di PIERCAMILLO FALASCA – Il Dipartimento delle Finanze del Ministero dell`Economia stima un calo delle entrate del canone Rai per il 2010 del 37 per cento, mentre i vertici di Viale Mazzini smentiscono e spargono ottimismo. Basterebbe questo “giallo” – che speriamo qualcuno chiarisca presto – a rendere l’idea di quanto caotica sia la condizione in cui verte la tv pubblica. La scarsa trasparenza dei conti, d’altronde, fa da contorno ad un passivo in aumento e ad un futuro privo di prospettive credibili: una situazione che richiama alla mente il penoso declino che condusse la vecchia Alitalia di Stato sul baratro.

Non è da escludere che una diminuzione delle entrate del canone televisivo sia stata causata dalla crisi economica, con molte famiglie costrette a tirare la cinghia rispetto al passato. Tecnicamente, il canone non è l’abbonamento alla Rai, ma un’imposta sulla detenzione di “apparecchi atti od adattabili alla ricezione di radioaudizioni” (indipendente dalla reale fruizione o dalla volontà di fruire del servizio), le cui entrate sono poi devolute dal bilancio statale alla Rai. E’ passato molto tempo da quando la Rai era “la” tv e, complice la stessa comunicazione dell’azienda, gli italiani hanno preso a considerare il canone non un’imposta sul possesso di un televisore o di uno schermo da pc, ma un vero e proprio abbonamento ad un servizio – i programmi della Rai, appunto – di cui non sono sempre soddisfatti. Anche perché il canone non copre solo i contenuti ascrivibili direttamente al “servizio pubblico” (ammesso che questo sia davvero identificabile o che il TG1 di Minzolini sia più servizio pubblico di Sky Tg24), ma molte spese di gestione della baracca.

L’ipotesi prospettata dal Governo – l’inserimento del canone nella bolletta elettrica – non risolverà magicamente i guasti di Viale Mazzini. Non mancano profili d’illegittimità: l’energia elettrica può diventare il presupposto per un’imposta di possesso di un apparecchio televisivo?

La proposta rischia di cristallizzare un’asimmetria nel mercato televisivo che proprio la crisi della Rai dovrebbe indurre a superare. Parliamo delle regole sulla pubblicità, del tetto alla raccolta imposto all’azienda televisiva pubblica. Nonostante Rai e Mediaset detengano ognuna circa il 40 per cento degli ascolti, i ricavi pubblicitari della tv di Stato si attestano a circa 1,1 miliardi di euro, contro i 2,8 della concorrente. Il tetto alla raccolta pubblicitaria della Rai determina poi un meccanismo perverso che, insieme alla posizione dominante detenuta da Publitalia nel mercato delle concessionarie, consente a Mediaset di raccogliere sempre di più, indipendentemente dalla performance dei suoi programmi. In soldoni: la Rai può offrire il programma televisivo più seguito dell’anno, ma i suoi ricavi pubblicitari non potranno aumentare; a Mediaset basta gestire il suo lento declino negli ascolti per guadagnare sempre di più.

Per salvare la Rai (in attesa che qualcuno inizi a considerare seriamente l’ipotesi di privatizzazione) non serve fare la faccia feroce con i cittadini, imponendo loro una tassa anti-storica e senza eguali in Europa, riscossa magari con un metodo da polizia fiscale, come abbiamo sottolineato qualche tempo fa con questo articolo di Diego Menegon. E’ invece necessario eliminare il tetto alla pubblicità cui è soggetta la Rai, lasciandola libera di competere con le sue concorrenti. Ad un tempo solo, ciò eliminerebbe l’asimmetria dei ricavi (scardinando la rendita di posizione di cui gode Publitalia), imporrebbe ai vertici Rai una maggiore responsabilità gestionale e modererebbe il prezzo della pubblicità per gli inserzionisti.

Tutto ciò – cari lettori – non avverrà. Perché il ministro del governo preposto alla materia è il responsabile affari istituzionali di Mediaset, l’azienda di proprietà del presidente del Consiglio.

Durante la seduta del question time di mercoledì 20 aprile 2011, il deputato di FLI Daniele Toto interrogherà il Governo sul caso delle entrate del canone, ribadendo l’urgenza dell’eliminazione del tetto alla pubblicità