– Qual’era il “malcostume occidentale” che diffondeva a Gaza Vittorio Arrigoni, e che per i suoi carnefici è stato il motivo sufficiente per sopprimerne l’esistenza? Chi oggi si affretta a santificarne o a dannarne la memoria dovrebbe provare a rispondere a questa domanda, cercando di dimenticare per un istante ciò che Arrigoni rappresentava per noi, spettatori interessati e partecipi (in qualsiasi modo la pensiamo), ma in ogni caso sufficientemente distanti dal luogo in cui il giovane blogger militante ha trascorso gli ultimi anni della sua vita. La cosa, devo ammetterlo, risulta particolarmente difficile per me, che detestavo assai poco cordialmente Arrigoni da vivo e non riterrei onesto scriverne oggi nascondendo la mia opinione su di lui.

Il fatto però è che Vittorio Arrigoni credeva, esattamente come me e tutti noi, che le persone vadano giudicate per ciò che fanno, dicono e pensano. Per questo era a Gaza: perché le sue azioni, le sue idee e le sue parole fossero d’aiuto alla causa del popolo palestinese. Per chi, attraverso varie sfaccettature sulle quali è inutile oggi soffermarsi, rappresenta o si arroga prepotentemente il diritto di rappresentare la causa palestinese, questo non era sufficiente. Anzi, era assolutamente intollerabile il “malcostume occidentale” incarnato da Arrigoni secondo il quale le idee contano più della razza o della religione. Il suo motto ormai celebre, “stay human”, era assolutamente incompatibile, di più, incomprensibile e indifferente, per chi in testa ha solo il suo feroce “stay muslim”. La sua vita andava spenta, ed è stata spenta, perché la sua presunta essenza “biologica” contava più delle sue idee, era più degna di attenzione delle sue idee, era più pericolosa delle sue idee.

E questo che rende oggi Vittorio Arrigoni più simile a Daniel Pearl (ammazzato perché ebreo, occidentale, americano) che ai martiri palestinesi che secondo il suo discutibile, ma libero, modo di vedere rappresentavano il bene da contrapporre al male, all’entità sionista, alla nazione e al popolo d’Israele. Più simile a me che giudicavo lui con un metro molto simile a quello attraverso il quale lui avrebbe giudicato me, ovvero quello delle idee e delle azioni, che aquello dei suoi amici di Hamas, più o meno salafiti, che giudicano (o pre-giudicano) chiunque in base a ciò che è, e soprattutto in base a ciò che non è.

Possiamo discutere quanto vogliamo su ciò che Arrigoni sosteneva, se il suo ostentato antisionismo fosse (o in che misura fosse) sinonimo di antisemitismo, di quanto fosse o non fosse strumentale il suo dichiarato pacifismo, di quanto spessi fossero i paraocchi che condizionavano il suo campo visivo e la sua narrazione del conflitto di cui era testimone. E’ giusto farlo, non sapremmo farne a meno. Ma ricordiamoci che chi lo ha ammazzato questi problemi non se li è posti neanche per un istante. Chi lo ha ammazzato lo ha fatto per l’unica ragione per cui a me e a tutti noi Arrigoni era indifferente: la sua origine, la sua religione (o la sua non-religione), la sua “razza”, la lingua che parlava. Per chi lo ha ammazzato, Vittorio Arrigoni era, nel migliore dei casi, un disertore: la sua faccia diceva da che parte stava, o da che parte avrebbe dovuto stare, non la sua penna.

Chi era davvero Vittorio Arrigoni interessa a noi, che infatti discutiamo e polemizziamo anche ferocemente sul significato della sua vita e della sua opera. A loro non interessa. Per loro, che lo hanno ammazzato, Vittorio Arrigoni non è mai esistito. Bisognerebbe riflettere con più attenzione sulle ragioni per le quali si muore o si sopravvive oggi a Gaza City e in molte altre isole, sempre più estese, del mondo islamico.