di SIMONA BONFANTE – Se i corpi istituzionali dello Stato diventano i nemici da combattere; se gli avversari politici diventano i nemici da abbattere; se l’Europa diventa il nemico da umiliare; se le star della Tv diventano nemici da silenziare; se la guerra co-combattuta nel giardino di casa dei vicini – dalla parte dei vicini – diventa una guerra combattuta contro i vicini, nel momento in cui in cui costoro si azzardano a sconfinare…ecco, se questi sono i messaggi, se i messaggi sono dichiarazioni di guerra, alla fine, signori, la guerre, quella vera, arriva.

Asor Rosa è un narciso ideologico, uno non certo a proprio agio nella dimensione della libertà. Uno che io sono un intellettuale, tu – cittadino, individuo sottosviluppato, elettore imbambolato – tu non conti, silenziati. Uno intellettualmente così frigido che per rimuovere Berlusconi non c’è che il golpe. Uno così – si dirà – è talmente fuori dal mondo da non costituire motivo di allarme. Vero, però poi c’è quello che ti gambizza il Consigliere comunale, e quell’altro che ti terrorizza il Sindaco. E c’è poi il magistrato che ti motiva, corroborato dal consenso della sua associazione di appartenenza, la mobilitazione corporativa contro un potere dello Stato alternativo al suo.

C’è tensione, insomma. Ed in buona parte, quella tensione, non nasce d’émblée. Parrebbe, al contrario, scientemente, irresponsabilmente catalizzata.
La riesumazione della guerra ideologicamente incivile degli Anni 70 nuoce gravemente alla salute del nostro paese. È vero che è un bisogno culturalmente primario tra i ranghi pidiellini, quello di umiliare il cadavere sessantottino. Vogliono la crocifissione politica dei comunisti. E non è che non abbiamo le loro ragioni: a dispetto della sconfitta storica, costoro sono ancora lì ad impartire lezioncine morali ai vincitori.

Ma armare ideologicamente il popolo è pericoloso. Costringerlo ad un intruppamento partigiano lo è altrettanto. Agire l’ideologia – la sua irriducibile divisività – per opportunismo psico-politico è criminale. Lo è ancor di più quando le parti a cui si presenta dichiarazione di guerra sono le istituzioni – non le controparti politiche – che la Costituzione identifica nei bilanciamenti essenziali all’armonia democratica.