Liberalismo e collettivismo, due chiavi per intendere la democrazia

Le teorie politiche si possono dividere in due categorie: quelle individualiste e quelle collettiviste. Nelle prime al centro dell’analisi politica c’è la persona che decide cosa fare nella propria vita, nelle seconde al centro è posta invece la collettività che prende decisioni vincolati per tutti i suoi membri.

Questi due approcci alla società umana si ripresentano in innumerevoli versioni in politica, economia, filosofia politica, filosofia morale e filosofia del diritto.

Confrontando il “Secondo trattato sul governo” di Locke e “Il contratto sociale” di Rousseau si nota il contrasto inconciliabile tra il primo, che difende le regole della convivenza tra individui reali, e il secondo, interessato solo ad una mitologica volontà generale superiore.

L’individualismo ha toccato il punto più basso di popolarità con i totalitarismi del XX secolo, l’apoteosi del collettivismo: fino agli anni ’70, in economa c’era chi sosteneva che lo Stato dovesse pianificare il mercato, come in Unione Sovietica. Oggi nessuno crede in una castroneria del genere, anche se ancora si sogna l’IRI.

Il pensiero giuridico è anch’esso diviso in due tronconi: quello che dà allo Stato il monopolio del giuridico (il giuspositivismo), e quello che fa discendere il giuridico dall’azione individuale (in primis Bruno Leoni), senza ridurlo ad un fiat del legislatore. Dal punto di vista delle finalità del diritto, poi, c’è chi ritiene questo uno strumento mediante la quale le persone curano i propri affari, e chi uno strumento per realizzare “finalità collettive” da imporre ai membri del corpo politico, trasformando il diritto privato in diritto amministrativo.

E che dire dell’etica? La responsabilità, il merito, la colpa, la vergogna, sono concetti individuali o collettivi? Esiste una sovra-coscienza collettiva, magari incarnata nello Stato? Quanto spesso la vuota frase “è colpa della società” viene utilizzata per sottintendere che la responsabilità è di tutti tranne di chi agisce?

Il liberalismo del XX secolo è stato un liberalismo monco: invece di difendere l’autonomia e la libertà individuali, ci si è spesso accontentati di moderare l’attività politica. E così è nato il mitologico liberalismo non liberista: la libertà di iniziativa economica formale, temperata quando necessario da aliquote fiscali al 90%, e dalla necessità di licenze e permessi.

Il peccato mortale del pensiero politico contemporaneo è l’illusione che il diritto di voto sia un sostituto adeguato della libertà di scegliere cosa fare della propria vita (libertà che implica quella economica, cioè sui mezzi), confondendo la libertà individuale dei moderni con la “libertà” degli antichi: la democrazia è il diritto di tutti di scegliere per tutti, la libertà è il diritto di ognuno di scegliere per sé.

Siccome viviamo in un mondo culturalmente collettivista, si sente ancora nell’aria lo spettro dell’individualismo atomista, che non è però altro che una versione della fallacia collettivista, secondo cui tutto ciò che è sociale è politico, come se scambiare un bicchiere di latte per una fetta di crostata sia paragonabile a costringere i giovani a pagare le pensioni ai vecchi mediante la coercizione fiscale.

La fallacia collettivista vuole ricondurre tutta la società alla politica, cioè alle decisioni collettive, ed è onnipresente nel dibattito pubblico: la si vede quando si vuole “democratizzare” questa o quella istituzione di libero mercato, o addirittura la famiglia. La democrazia collettivista non sarà paga finché la verità scientifica non verrà acclamata tramite plebiscito. L’ideologia della democrazia collettivista è fondamentalmente totalitaria (nel senso di Talmon), in quanto desidera una palingenesi sociale realizzata con mezzi politici, e l’onnipervasività di queste finalità collettive rappresenta l’essenza della democrazia illiberale, mentre al contrario la democrazia liberale si basa sull’idea che lo Stato è uno strumento per perseguire meglio alcuni fini individuali condivisi difficili da realizzare senza la coercizione politica.

Il mito dell’atomismo lo si vede in innumerevoli critiche all’individualismo: “gli individui non nascono nel vuoto“, “i rapporti sociali sono importanti“. Ma il liberalismo non ha mai negato ciò: come tutte le dottrine politiche, riguarda persone che interagiscono tra loro, non Robinson Crusoe. La fallacia collettivista impedisce  di immaginare una società non fondata su decisioni collettive, ma è solo mancanza di fantasia.

Per fortuna al giorno d’oggi certi livelli estremi di collettivismo sono impensabili, come la pianificazione economica. La battaglia continua però su molti fronti: l’individualismo continua a fare progressi, nonostante il fuoco di sbarramento dei luoghi comuni. Ma l’essenza delle nostre istituzioni politiche, dei nostri concetti politici, della nostra visione della società è ancora collettivista: ce n’è di strada da fare, per recuperare margini di libertà erosi dall’estensione continua del dominio del politico sulla società


Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

6 Responses to “Liberalismo e collettivismo, due chiavi per intendere la democrazia”

  1. Scusate, scusate, scusatemi; io sono convinto che, poiché questi politici non vogliono e/o non sono all altezza di salvare questo paese; dobbiamo chiederlo noi con forza, alla comunicazione (giornali, radio, televisioni, internet e cinema), a tutti. Anche loro possono, se vogliono. Ma, poiché non vogliono, dobbiamo costringerli; io da solo non ce l’ho fatta e sono negli armadi di tutti, di giornali di radio e di televisioni (verificate, verificate; “ma ci vuole un pò di coraggio”); “grazie”, a tutti quelli che lo sanno e, pur potendo, non muovono un dito. Quanti sono? Sono assai. In mancanza, al buio totale, conviene credere e preferire il Paradiso; comportandosi in maniera da meritare meno Purgatorio possibile. Di questo, non sono convinto, sono sicuro…. “Ridete, ridete”. Questo email, lo farò girare come al solito ove possibile. Ma le speranze di successo sono minime, assai minime; come ampiamente spiegato e dimostrato a, perchenonsonopiudemocratico.it

  2. lodovico scrive:

    aggiungerei solo che molti danni e molta cattiva informazione dipendono dalla nostra costituzione che non ci aiuta ad esser responsabili della nostra libertà. E poi basta menzionare i padri costituenti: con tale termine ci si riferiva alla costituzione americana, di cui noi non ne abbiamo traccia.

  3. MauroLIB scrive:

    Sono assai pessimista. Il collettivismo si realizza in due modi. Con la violenza e la coercizione, e lo abbiamo visto nel XX secolo, oppure per manifesta volontà dei popoli ‘democraticamente’ espressa, ed è quello che ci stanno regalando le democrazie ovunque nel mondo, anche negli Stati Uniti.

    Sto maturando la convinzione che la democrazia si evolve naturalmente in un socialismo collettivista temperato (per ora) dal rifiuto della violenza di stato troppo manifesta. C’è poi la violenza non manifesta, sostenuta e appoggiata dal consenso popolare. Esempi? La spoliazione sistematica dei frutti del tuo lavoro con una tassazione da rapina lodata dai bravi cittadini come un ‘dovere’ civico. Il mantra contro gli evasori cos’altro è se non questo? Oppure le richieste di sostegni, incentivi, sussidi e ammortizzatori di tutti i tipi largamente concessi a debito e a inflazione in cambio di voti che garantiranno il potere alle caste politiche.

    E se questo lavaggio del cervello è così potente da aver corrotto anche le menti di coloro che si sentono genuinamente liberali (e sono un’esigua minoranza), che speranza c’è che i concetti di libertà e centralità dell’individuo di Jefferson (ora scordati anche oltre oceano), possano diffondersi nel popolo che va a votare?

  4. Pietro M. scrive:

    Sono anch’io estremamente pessimista sulla democrazia, tranne per un piccolo dettaglio: i politici e le lobby campano grazie a chi lavora, intraprende, risparmia, che viene depredato per il loro vantaggio, dunque non possono uccidere la libertà economicamente, altrimenti dovrebbero vivere di bacche e radici.

    Il problema è che la concorrenza elettorale è forte e dunque è facile andare oltre il livello sensato di oppressione politica (sensato per chi comanda, ovviamente) perché è difficile fermarsi in tempo, quando i demagoghi peggiori – che danneggiano il futuro della classe politica stessa – guadagnano voti con le loro scemenze.

    Ma dato che la concorrenza politica è imperfetta, e fondamentalmente gran parte dei politici è “unaccountable”, è plausibile che quando servirà sapranno fare un passo indietro per salvarsi la poltrona.

  5. Daniele Venanzi scrive:

    Grande citazione di Constant, sempre viva!

Trackbacks/Pingbacks