– Alberto Asor Rosa è un personaggio meraviglioso, uno di quelli che, se non ci fosse, dovrebbe essere inventato. Azzardo qui un giudizio, di cui non mi dovrò pentire solo perché appartengo a un altro ambito disciplinare: credo che il buon Asor Rosa, più che per la curatela della “Letteratura italiana” della Einaudi e, in generale, per l’attività di critico letterario (viziata da una visione marxista non riscattata dall’intelligenza di un Russo o di un Sapegno), sarà ricordato soprattutto per le polemiche cui ha dato luogo. Non è da tutti, ad esempio, l’essere fatti oggetto di scherno da Eugenio Montale (che il buon Asor, col solito acume critico, aveva accusato di essere un poeta disimpegnato) in quello che, sicuramente, è uno degli inizi più folgoranti della poesia contemporanea: “Asor, nome gentile (il suo retrogrado/ è il più bel fiore)”.

Scendendo dai cieli della poesia a questioni più meschine e anche più recenti, c’è da segnalare l’appello accorato per un colpo di stato che il professore ha consegnato ieri alla prima pagina de “Il Manifesto”: “quand’è che un sistema democratico, preoccupato della propria sopravvivenza, reagisce per mettere fine al gioco che lo distrugge…?” è l’interrogativo a cui, dopo averci ricordato che “c’è sempre un momento nella storia delle democrazie in cui esse collassano più per la propria debolezza che per la forza altrui” (e non vorrei che il riferimento alla “stanchezza premortuaria” dello Hindenburg fosse un riferimento, peraltro di malaugurio, nei confronti del capo dello stato), il professore non può far a meno di rispondere…E la risposta è, ovviamente, che la democrazia in Italia è venuta meno per colpa del virus berlusconiano.

Il punto importante, però, è un altro: il degrado democratico non può essere arrestato per via parlamentare; perciò o si lasciano le cose come stanno oppure bisogna “incidere il bubbone” e salvare i “valori democratici superiori” ricorrendo all’ extrema ratio di un colpo di stato in piena regola. Non una “prova di forza dal basso”, ma un colpo di stato in piena regola, guidato da Carabinieri e Polizia di stato, che congelasse le Camere e procedesse di conseguenza al ‘ritorno all’ordine’. Perché, alla fin fine, questo è il sugo della storia: “la democrazia si salva anche forzandone le regole”.

Che valore dare a queste esternazioni? Sarebbe sbagliato non prenderle sul serio, perché, con toni simili, vanno avanti da parecchio tempo (agli albori del berlusconismo, Ingroia e Scarpinato scrissero su “Micromega” che era giunto il tempo di sospendere la “democrazia formale” per salvare la “democrazia sostanziale”). Sarebbe poca cosa far notare a chi, come Asor Rosa, grida un giorno sì e l’altro pure al “fascismo” di ritorno, che quella propugnata è una situazione prettamente fascista (il ritorno all’ordine per mano militare). Poca cosa, perché, nell’animo dei “sinceri democratici”, il fascismo non è una categoria storica o politica, bensì una categoria etica e metastorica, l’incarnazione del “male assoluto”, contro cui bisogna prevalere in ogni modo e con ogni mezzo (e poco importa quale sia l’incarnazione di questo male, da Giolitti a Mussolini, da De Gasperi a Craxi, a Berlusconi).

Quello che importa sottolineare, invece, è il disprezzo che trasuda da interventi come questo (o come quelli, più garbati, di Umberto Eco), il profondo disprezzo di una certa cerchia di “intellettuali” nei confronti di una realtà la cui unica colpa è di non adeguarsi alle proprie idee (per fortuna, mi verrebbe da aggiungere). Non voglio fare un discorso di tipo politico, ma, direi, quasi antropologico. Una “antipatia antropologica” che, da tempi lontani, porta le personalità più in vista della nostra cultura a sostenere tesi illiberali in nome di una supposta superiorità morale. È il tema delle due Italie di cui parlava Piero Gobetti (peccato, però, che lo riprendesse, consapevolmente o no,  da Giovanni Gentile, filosofo e fascista, con cui condivideva, tra le altre cose, l’antigiolittismo). Da questo punto di vista, l’antifascismo militante (e, come si vede, profondamente illiberale) è la continuazione del fascismo con altri mezzi, come, molti anni fa, predicava inascoltato Augusto Del Noce, che, non a caso, scriveva: “per rendere innocente la cultura si deve incolpare il popolo”.

Si deve incolpare il popolo, se le cose non vanno come dovrebbero (almeno secondo lo “spirito dei tempi” di cui tutti i nostri grandi intellettuali si ritengono gli interpreti autentici), soprattutto perché la ricerca di un’alternativa, che sia duratura e ottenga il giusto riconoscimento sul terreno elettorale, implicherebbe la revisione di quelle categorie interpretative a cui buona parte della cultura italiana non vuole e non sa rinunciare.

Non che a sinistra manchino le voci giuste, solo che sono voci nel deserto. Tra le mani, per esempio, ho un libro splendido, scritto nel 2008 (all’indomani della vittoria di Berlusconi alle elezioni) dal filosofo (ex PCI-PDS) Biagio De Giovanni, A destra tutta. Dove si è persa la sinistra? (Marsilio), che costituirebbe un ottimo punto di partenza per una riflessione più ampia, ma la cui importanza sta, a mio parere, nella presa d’atto del passaggio dell’ “egemonia” nel paese dal centrosinistra al centrodestra; e questo non a causa dello strapotere berlusconiano (d’altronde, nota De Giovanni, come si fa a dire ancora, di un politico che regge per 15 anni e più, che si tratta di un’anomalia?), anzi, proprio l’incapacità di comprendere davvero il fenomeno Berlusconi è segno della mancanza di “spirito propulsivo” da parte della sinistra italiana.

Il problema più grave che deriva da questa e da altre “incomprensioni” (o, peggio, da vera e propria voglia di non vedere le cose come stanno), è che viene meno ogni possibilità di riconoscimento reciproco tra le parti, che è l’unica vera condizione fondamentale per progettare riforme strutturali che siano durature nel lungo periodo. Finché non si capisce questo, non si uscirà mai dalla crisi che avvolge il nostro paese, che è, prima di tutto, crisi politico-culturale. “Conoscere per deliberare” era il motto di Luigi Einaudi, ma l’ideologia falsa la conoscenza e rende impossibile la comprensione. Questo è l’unico punto su cui Asor Rosa riesce a essere veramente sincero con se stesso, quando inizia il suo articolo dicendo: “Capisco sempre meno quel che accade nel nostro paese”.