di PIERPAOLO RENELLA – Essendo un grande appassionato di politica in generale, e dei ragazzi di provincia che ce la fanno in particolare, di rado mi è capitato di attendere un’autobiografia con l’impazienza con cui ho atteso Una storia di destra.

Le penne pesano quando si racconta il modello culturale postfascista e la sua evoluzione fino ai tempi attuali dell’approdo alla “vetrina più lussuosa della modernità”. Ma è leggerissima quella di Bocchino che racconta la storia di un percorso dal Fuan perugino degli anni ottanta alla “serie A” della politica romana di oggi. E’ uno di quei libri per il grande pubblico che ho comprato e divorato a bizzeffe, provando tutta una serie di reazioni, dall’indifferenza all’entusiasmo, di solito mettendoli sotto qualcosa di spiccatamente intellettuale quando procedo verso la cassa in libreria.

Ecco l’Italo Bocchino giovanile: “A diciotto anni fui assunto dal comune di Cascia, e lì ho rischiato di rimanere impantanato in una vita impiegatizia molto lontana dai miei interessi”.
E sul mondo culturale della destra negli anni ottanta: “tra i giovani missini di allora c’era anche una sacca di eccentrico paganesimo precristiano. Ragazzi che grossomodo si ispiravano all’immaginario raccontato da Tolkien nel Signore degli anelli. Per quanto mi riguarda ho fatto anche (…) tentativi di leggere e farmi piacere quel tomo capostipite del fantasy, ma non è affatto nelle mie corde”.

Sul retroterra culturale di Pinuccio Tatarella: “In fondo l’Msi del Sud non ha vissuto la guerra civile, la stagione dell’odio, l’antifascismo”.
Italo Bocchino su Maurizio Gasparri all’epoca trentenne: “era preparato, instancabile, lungimirante e con una capacità di analisi straordinaria. Spesso quando racconto di lui la gente non mi crede; chi non lo conosce, e se ne è fatto un’idea soltanto guardandolo in Tv, non può immaginare come sia davvero”.
Su Daniela Santanché: “una delle persone che più ha aizzato Berlusconi per cacciare Fini è stata Daniela Santanché”.
Su Alessandro Sallusti: “assieme alla Santanché governava davvero il quotidiano il Giornale bypassando del tutto Vittorio Feltri”.

Italo Bocchino sull’attuale insoddisfazione dei giovani italiani: “Il malessere crescente dei giovani negli ultimi mesi è condivisibile; il motivo per cui protestano non lo condivido e penso anzi che nemmeno loro ce l’abbiano ben chiaro”
Riflette sul fascismo: “il fascismo mi ha negato la possibilità di confrontarmi e aderire a una destra liberale, conservatrice ed europea. Ha fatto più danni a me che a una persona di sinistra…ha generato un contrasto sociale tuttora irrisolto. Quando sostengo che il fascismo ha danneggiato la destra, mi riferisco al fatto che ha inquinato la destra storica, la destra crociana, quella dei grandi personaggi che hanno governato veramente bene questo Paese”.

Insomma, vi siete fatti un’idea. I politici di “Serie A” sono affascinanti perché incarnano il successo basato sul consenso che noi italiani veneriamo – il più amato, il più apprezzato dalla gente. Non sono come le spose di Chagall, ma in loro c’e’ qualcosa di trascendente che ci affascina e ci ispira. I grandi politici sono pensiero in movimento. Consentono ad astrazioni come lungimiranza e dialettica di incarnarsi. Essere un grande politico, in definitiva, significa essere quel portentoso ibrido tra animale e angelo che noi aspiranti politici di Serie B, privi di trascendenza, facciamo tanta fatica a vedere in noi stessi.

Perciò vogliamo conoscere la loro storia. Vogliamo sentire di origini piccolo borghesi, determinazione, giudizio, ardimento, senso delle istituzioni, successi, tradimenti e dolore. La loro ansia della sconfitta elettorale ha niente in comune con le nostre piccole inquietudini di frustrazione quotidiane? Ecco il punto, allora, dell’attrattiva di queste autobiografie: il successo sta nell’esser devoti al lettore, a chi investe tempo e denaro per avere accesso alla vita di una persona che vorrebbe conoscere ma difficilmente incontrerà.

In Una storia di destra c’e’ il padre rautiano un po’ anarcoide, la drammatica sofferenza della madre. C’e’ il mentore vulcanico che ama esplorare nuovi orizzonti (Pinuccio Tatarella); c’e’ il leader freddo, razionale, che “sintetizza il percorso da intraprendere” (Gianfranco Fini). C’e’ la macchina del fango; c’e’ il climax della carriera che pone i colonnelli davanti a un bivio: “O con me o con Berlusconi”, anticipato da una colazione organizzata con Giuliano Ferrara, alla quale prendono parte anche Italo Bocchino e Benedetto Della Vedova. C’e’ l’aneddoto di Pinuccio Tatarella che, in tempi non sospetti, dopo aver preso l’8% alle elezioni universitarie, dice: “Adesso dobbiamo allearci ai giovani liberali, dobbiamo prendere l’area laico-socialista risorgimentale”.

Nelle pagine non si respira quell’aria di banalità robotica che in genere pervade non solo l’autobiografia politica ma anche le interviste e i talk-show, che nessuna televisione trasmetterebbe se non ci fossero spettatori che trovano le banalità buone e giuste.
Tuttavia c’e’ anche una strana devozione e un orientamento per gli stessi cliché con i quali noi insignificanti peones tessiamo il velo del mistero che queste autobiografie dovrebbero levare: sembra quasi che l’autore abbia strutturato il senso stesso della sua vita e carriera politica per accordarlo alle formule di una biografia che si rispetti. In fin dei conti, Una storia di destra avrebbe potuto aiutarci a comprendere fino in fondo il lato oscuro del mito della politica. Posto che esso esista e sia possibile rivelarlo attraverso un memoir.