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Gbagbo catturato, Costa d’Avorio verso la pace, Parigi gongola

– Laurent Gbagbo è stato catturato ieri, insieme alla moglie, dalle truppe fedeli al suo rivale Alassane Ouattara. E’ l’epilogo, si spera, della guerra civile che da mesi insaguinava la Costa d’Avorio dopo le elezioni presidenziali del 2010 in cui Gbagbo, presidente uscente,  si era rifiutato di cedere il potere al vincitore riconosciuto dalla commissione elettorale ivoriana e dalla comunità internazionale Alassane Ouattara.

La situazione era precipitata quando forze militari vicine a Ouattara avevano iniziato a scontrarsi con quelle ancora leali a Gbagbo, dando il via alla marcia verso Yamossoukro (la capitale) e Abidjan (il centro economico del paese) dove Gbagbo, fino a ieri, continuava a occupare la residenza presidenziale.

I combattimenti avevano riacceso le tensioni etniche che dividono il paese, scatenando un triste “revival” della guerra civile che aveva devastato la Costa d’Avorio dopo la morte del suo primo presidente, Felix Houphouët-Boigny, tra il 2002 e la fine del 2004, causando migliaia di vittime. Tensioni xenofobiche contro gli immigrati di altri paesi africani, divisioni etniche interne (cristiani a sud e musulmani a nord) e problemi economici avevano condotto la Costa d’Avorio, già “miracolo” economico dell’Africa occidentale e membro cruciale dell’unione monetaria regionale, nel baratro della guerra civile.

Gbagbo, presidente dal 2000, era alla testa di un governo di unità nazionale (con Guillaume Sorò come primo ministro) come previsto dal trattato di pace del 2007 che aveva concluso ufficialmente la guerra civile e che doveva traghettare il paese ad elezioni presidenziali libere già in quell’anno. Nonostante questo mandato il governo aveva continuato a rimandare le elezioni dando così la possibilità a Gbagbo, cristiano del sud, di consolidare il suo controllo sulla parte nord, quella musulmana, del paese. Infatti, nonostante l’utilizzo di una forte retorica nazionalista e unitaria, Gbagbo aveva continuato a fare in modo che le forze paramilitari a lui vicine (i giovani patrioti, bande di ragazzi armati comandati dal ministro della gioventù) terrorizzassero immigrati, musulmani ed i suoi oppositori.

Dopo un censimento dei votanti, il primo turno delle elezioni presidenziali si era finalmente tenuto nell’ottobre del 2010 mettendo i tre candidati (Gbagbo, Ouattara ed un altro ex presidente, Henri Konan Bedié) alla prova del voto. I risultati del primo turno, che avevano visto Gbagbo in testa con Ouattara secondo e Bedié terzo, erano stati ufficializzati subito nonostante alcuni dubbi espressi dai diversi media della regione.

Il secondo turno aveva quindi visto opposti Gbagbo e Ouattara (che riceveva il supporto di Bedié ormai fuori gara) ed era qui che iniziavano le controversie. La commissione elettorale aveva dichiarato Ouattara vincitore con il 54% dei voti mentre il consiglio costituzionale aveva dichiarato nulli i voti di alcune regioni del nord e Gbagbo come vincitore. Gli osservatori internazionali, ONU in testa, dichiaravano le elezioni “free and fair” ed incoronavano Ouattara come vincitore. Le “nuove forze” (le milizie del nord del paese durante la guerra civile) ed il primo ministro uscente Sorò si erano subito schierati a favore di Ouattara chiedendo le dimissioni di Gbagbo e facendo salire la tensione nel paese.

Ne era seguita una lunga fase di stallo che aveva visto i giuramenti di entrambi i “presidenti” Ivoriani, la nomina dei nuovi primi ministri (l’uscente Sorò per Ouattara e Gilbert Akè per Gbagbo) e l’inizio delle negoziazioni internazionali per arrivare ad una soluzione pacifica della contesa (con annesso esilio dorato per Gbagbo).

Ma questa fase si concludeva con i rastrellamenti delle forze di Gbagbo contro i quartieri di Abidjan vicini a Ouattara ed in vari villaggi, causa di un numero alto di morti e feriti.

Queste prime avvisaglie di guerra civile avevano indotto gli Stati Uniti, l’Unione Europea e l’Unione Monetaria dell’Africa Occidentale a sanzionare la Costa d’Avorio – bloccandone, in effetti, l’economia, visto che la Costa d’Avorio è parte dell’unione monetaria e gli Stati Uniti e la UE sono i suoi primi partner commerciali – fino alla risoluzione pacifica della disputa elettorale. L’opposizione della Francia, l’ex potenza coloniale presente nel paese con una considerevole forza militare, e Stati Uniti a Gbagbo ed il loro supporto a Ouattara erano stati particolarmente forti.

Oggi, con Gbagbo catturato e Ouattara che può finalmente iniziare, a meno di grandi sconvolgimenti,  a prendere le redini del paese, la Costa d’Avorio si trova a dover fronteggiare enormi sfide per rilanciare il paese e l’economia, riportare a casa i 400,000 Ivoriani che secondo l’ONU hanno lasciato il paese e mettere la parola fine agli odi razziali che hanno motivato la maggior parte delle morti secondo gli osservatori internazionali. Per dare un’idea di quanto questo breve conflitto sia stato sanguinoso basti immaginare che, in una città dell’ovest del paese, in una giornata sono morte più di 800 persone, soprattutto civili.

La comunità internazionale, con in testa Unione Africana ed Unione Europea, dovrà assolutamente aiutare la Costa d’Avorio a ritrovare stabilità e pace interna dopo un conflitto che ha messo a serio rischio la stabilità regionale.

La Costa d’Avorio è cruciale in particolare per la Francia.

Parigi mantiene lì un grosso contingente militare e resta di gran lunga il partner economico più importante di questo paese con interessi economici vasti e ad ampio raggio, con imprese francesi che mantengono posizioni egemoniche nella maggior parte dei settori produttivi del paese (si pensi che un’impresa tricolore ha perfino gestito il censimento dei votanti per le elezioni del 2010). È indubbio che la salvaguardia di questi interessi e la storica ostilità di Gbagbo verso Parigi abbiano giocato un ruolo importante nella decisione di Sarkozy di intervenire. La reazione tricolore alla crisi Ivoriana, così come alle proteste in Gibuti, hanno provato quanto la Francia tenga ancora al suo ruolo nella francafrique.

La rimozione di Gbagbo (le cui milizie hanno attaccato per anni interessi economici stranieri) sarà ricevuta con un sospiro di sollievo anche da altre cancellerie europee e dagli Stati Uniti. L’Unione Europea rimane il mercato di riferimento per il cacao ivoriano che resta il prodotto più importante del paese.

In ultimo, una Costa d’Avorio di nuovo pacifica e prospera potrà aiutare, e non poco, l’ulteriore sviluppo dell’unione monetaria dell’Africa occidentale che resta una delle più importanti success stories del continente. Il superamento delle tensioni etniche e contro i migranti di nazioni vicine all’interno della Costa d’Avorio può dare un impulso decisivo all’integrazione delle economie regionali che può far fare il salto di qualità a questi paesi.

La strada verso la normalizzazione dopo questo corto, sanguinoso, assurdo e ancora non del tutto concluso, conflitto è ancora molto lunga ma, uscito di scena Gbagbo, si può, e si deve, ben sperare.

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Autore: Edoardo Troina

Catanese, 23 anni. Laureato alla Royal Holloway University of London, in Politica e Relazioni Internazionali. Dopo varie esperienze di lavoro presso il Parlamento inglese, la Commissione e il Parlamento Europei è, attualmente, presso la Beijing International Studies University a Pechino dove studia cinese mandarino come vincitore di una borsa di studio del Governo Cinese.

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