pubblicato su Il Foglio di giovedì 14 aprile 2011 – Critiche liberiste al contratto unico a tempo indeterminato, quelle di Francesco Forte ieri sulle pagine di questo foglio. A nostro parere, è la definizione’contratto unico’ a indurre alcuni allo scetticismo. Da liberisti, ci convince invece l’idea di un’abrogazione del groviglio di contratti e contrattucoli creati non dal mercato, ma da uno Stato che per anni ha ripetutamente emendato il diritto del lavoro.

Il modello Ichino, che il presidente della Camera Gianfranco Fini ha rilanciato e a cui FLI si è ispirata per la sua proposta di legge per il lavoro e il welfare, segna invece l’arretramento della mano pubblica dai rapporti di lavoro: si neutralizza la variabile regolatoria, fiscale e contributiva nelle scelte di assunzione delle aziende. Oggi è spesso il possibile arbitraggio tra formule contrattuali – per sfuggire all’Articolo 18 o per godere di qualche agevolazione – a condizionare gli imprenditori. I lavoratori più giovani restano intrappolati: su di loro si scaricano le (sacrosante) esigenze di flessibilità delle imprese, mentre i loro cumuli previdenziali scontano le politiche di decontribuzione.

Insomma, la pluralità di formule rigide fissate dalla legge distorce il mercato del lavoro, condiziona i comportamenti aziendali e polarizza sui giovani i costi ‘sociali’. Fatti salvi l’apprendistato, il contratto d’inserimento, i lavori stagionali e i contratti a tempo giustificati dai picchi produttivi, per i nuovi assunti la nostra legge direbbe a imprese e lavoratori: sia la contrattazione nazionale o aziendale (altra riforma su cui lavorare), che il tempo sia pieno o parziale, la durata del rapporto sia indeterminata.

Con una disciplina del licenziamento per motivi economici più ragionevole, un indennizzo ai licenziamenti crescente per anzianità e un welfare orientato al sostegno al reddito e alla ricollocazione dei disoccupati (non alla conservazione di posti di lavoro in aziende decotte), avremmo meno dirigismo governativo e sindacale. I liberisti non amano i tavoloni concertativi e preferiscono invece un modello assicurativo che non discrimina tra dimensioni delle aziende, tra settori o tra cognomi dei padroni.

Si dice: aumenterebbero i costi per le imprese. La competitività dell’economia italiana non va cercata sul costo della manodopera, ma sull’innovazione di prodotto e di processo (la maggiore flessibilità serve anche a questo). E un liberista pragmatico se la prende con le tasse che lo Stato impone alle aziende, non  sui contributi previdenziali dei giovani.

Detto questo, si può discutere di tutto. Ciò che non si può fare è difendere l’attuale regime di apertheid del lavoro e del welfare.