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Conservare il passato progettando il futuro, l’attesa disattesa dell’Aquila

– “Abbiamo sentito dire che Pompei (…) è sprofondata a causa di un terremoto che ha devastato tutte le regioni adiacenti (…) ; infatti anche una parte della città di Ercolano è crollata e anche ciò che è rimasto in piedi è pericolante e la colonia di Nocera, pur non avendo subito gravi danni, ha comunque motivo di lamentarsi; anche Napoli ha subito perdite, molte tra le proprietà private, nessuna tra quelle pubbliche (…) : in effetti alcune ville sono crollate, altre qua e là hanno tremato senza essere danneggiate (…)”.
Così nel VI libro delle Naturales Quaestiones Seneca riferiva del sisma che il 5 febbraio del 62 d. C. aveva distrutto quasi completamente Pompei con altri centri della Campania. Verificati i danni, sappiamo che subito cominciò l’opera di ricostruzione. Ma, quando nel 79 d. C. l’eruzione del Vesuvio la seppellì, i lavori continuavano a procedere a ritmo sostenuto, anche se gli edifici pubblici erano ancora quasi tutti da restaurare. Di quegli interventi gli scavi archeologici hanno documentato con puntualità il dettaglio.

Ora, da quella storia dal passato, quel che si desume non è certo la rapidità dell’intervento, ma almeno la capacità di progettare gli step che avrebbero consentito il ripristino delle aree interessate. Addirittura, in alcuni casi, la riprogettazione di alcuni settori, un nuovo zoning reso possibile dal drammatico evento.

Il pensiero corre a L’Aquila e a quei centri che nell’aprile del 2009 furono investiti dal terremoto. Le immagini di morte e disperazione, di palazzi, chiese e monumenti di ogni tipo ridotti a macerie, la gara di solidarietà nel prestare aiuto e poi le promesse. Come sempre. A due anni di distanza, a certificare in un certo qual modo il fallimento dei proclami a telecamere accese, risuonano le parole di Gianni Letta che, pur sottolineando come il capoluogo abruzzese sia “tutt’altro che morto, è solo ferito e ha bisogno di ritrovare il suo slancio vitale”, non può non ammettere che “la ricostruzione durerà 10 anni”.

Ma in realtà parlare di ricostruzione è improprio. E’ necessario fare un distinguo tra gli edifici storici da restaurare ad ogni costo, con modalità loro proprie, seguendo regole prestabilite, e tutti gli altri edifici, per i quali è preferibile una ricostruzione ex fundamentis. Edifici quindi, questi ultimi, da abbattere e ricostruire secondo precise norme antisismiche, mentre, nei casi nei quali la valenza storica impone anastilosi rigorose, il rispetto del passato è condizione imprescindibile, dalla quale non si può derogare. In tutti gli altri casi, ripetiamo, l’occasione permette di ricostruire riprogettando. A l’Aquila come nei tanti paesi colpiti dal sisma.

Passeggiando per il centro aquilano o attraversando quelli più piccoli, si riconoscono le occasioni perdute, si quantifica lo sperpero di denaro pubblico per opere che non sembra possibile includere tra quelle funzionali. Opere che, creando un congruo utile ad alcune imprese appaltanti, hanno sottratto risorse importanti a monumenti da restaurare e ad edifici da ricostruire. Ad esempio opere provvisorie divenute definitive. Puntellamenti di legno, costati moltissimo, anche per edifici che con ogni probabilità dovranno essere demoliti e che dopo due anni di pioggia e neve, sono destinati alla sostituzione.

Come di consueto, le cifre offrono un’idea della situazione meglio di altri parametri. A due anni di distanza sono ancora 37.733 (15.000 in meno rispetto al 2010) le persone assistite. Poco meno di 23mila risiedono in alloggi Map (le famose casette), in 19 new town, circa 13mila sono beneficiarie del contributo di autonoma sistemazione (200 euro a persona per mese) e 1,328 sono ancora in strutture ricettive abruzzesi e nelle caserme.

Ancora una volta le storie delle persone comuni, che attendono di riavere un alloggio definitivo, s’intrecciano con quelle di affaristi senza scrupoli. E nei meandri della burocrazia segnano il passo soltanto i primi. Per porre un argine ad un uso generalizzato e ingiustificato di procedure emergenziali, in deroga alle normali regole sulle gare dei lavori, l’Autorità di Vigilanza sui contratti pubblici agli inizi di marzo ha depositato un provvedimento. In discussione non sarebbero gli interventi di competenza del Provveditorato alle Opere Pubbliche Lazio-Abruzzo, ovvero i 155 contratti firmati dal Provveditorato al 25 novembre 2010, per un totale di 88,7 milioni di euro: lavori connessi al G8, messa in sicurezza di edifici scolastici e immobili demaniali e altri interventi. Il focus è che con il passare dei mesi quelle procedure devono essere superate.

Poi c’è l’ordinanza che permetterà ai 15mila della fascia E (i proprietari delle case più danneggiate) di presentare le richieste. Anche se gli uffici competenti non sembrano assolutamente in grado di far fronte alle richieste che giungeranno.

L’economia che dalla ricostruzione avrebbe dovuto beneficiare è invece in forte affanno. Analizzando i soldi prestati alle imprese dalle banche si scopre che,  nei due anni segnati dal terremoto, le imprese italiane specializzate nelle costruzioni hanno visto i loro prestiti salire del 35,4%, quelle aquilane del 23%. Se ne deduce che – salvo naturalmente eccezioni – le imprese aquilane non sono state in grado di partecipare al business. La disoccupazione, che prima del sisma si aggirava sul 7,5%, ormai ha raggiunto l’11%, senza contare i lavoratori in cassa integrazione, mobilità o che usufruiscono di ammortizzatori sociali. Confindustria lamenta la chiusura di oltre 1200 piccole aziende e imprese artigianali del centro storico, mentre alcuni imprenditori, viste le difficoltà, hanno preso la via del Nord.

Eppure i fondi per restaurare il passato e costruire il futuro ci sono, ci dovrebbero essere. Sicuri gli 1,2 milardi stanziati sull’emergenza dal Governo, a cui vanno aggiunti i 494 milioni messi a disposizione dall’Ue. Ci sarebbe poi una cifra tra i 2 e i 4 miliardi in carico al Fas, il fondo che contiene le risorse per il Sud. Il problema è che si avverte la mancanza di una cabina di regia, dato che la politica centrale è ormai lontana e quella locale è impelagata in sterili discussioni.

L’Aquila continua ad essere una grande periferia senza centro, nella quale l’emergenza non sembra essere stata superata neppure nei servizi: in primis per quel che riguarda i rifiuti e il trasporto pubblico. Continua a mancare una strategia d’intervento, che pianifichi il restauro delle chiese e dei palazzi storici, per restituire straordinari monumenti alla collettività, ma anche abitazioni, luoghi di incontro e di lavoro agli abitanti.

Al di la di alcune specificità, anche a l’Aquila si riscontrano vizi italiani, che, a causa del loro perpetuarsi e riproporre, si potrebbero pensare congeniti. Vizi, attitudini, che potrebbero sintetizzarsi nell’incapacità di passare dalla fase dell’emergenza a quella successiva, propositiva. Una fase nella quale, quasi sempre, a mancare non sono le risorse economiche, le competenze nei diversi campi di azione, ma una visione unitaria, sia a livello politico che progettuale.

Facendo prevalere interessi particolari, di vario tipo, si frammenta l’azione, che si fa più lenta e meno incisiva. Anche un’enorme tragedia come quella abruzzese, e de l’Aquila in particolare, sarebbe potuta divenire un’occasione. Metabolizzato il dolore si poteva riorganizzare, città e paesi, dopo aver ricostruito i loro centri storici.

L’Abruzzo è da sempre un territorio nel quale i sismi hanno esercitato la loro azione violenta. Due casi su tutti: quelli di Alba Fucens, a nord di Avezzano, ma soprattutto, di Peltuinum, nei pressi di Prata d’Ansidonia, un antichissimo borgo sull’altopiano d’Ansidonia, lungo l’ampia vallata in cui scorre l’Aterno. Intorno al IV secolo d. C. la città di Peltuinum fu colpita da un terremoto così forte da costringere gli abitanti superstiti ad abbandonarla. Il centro così divenne un enorme cava di materiali, anche di particolare pregio artistico, da riutilizzare nelle chiese e nei castelli medievali della vallata.

Sarebbe delittuoso costringere il centro storico dell’Aquila e ancora di più quelli dei tanti paesi colpiti dal terremoto del 2009 ad un destino simile a quello dell’antica Peltuinum.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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