Articolo 18/Welfare: quando FLI sceglie di essere la frontiera del nuovo centrodestra

di PIERCAMILLO FALASCA – E’ una proposta coraggiosa quella lanciata ieri da Gianfranco Fini. E’ un progetto di legge di FLI redatto da un gruppo di lavoro di Libertiamo e depositato alla Camera dei Deputati da Benedetto Della Vedova e Enzo Raisi. In materia di lavoro dipendente, la proposta ricalca, con qualche differenza, il modello elaborato dal giuslavorista e senatore del PD Pietro Ichino (pubblicamente appoggiato da Luca Cordero di Montezemolo e da Nicola Rossi), associandolo ad un sistema di tutele simile a quello vigente in Danimarca.

La sfida è superare il drammatico dualismo del mercato del lavoro, aprendo le porte del welfare ai giovani lavoratori, che sulla base della nuova tipologia contrattuale beneficerebbero – in caso di perdita del lavoro – di un’indennità di licenziamento pari a una mensilità per ogni anno di servizio e di un robusto sussidio di disoccupazione di durata annuale. Per fare un esempio, se un lavoratore assunto sulla base del nuovo contratto perdesse il lavoro dopo due anni di servizio, al datore di lavoro tale licenziamento costerebbe due mensilità aggiuntive, mentre lo Stato interverrebbe con un sussidio pari al sessanta per cento dell’ultimo salario per i primi sei mesi, al cinquanta per cento per i successivi quattro e al quaranta per cento per gli ultimi due mesi.

Agli imprenditori si offrirebbe la possibilità di “pagarsi” la maggiore libertà di assunzione e licenziamento, al lavoratore privo di tutela di welfare e con bassi contributi pensionistici si concederebbe finalmente la possibilità di uscire dalla trappola della precarietà.

L’abrogazione della “giungla dei contratti atipici e precari” – come l’ha definita ieri Fini in una nota diramata dal suo portavoce – avrebbe poi una funzione di neutralizzazione della variabile regolatoria, fiscale e contributiva nelle scelte di assunzione delle imprese. Troppo spesso le decisioni aziendali sono condizionate e distorte dalle formule contrattuali, dalle agevolazioni fiscali e dalle decontribuzioni (annualmente modificate e sempre meno comprensibili) o dalla necessità di “sfuggire” all’Articolo 18. Lo “scambio” consentito dal contratto unico impone allo Stato un passo indietro: sulla base di regole semplici – tutti a tempo indeterminato, ma tutti licenziabili – il rapporto di lavoro torna ad essere un libero contratto tra le parti, stipulato anzitutto sulla base della produttività. Allo Stato si affida il compito che gli è più proprio: tutelare i disoccupati offrendo loro sostegno al reddito, condizionato alla ricerca attiva di un’occupazione, senza alcuna discriminazione tra settori e dimensioni aziendali. Accanto al dualismo delle formule contrattuali di cui oggi soffre il mercato del lavoro italiano, l’altra piaga è l’iniquità di un welfare che permette – grazie alla connivenza dei sindacati, più interessati a sedere ai tavoloni delle grandi trattative che a rappresentare i precari – ai dipendenti di Alitalia di godere di sette anni di cassa integrazione, mentre al giovane panettiere lasciato senza lavoro al termine del suo contratto a termine non spetta nulla. Proprio il principio di non discriminazione è il punto focale del nostro progetto di legge.

In un sondaggio di Repubblica.it sul contratto unico evocato dal presidente di FLI, i favorevoli e i contrari si equivalgono, segno che anche in una platea tendenzialmente orientata a sinistra si è colto il senso pragmatico della proposta. Ad un PD che alle parole di Fini risponde stizzito, mettendo nei fatti Pietro Ichino in minoranza e compiendo un pericoloso passo indietro, si accompagna la contrarietà urlata della Cgil che non s’accorge che la proposta Raisi-Della Vedova – se diventasse legge – riguarderebbe milioni di giovani lavoratori che i sindacati non sanno più rappresentare. Nessuna parola, invece, da quella maggioranza di centrodestra che, con il ministro Sacconi, avrebbe il dovere di rispondere con mosse concrete alla piaga del precariato e all’asfissia regolatoria cui sono soggette le imprese. E’ il segno di una scelta precisa, quella del Governo: sopravvivere, evitando qualsivoglia riforma “socialmente sensibile”, addormentare il dibattito pubblico e distrarlo dai temi dell’economia e del lavoro.

Se c’erano dubbi sul fatto che FLI sia un partito di centrodestra, di un nuovo centrodestra, e che allo stesso tempo ciò non impedisca utili convergenze con tutti i riformatori di buona volontà (come Ichino, Rossi e Montezemolo), la sfida posta dal progetto Raisi-Della Vedova risponde nel modo migliore.

(A questo link è possibile scaricare il testo della proposta in formato PDF)


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

11 Responses to “Articolo 18/Welfare: quando FLI sceglie di essere la frontiera del nuovo centrodestra”

  1. Roberto Patrone scrive:

    beh ora montezemolo non lo metterei a sinistra

  2. Piercamillo Falasca scrive:

    E chi lo ha messo a sinistra?

  3. Lorenzo scrive:

    Mi ha un sorpreso la risposta molto netta e negativa di Tiraboschi sul sole di oggi. Che ne pensi?

  4. Francesco scrive:

    @Lorenzo: se Tiraboschi è contrario vuol dire che la strada intrapresa è quella giusta!
    fs

  5. Piercamillo Falasca scrive:

    Mi dispiace dirlo, ma Tiraboschi non ha nemmeno letto la proposta. Credo che domani uscirà un editoriale di Ichino sul Sole in replica a Tiraboschi, almeno così mi ha detto lo stesso Ichino… In più, Tiraboschi sconta intellettualmente il suo essere consulente di Sacconi…

  6. Massimo74 scrive:

    Continuo a non capire perchè persone come della vedova o falasca che a parole si definiscono coerentemente liberali,pensino poi che lo stato sia legittimato ad intromettersi nelle faccende private dei rapporti tra cittadini adulti e consenzienti.
    Comunque al di là di questo,vorrei capire se con questa legge il contratto nazionale di lavoro rimane o viene superato e se i fauturi di questo decreto sono favorevoli o meno ad abolire il salario minimo d’ingresso,che oggi rappresenta la causa principale della disoccupazione dilagante,sopratutto nel mezzogiorno d’italia.

  7. step scrive:

    Lo Stato che “tutela” i disoccupati mediante un sostegno al reddito? Neanche in Corea del Nord… Alla faccia del libertarismo…

  8. Marianna Mascioletti scrive:

    In Corea del Nord forse no. In Belgio, Danimarca, Germania, Irlanda, Austria, Finlandia, Svezia, Francia, Gran Bretagna e Olanda, invece, sì.
    Cazzo, siamo in URSS e non ce ne siamo accorti. Meno male che gli acuti (nonché rigorosamente anonimi) commentatori di Libertiamo ci aiutano a smascherare il grande complotto.

  9. Alba scrive:

    L’alternativa alla proposta sensata e risolvente di cui sopra (ma DI CERTO osteggiata da ogni buon catto-fascio-comunista, fra cui metto anche il fascista mai pentito, neppure ex, fatto or ora Sottosegretario del Lavoro), è proprio andarci a vivere in Francia, o negli USA…dove non mi risulta siano dalla parte della Corea del Nord…

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