– Se un giudice ti condanna al massimo della pena per strage, poi vieni assolto in appello, il tuo nome, comunque, resta macchiato indelebilmente. Se il giudice si chiama Richard Goldstone e l’imputato è lo Stato di Israele, non parliamo solo di un’ingiustizia, ma di un pericolo per molte vite.

Richard Goldstone è il noto giudice sudafricano che, nel 2009, si prese il difficile incarico di redigere un rapporto sulla violazione dei diritti umani a Gaza per conto del Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu. A Gaza era appena finita l’Operazione Piombo Fuso, lanciata da Israele il 27 dicembre 2008 per rispondere ai continui e sempre crescenti lanci di razzi di Hamas contro le città, i kibbutz e i moshav (cooperative agricole) del Negev occidentale.Le operazioni militari cessarono nel gennaio del 2009 e spezzarono la capacità di combattere di Hamas per almeno un anno. Solo in queste settimane le città israeliane stanno tornando a correre seri rischi a causa di una rinnovata offensiva di attentati, lanci di razzi e colpi di mortaio di Hamas.

Il rapporto Goldstone, però, pubblicato nel settembre del 2009 e approvato ufficialmente dall’Onu il 16 ottobre di quell’anno, condannò unilateralmente Israele. L’esercito con la stella di David non solo fu considerato responsabile di crimini di guerra, ma anche di “crimini contro l’umanità”. Nel rapporto, il team Goldstone scrisse che i soldati ebrei prendevano ostaggi, sparavano sui civili, usavano scudi umani, colpivano indiscriminatamente edifici civili, impiegavano armi proibite dalle leggi di guerra (come le ormai famose bombe al fosforo).

Si diede ascolto, insomma, a tutte le voci (anche quelle smentite dall’Idf e non provate) diffuse dalle associazioni pacifiste nei mesi successivi all’offensiva di Gaza. Venne ignorato del tutto lo sforzo dell’esercito israeliano teso a evitare vittime civili. Non si fece cenno delle telefonate, casa per casa, che venivano effettuate per avvertire gli abitanti degli imminenti bombardamenti, a costo di perdere. L’uso di scudi umani da parte di Hamas, sistematico, massiccio, documentato anche da filmati, non venne preso in considerazione dal team di Goldstone. Nella sua presunta imparzialità, il team dell’Onu non diede ascolto ai testimoni civili palestinesi, non diede voce a tutti coloro che, nei mesi successivi al conflitto, raccontavano ai reporter di miliziani jihadisti che entravano nelle loro case, costringendoli a rimanere nei loro appartamenti, anche dopo aver ricevuto gli avvertimenti dell’esercito israeliano.

Nel rapporto si leggeva solo che: “La Missione (il team di Goldstone, ndr) ha riscontrato una certa riluttanza da parte delle persone intervistate a Gaza nel discutere le attività dei gruppi armati. In base alle informazioni raccolte, la Missione ha comunque riscontrato che durante le operazioni militari i gruppi armati palestinesi erano presenti nelle aree urbane ed hanno lanciato razzi da tali zone. Probabilmente i combattenti palestinesi non si sono sempre adeguatamente distinti dalla popolazione civile. La Missione non ha tuttavia trovato alcuna prova che suggerisse che i gruppi armati palestinesi direzionassero i civili verso le aree sotto attacco o obbligassero i civili a rimanere entro le vicinanze degli attacchi”. Agli jihadisti palestinesi venne rimproverato solo il lancio di razzi contro le città israeliane del Sud. Ma anche qui sfuggiva completamente la portata del crimine. Quindicimila razzi in otto anni di incessante bombardamento.

Forse un giudizio così unilaterale è suonato troppo fazioso anche allo stesso Goldstone. Tant’è vero che, il 1mo aprile scorso, al quotidiano Washington Post ha mandato il suo “atto di pentimento”: “Oggi noi sappiamo molte cose in più su quello che è successo nella guerra di Gaza del 2008-2009 di quanto ne sapevamo quando ho presieduto la Commissione di inchiesta nominata dal Consiglio per i Diritti Umani che ha prodotto quello che è a conosciuto come il Rapporto Goldstone. Se avessi saputo allora ciò che so adesso, il Rapporto Goldstone sarebbe un documento diverso”.

Nel punto saliente del suo articolo, Goldstone scrive: “I crimini commessi da Hamas va da sé che sono stati intenzionali – i suoi razzi sono stati volutamente e indiscriminatamente lanciati contro obiettivi civili. Le accuse di intenzionalità rivolte a Israele erano basate sulla morte e il ferimento di civili in situazioni in cui la nostra missione non aveva nessun elemento per trarre delle considerazioni ragionevoli. Le inchieste pubblicate dai militari israeliani e fatte proprie nella relazione della commissione delle Nazioni Unite hanno stabilito la validità di alcuni incidenti da noi indagati relativi a singoli soldati e nel contempo hanno indicato che i civili non sono stati volutamente presi di mira in seguito ad una decisione politica”. Detto in poche parole: Hamas mirava a uccidere deliberatamente i civili, Israele no. Se lo fece, fu a causa di errori. Occorreva attendere tre anni prima di giungere a una conclusione così evidente già nel 2009?

Goldstone si dice sconcertato dall’interpretazione che fu data al suo rapporto, al momento della pubblicazione: “Ciò che non è stato riconosciuto con la necessaria attenzione è che il nostro rapporto ha sancito per la prima volta che gli atti illegali e terroristici di Hamas sono stati condannati dalle Nazioni Unite. Avevo sperato che la nostra indagine su tutti gli aspetti del conflitto di Gaza avrebbe dato inizio ad una nuova era di imparzialità del Consiglio per i diritti umani, il cui storico pregiudizio contro Israele non può essere messo in dubbio”.

Il giudice, dunque, ammette candidamente di lavorare per un tribunale fazioso e di essere stato sin troppo tenero nel suo verdetto. Ma soprattutto dimostra perplessità sui suoi effetti: “Per lo meno mi aspettavo che di fronte ad una constatazione evidente che i suoi militanti stavano commettendo gravi crimini di guerra, Hamas avrebbe potuto limitare i suoi attacchi. Purtroppo non è stato così. Altre centinaia di razzi e di colpi di mortaio sono stati diretti contro obiettivi civili nel sud di Israele”. Ovvio: Hamas, come tutto il resto dell’opinione pubblica mondiale, intese il rapporto come una condanna unilaterale contro Israele e una legittimazione internazionale alle sue future operazioni contro lo Stato ebraico.

Ma gli spettatori “neutrali” hanno reagito malissimo a questo atto di pentimento. Si sa da questa settimana che il New York Times, il più prestigioso quotidiano (progressista) americano, disponeva di una copia dell’editoriale di Goldstone prima che venisse pubblicata dal Washington Post, ma ha deciso di tenerla in un cassetto, bucando uno scoop… per cosa? Per evitare che non cambiasse l’immagine della “guerra sporca” di Israele. Non ci sono altre spiegazioni possibili.

Human Rights Watch, la più prestigiosa (e solitamente imparziale) Ong in difesa dei diritti umani, ha difeso la validità del Rapporto Goldstone scavalcandone addirittura l’autore. “Goldstone non ha mai ritrattato la sua accusa sulla violazione delle leggi di guerra, da parte di Israele”, scrive il suo direttore Kenneth Roth. Il senso della lettera di Goldstone, però, è chiarissimo: i crimini di Israele sono errori, non uccisioni deliberate di civili. Human Rights Watch sembra dispiacersene, invece che rallegrarsene.

Tanto, il rapporto Goldstone, così come fu scritto nel 2009, resta lì dove è, agli atti, quale giudizio ufficiale dell’Onu sul caso Gaza. L’autore stesso, pur esprimendo tutto il suo rammarico, si oppone a un suo eventuale ritiro.