– E’ stato recentemente approvato dal governo un ddl di legge costituzionale (avallato dai ministri Meloni e Calderoli) che si pone l’obiettivo di introdurre forze fresche e giovani nelle due ali del Parlamento Italiano. Prevede – sostanzialmente – l’equiparazione, con modifica costituzionale, tra elettorato passivo e attivo, con l’effetto diretto di rendere eleggibili alla Camera i diciottenni (attualmente la minima età per l’eleggibilità è fissata a venticinque anni) e i venticinquenni al Senato (ove la minima età per l’eleggibilità pari a quarant’anni). Si vuole dunque portare l’Italia agli standard europei attualmente vigenti sull’apporto e la presenza dei giovani nell’esistere politico e civile del Paese.

Queste sono le intenzioni. C’è tuttavia da chiedersi se questa proposta (la quale può essere mossa dalle più nobili intenzioni, ma si sa, l’inferno è lastricato di buone intenzioni) sia realmente vantaggiosa per i giovani e per la loro espressione in politica. Se il suddetto ddl venisse approvato in via definitiva dal Parlamento sotto la vigente legge elettorale, i “giovani” diventerebbero la vetrina pubblicitaria dei “vecchi”, inseriti nelle liste solo per marketing, fama, favori di vario tipo e/o canoni del tutto esulanti dalla capacità del singolo candidato di dimostrare il proprio potenziale politico. La mancanza di democrazia all’interno dei partiti italiani non lascia scampo: i giovani non otterrebbero alcuna autonomia o spiraglio di espressione; al più dovranno soggiacere a logiche politiche di terz’ordine, con il vantaggio dei “vecchi”, felici e gaudenti nel poter raccattare voti, visibilità e “apertura” sulla pelle dei giovani candidati.

Se il ddl in questione vuole davvero raggiungere lo scopo prefissatosi, (che non può essere altro che la valorizzazione dell’attività politica delle nuove generazoni) si dovrà necessariamente operare una profonda e radicale modifica della legge elettorale (o Porcellum, che dir si voglia) attualmente vigente (qualcuno ha detto la magica parola “uninominale ?). In mancanza di questo fondamentale elemento sarà (troppo) facile trovare nelle (bloccate) liste qualche igienista o qualche trota. Il candidato (giovane, vecchio, dentro o fuori) deve ottenere un quantitativo di fiducia da parte degli elettori, senza venire schiacciato dalle logiche partitiche. Il ddl è sicuramente un segnale di apertura e può effettivamente dare il via a un cambiamento culturale; l’importante è che le “buone intenzioni” non vengano sfruttate (come è spesso e volentieri avvenuto) in una manovra politico-elettorale di falsa apertura. E’ bene concedere le possibilità, ma è ancor più bene che a chiunque, giovane o meno giovane, le opportunità vengano offerte secondo criteri meritocratici ed elettorali. Valorizzare significa “far competere”, non “assistere passivamente”.

 Sia inoltre consentita una provocazione finale; senza voler togliere nulla alle potenzialità dell’attuale testo del ddl, anziché rendere eleggibile Ruby Rubacuori non sarebbe stato più logico (proprio in chiave di valorizzazione della partecipazione giovanile) abbassare l’età richiesta per votare al Senato ai 18 anni compiuti?