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Sono diritti anche quelli dei carcerati

– da Il Secolo d’Italia del 14 aprile 2011 –

Tra gli effetti collaterali del “garantismo” berlusconiano, ci sono le vittime civili dei “bombardamenti mirati”, a cui la maggioranza del Cav. ha sottoposto la legislazione penale per strappare il principale e i suoi collaboratori dalle grinfie delle Procure. Tra le vittime non stanno solo le parti offese che non ottengono giustizia e risarcimento, ma soprattutto i colpevoli di serie B, discriminati dalle liberalità garantiste a cui, per un decennio, Berlusconi ha abituato gli imputati “perbene”.

Il “garantismo” per colletti bianchi del PdL si è così sempre accompagnato, per contraccambio, ad un giustizialismo disinibito, che ha differenziato le tutele e le garanzie, riservando ai “cattivi” l’inferno della giustizia cattiva e ai “buoni” le mollezze di una giustizia cedevole alle digressioni degli imputati e degli avvocati eccellenti. In questo modo il Cav. ha pervertito e infine prostituito il garantismo agli interessi della casa, tanto quanto il compagno Tonino ha prostituito la giustizia alle ragioni della sua personale avventura politica, stretta a filo doppio con quella dell’imputato che – quando era pm –  aveva promesso di “sfasciare”.

La prima giustizia che il Berlusconi “garantista” avrebbe dovuto assicurare era uguale e contraria a quella che si è infine potuto concedere. Quella dei processi lunghi per gli imputati dal portafoglio largo e delle prescrizioni brevi per gli “incensurati”, come se l’assenza di censura – per molti professionisti delle attività border line –  dipendesse da altro che dalla possibilità di sgusciare fuori dai molteplici buchi che le norme processuali lasciano disponibili, a chi sappia vederle ed usarle, con abbondanza di mezzi e di risorse.

Accanto al processo breve e alla prescrizione lunga, l’altra faccia di questa giustizia, che i radicali definiscono giustamente “di classe”, è rappresentata dalle carceri, su cui si sono scaricate, le irragionevolezze del “cattivismo” legislativo made in Berlusconi. Chi voglia conoscere la realtà del carcere, può documentarsi sulla rivista “Ristretti Orizzonti” o sul sito www.ristretti.it, curati dal “Centro di Documentazione Due Palazzi”: un osservatorio sul carcere e dal carcere – per la precisione: dalla Casa di Reclusione di Padova e dall’Istituto di Pena Femminile della Giudecca – realizzato con il contributo di oltre sessanta persone, tra detenuti e volontari esterni. Ne esce un quadro non solo, come è ovvio, doloroso, ma impressionante.

Cosa si scopre? Ad esempio che la legge Cirielli, tra il 2005, quando venne approvata, e il 2007, comportò il crollo delle cosiddette misure alternative (affidamento in prova, semilibertà, detenzione domiciliare): da quasi 50.000 a poco più di 10.000. Eppure negli anni precedenti, come pure in quelli successivi, l’esito di questi programmi appariva decisamente favorevole. Le revoche dei benefici per “andamento negativo” o per “commissione di reati durante la misura” era stata dal 2001 al 2005 inferiore al 5,5 per cento dei casi e non è diminuita sensibilmente negli anni successivi, malgrado la stretta imposta sui requisiti d’accesso ai benefici. Nella sostanza, la legge Cirielli, ha deflazionato, in modo molto parziale e particolaristico, l’arretrato processuale della giustizia italiana, ma ha gonfiato la bolla delle incarcerazioni, mangiandosi, in poco più di tre anni, l’effetto deflattivo dell’indulto approvato nel 2006. Il numero delle presenze per anno è infatti passata dalle 58.817 del 2005 alle 63.993 del 2009.

Perché tutto questo è stato fatto, se non è servito a ridurre la recidiva dei beneficiati, ma ad incanaglire la situazione delle carceri? Perché il “processo mite” riservato agli imputati perbene potesse compensarsi con una pena più dura e più certa per i “veri criminali”. E perché questa logica “duale” autorizzasse – a distanza di qualche anno – i nuovi maître à penser del “garantismo” berlusconiano, come l’on. Paniz, a rendere ancora più ampia e discriminatoria la “sacrosanta distinzione” (sic) tra gli incensurati e i recidivi.

In realtà, le misure alternative alla detenzione si sono fin qui rivelate il più potente disincentivo alla recidiva dei detenuti. “Sette condannati su dieci tra quelli scarcerati nel 1998 hanno fatto rientro in carcere una o più volte contro i due recidivi su dieci che hanno espiato la pena in misura alternativa alla detenzione”. Così si legge nella ricerca di Fabrizio Leonardi pubblicata nel 2007 sulla Rassegna penitenziaria e criminologica del Ministero della Giustizia. Anche volendo considerare il fatto che le misure alternative sono riservate a detenuti “migliori” rispetto alla media generale, si tratta di un risultato eloquente che viene invece retoricamente “trattato” e convertito nel suo contrario, come se i benefici riservati ai detenuti fossero un premio elargito ai delinquenti e una minaccia per la sicurezza dei cittadini. Anche questo equivoco coltivato e inverato dai parrucconi dello “Stato forte” va addebitato sul conto del forza-leghismo berlusconiano, o no?

Mentre il Parlamento è paralizzato dalla discussione sui processi lungi e le prescrizioni brevi che servono le emergenze giudiziarie del Cav., è quindi opportuno che sia tornato a sollevarsi un tema – quello del rapporto tra pena e sicurezza e tra carcere e diritto – che incrocia l’altra faccia del “garantismo”, quella sacrificata alla giustizia della piazza “di destra”. E non è casuale che a sollevarlo – presentando una mozione che ha iniziato a discutersi lunedì scorso alla Camera – sia stato il partito, Futuro e Libertà per l’Italia, che proprio sulla legalità ha consumato una delle rotture più gravi e irreparabili con la narrazione berlusconiana. Infatti il problema del carcere è soprattutto un problema di legalità, vista la sproporzione esistente tra i mezzi, non solo economici, ma anche normativi, di cui l’amministrazione penitenziaria dispone e i fini che la Costituzione imporrebbe di perseguire.

Più di quattro detenuti su dieci sono in attesa di giudizio e quindi sono, non solo “tecnicamente”, innocenti. La galera non è loro imposta da una “cultura della giurisdizione” che affratella accusatori e giudici e rende i primi troppo sensibili alle richieste dei secondi, ma in primo luogo da una legislazione penale che consente un ricorso troppo largo alla custodia cautelare in carcere. Su questo “nodo” – quello della carcerazione preventiva – partì la battaglia di Enzo Tortora. Su questo meccanismo estorsivo di confessioni e di chiamate di correo molte Procure istruirono il “processo al Palazzo” di Mani Pulite, meritando giustamente le censure garantiste.

E oggi? Se – come le cronache dimostrano – la magistratura sembra essersi parzialmente emendata da questo vizio (con ragguardevoli eccezioni, la più clamorosa delle quali è stata di recente quella dell’ex patron di Fastweb Silvio Scaglia), abbiamo assistito, su questo fronte, ad una riforma legislativa di qualche interesse da parte del centro-destra? No. Anzi, abbiamo sentito invocare e, in alcuni casi imporre, proprio dal centro-destra la carcerazione preventiva come risposta obbligata ai reati di maggiore allarme sociale.

Vogliamo un altro esempio del carattere classista e discriminatorio della legislazione penale? Con una delle norme del cosiddetto “pacchetto sicurezza” nel 2009 si è aumentato il parametro di conversione delle pene detentive in pene pecuniarie da 38 a 250 euro per giorno, di fatto pregiudicando la possibilità per i meno abbienti di accedere a questo beneficio. E quale sarebbe la ratio di una siffatta norma? Quella, puramente propagandistica, di mostrare la faccia feroce in favore della telecamera. E di scambiare, di fatto, un’entrata di 38 euro con un’uscita di tre volte superiore, visto che la spesa per detenuto è stata nel 2010 di 113 euro giornaliere.

Anche sulle risorse, si gioca una partita che il sovraffollamento rende difficile. Mentre infatti negli ultimi tre anni la popolazione detenuta è quasi raddoppiata, passando dalle 39.005 unità del 1° gennaio 2007 alle 67.961 del 31 dicembre 2010, la spesa media giornaliera procapite è scesa del 43 per cento: nel 2007 era di 198,4 euro. Se si vuole riequilibrare la dinamica della spesa, i cui tagli appaiono ictu oculi punitivi, e migliorare un’edilizia penitenziaria degradata, che costringe al degrado quanti vi risiedono stipati, occorre ancora muovere la fantasia per la predisposizione di un piano carceri realistico. E da questo punto di vista, può soccorrere una logica di mercato intelligente. Nella mozione di FLI si chiede al governo di favorire “forme di partecipazione privata ai programmi di edilizia penitenziaria, utilizzando quegli strumenti di mercato che possono incentivare gli investitori privati”.

Perché non si dovrebbe scambiare un carcere nuovo, costruito e consegnato chiavi in mano all’amministrazione penitenziaria, con un carcere vecchio e difficilmente convertibile, ma interessante e profittevole per un privato che volesse destinare quell’edificio o quella cubatura ad un uso diverso? Ma per fare questo e quant’altro serva per civilizzare le carceri italiani occorrerebbe, forse, che il Cav. fosse abbastanza libero e forte da pensare non solo ai propri processi, ma anche alla “galera degli altri”.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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