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La politica e la tirannia delle buone intenzioni

 – In politica non passa giorno senza dover subire una predica. C’è chi vuole più solidarietà, chi più uguaglianza, chi difendere l’identità religiosa, chi quella nazionale, chi contrastare l’oppressione, chi la povertà. Se le buone intenzioni valessero qualcosa, vivremmo già in Paradiso. Ci sono però evidenze che contrastano con tutte queste belle parole: risultati opposti alle intenzioni in politica sono la norma.

Si dice che occorra pagare le pensioni per solidarietà: peccato che questo richieda un tributo enorme ai giovani sia in termini di reddito attuale che di pensione futura. Si dice che il protezionismo difenda l’identità nazionale: peccato che sia lo strumento tramite il quale i produttori nazionali sfruttano i consumatori nazionali. Si dice che i salari minimi aiutino i poveri: peccato che causino disoccupazione tra i lavoratori più deboli. Di esempi del genere se ne possono fare a milioni. Questo continuo abuso di termini altisonanti, spesso presi dall’area semantica dell’etica, dà anche un po’ fastidio, perché a confrontare retorica e fatti viene quasi il dubbio di vivere in un mondo di ipocriti.

L’etica delle intenzioni è una caricatura dell’etica: se i risultati contano poco, anche perché capire gli effetti delle proposte politiche richiede un ingente sforzo cognitivo e informativo che non è certo alla portata di tutti, rimangono solo le chiacchiere. Quanto costano le buone intenzioni? Nulla: chiunque può dichiarare di averne a bizzeffe, e proprio per questo non valgono nulla.

La vita reale ci pone di fronte a scelte e responsabilità: le conseguenze delle nostre azioni ricadono su di noi e su chi ci sta a cuore. La pressione delle responsabilità è forte, e non stupisce che si cerchino vie di fuga: da questo punto di vista la politica è perfetta, perché permette di darsi le arie di chi affronta problemi serissimi, e al contempo non dà alcuna vera responsabilità, essendo sufficiente pagare le tasse, e se si vuole, votare. È del resto noto che è più facile amare l’umanità che gli uomini in carne ed ossa, e dato che in nome della prima si sono fatti milioni di morti, c’è di che esser contenti che oggi in suo nome si facciano solo milioni di prediche.
Ma c’è anche un altro lato della medaglia: chiunque voglia vivere di politica o semplicemente ottenere qualcosa da essa ha a sua disposizione molti mezzi retorici da impiegare, e sono questi usi degenerati del moralismo che occorre disarmare, per migliorare il dibattito pubblico.

In politica internazionale vanno di moda i sensi di colpa, ad esempio: non importa che molti Paesi poveri siano governati da orde di cleptocrati. Non importa l’evidenza: molti di questi continueranno ad essere poveri, mentre altri che erano nelle stesse condizioni sono oggi ricchi, ma i primi potranno sempre autoassolversi con la retorica del colonialismo, e chiedere sovvenzioni dall’Occidente. I sensi di colpa funzionano, perché viviamo in una società di superficiali sentimentalismi, dove la politica è un surrogato a prezzi di saldo della ben più costosa responsabilità individuale. Ovviamente funzionano anche in politica interna: i neri, le donne, sono stati discriminati? Continuiamo a discriminarli, ma in positivo: la parità legale non basta, servono privilegi. L’uguaglianza legale è da rimandare a data da (c)estinarsi.

Poi c’è il ricatto morale. Volete salari migliori? Difendete le politiche sindacali parlando di oppressione dei proletari. Nella realtà, state condannando alla disoccupazione i lavoratori più deboli, magari giovani, donne, immigrati e meridionali, ma non importa: nessuno vuole sembrare “cattivo”, ed è facile in politica avere la coscienza pulita, visto che l’elettore non ha mai bisogno di usarla. Che si voti o ci si astenga, che si voti bene o male, che si vada alle urne informati o meno, il risultato non cambierà certo per una sola crocetta.
E infine c’è il pragmatismo, che è il miglior modo per distruggere le basi morali di una società: i principi giocano un ruolo fondamentale nel contenimento degli abusi del potere e per preservare gli interessi comuni di lungo termine. Con un po’ di pietismo e un po’ di miopia è possibile però “giustificarne” numerose violazioni. Che male c’è ad accumulare debito? Nel breve termine forse niente. Nel lungo, chiedetelo ai greci.

Il risultato di tutto ciò è che abbiamo una società di adolescenti con tanti ideali e nessuna responsabilità, tranne ovviamente quella di pagare le tasse, governata da un’élite che vive a loro spese, cercando di accumulare ancora più potere e privilegi anche con la retorica delle buone intenzioni: chiunque abbia un sogno di società migliore, da realizzare ovviamente tramite la coercizione politica, o semplicemente un interesse da difendere, può facilmente convincere i suoi distratti concittadini che un’ulteriore spesa, un ulteriore privilegio, un’ulteriore limitazione della libertà individuale, un’ulteriore estensione dell’ambito del politico, sono necessari.

Le buone intenzioni non valgono nulla, ma hanno effetti politici reali: preservano i privilegi, e ne giustificano di nuovi. Come uscire dalla tirannia del buonismo? Lasciate perdere le chiacchiere, i sensi di colpa “sociali”, i ricatti morali, le dichiarazioni altisonanti, la retorica d’accatto. A volte la realtà è arida e triste, ma ha un vantaggio rispetto alle illusioni: è reale.


Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

One Response to “La politica e la tirannia delle buone intenzioni”

  1. lodovico scrive:

    credo che la nascita di un nuovo partito come il FLI di cui in Italia molti ne sentivano la mancanza possa essere una buona occasione di riflessione.Per essere opposizione non basta essere contrari, servono idee. Se non si hanno meglio astenersi.

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