento terapeutico

No all’accanimento terapeutico sui malati terminali”: questo sembra essere l’orientamento adottato dalla Corte di Cassazione nella sua ultima (già ritenuta storica) sentenza.

Ma è realmente questo il tenore della decisione? La tensione emotiva che caratterizza queste difficili tematiche non potrebbe aver distratto i cronisti, indirizzandoli verso facili e magari erronee interpretazioni?

Riassumiamo brevemente i fatti: Roma, una donna di 44 anni, affetta da tumore (presumibilmente al pancreas) con metastasi diffuse in tutto il corpo, cui le aspettative di vita vengono approssimate a 6 mesi, acconsente (liberamente; nella piena consapevolezza della sua difficile condizione clinica) ad un intervento in extremis, la cui difficile ma possibile riuscita potrebbe prolungare la sua sopravvivenza fino a 3 anni.

Purtroppo le cose volgono al peggio, la donna muore per un’emorragia interna: il chirurgo e la sua equipe vengono condannati in primo grado per omicidio colposo.

La Corte d’Appello conferma la sentenza; proposto ricorso per Cassazione, la Suprema Corte, ai sensi dell’art. 129 c.p.p., annulla senza rinvio la sentenza impugnata per essere il reato estinto per prescrizione: gli imputati non sono punibili penalmente, salvo l’eventuale responsabilità risarcitoria in sede civile.

In altre parole, senza esprimersi esplicitamente sulle complesse problematiche che caratterizzano il caso di specie; senza formulare linee interpretative relativamente al concetto di “accanimento terapeutico”; avendo rilevato una causa di annullamento per motivi di rito, legittimamente la Suprema Corte cassa la sentenza, ritenendo “non acquisita la prova evidente dell’innocenza degli imputati”.

Per coerenza divulgativa, è doveroso segnalare che il lungo iter processuale, sopra sintetizzato, presenta diversi aspetti problematici (ad esempio in tema di oneri probatori; nesso di causalità tra fatto e danno etc.) che in questa sede sarebbe inopportuno approfondire.

Interessa, invece, analizzare la portata e i limiti che regolano l’equilibrio tra il principio del consenso informato ed il principio dell’accanimento terapeutico, e le relative conseguenze inerenti il rapporto medico-paziente, cosiddetto alleanza terapeutica.

Abbiamo già scritto su Libertiamo.it di consenso informato (artt. 33-35 Codice di Deontologia Medica – C.D.M.), principio che si sostanzia nel dovere del medico e nel diritto del paziente di essere informato esaurientemente riguardo la propria condizione clinica, le possibilità di successo, le eventuali conseguenze positive e negative di un determinato trattamento medico, al fine di poter decidere consapevolmente e coerentemente alle proprie convinzioni etico-morali se acconsentire o meno alle cure proposte.

Ai sensi dell’art. 16 del C.D.M., per accanimento terapeutico si intende “l’ostinata prosecuzione in trattamenti da cui non si possa fondatamente attendere un beneficio per la salute del malato e/o un miglioramento della qualità della vita”; ed è lo stesso Codice che impone al medico di “astenersi” dal tenere tale condotta.

Il sistema così articolato presenta, da un lato, la libera autodeterminazione del paziente; dall’altro, il divieto di praticare inutili cure (e magari sofferenze) al malato; in chiusura, l’art. 34 C.D.M. dispone che il medico “deve attenersi alle volontà di curarsi, espresse dal cittadino”.

Alla luce di quanto esposto, non è legittimo ritenere che la possibilità (anche se incerta e di difficile realizzazione) di veder allungate le proprie speranze di sopravvivenza da 6 mesi a 3 anni sia un “beneficio per la salute”? Non è altrettanto legittimo che un paziente, consapevolmente informato della propria situazione clinica e delle esigue speranze di successo, preferisca tentare un intervento chirurgico “disperato” piuttosto che attendere l’inesorabile trascorrere del tempo? Non è sempre legittimo che il medico si adoperi al meglio delle proprie capacità per operare il malato che abbia “espresso il desiderio” di essere curato?

A questi delicati interrogativi (cui ciascuno può rispondere seguendo diverse sensibilità) la Corte di Cassazione non ha risposto, ha accertato solamente, nel caso di specie, che dagli atti processuali risultano l’imperizia e la mancata diligenza dell’equipe medica, colpevole del decesso della paziente.

Non viene stabilito alcun principio di diritto che stabilisce la responsabilità oggettiva del medico che opera un paziente in fase terminale.

Sarebbe, in effetti, assurdo ridurre l’infinita casistica rilevabile in ambito medico-scientifico ad una “singola formula normativa”.

Riteniamo, infatti, che la colpevolezza del medico, nell’esecuzione di un intervento non riuscito, non possa essere presunta da alcun orientamento giurisprudenziale o da qualsiasi atto legislativo, ma debba essere accertata e provata caso per caso, valutando le peculiarità e le caratteristiche intrinseche di ogni situazione oggetto di analisi.

Vero è che il C.D.M. medico prevede che “il medico deve astenersi dall’ostinazione in trattamenti” di accanimento terapeutico, ma sembra opportuno interpretare il disposto quale “astensione” da decisioni e/o comportamenti volontari e autonomi del medico nel perseverare con forme ritenute di accanimento terapeutico, e non quale “astensione” dal recepire i desideri del paziente, poiché il già citato art. 34 del C.D.M. impone al medico il dovere di  “attenersi alla volontà di curarsi della persona”.

In conclusione, è opportuno ridimensionare l’eco mediatica e i contenuti della sentenza analizzata, chiarendo che la Suprema Corte non ha introdotto o reinterpretato alcun principio di diritto, ha invece ribadito che l’attuale assetto normativo fornisce al giudice i necessari strumenti per orientare le proprie decisioni: l’autonomia individuale e informata del paziente; l’analisi della condotta professionale del medico; l’inesistenza di differenti criteri valutativi dipendenti dalle condizioni cliniche del malato.


Autore: Francesco Scordo

Nato a Roma nel 1988, è un Ex-Allievo della Scuola Militare Nunziatella, oggi studente presso la facoltà di Giurisprudenza dell' Università Roma 3.

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