– La proposta del Ministro Tremonti al recente convegno sul Salone del risparmio a Milano suscita interesse e curiosità.
In sostanza, il Ministro propone di prevedere, per le imprese che investono e contribuiscono a rilanciare l’economia e favorire l’occupazione a Milano, un regime fiscale favorevole sulla falsariga di quello di Dublino in Irlanda o (sottolinea il Sindaco Moratti) di Londra nel Regno Unito; sarebbe anche già pronto un decreto. Se modelli simili sono già stati sperimentati con successo in paesi comunitari perché non importarli, facendo un po’ di shopping legislativo?

Ci si domanda, in primo luogo, se un provvedimento di tale portata sia compatibile a livello europeo. La risposta è positiva in quanto sarebbe considerato non contrario alle norme comunitarie sulla leale concorrenza fiscale, dal momento che la fiscalità diretta è un’esclusiva dei singoli membri e, non trattandosi di aiuti di stato o di una tassazione pregiudizievole, un’eventuale intromissione dell’Unione in materia comporterebbe ingerenza in un settore che, per scelta dei singoli membri, deve rimanere fuori dal suo controllo.

L’idea non è nuova. Forte di una storia e di una collocazione geografica particolare (e spinta dalla medesime prossime esigenze elettorali amministrative) la proposta del Ministro è stata battuta sul tempo dall’associazione Triesteuropea, la quale – si legge nell’omonimo blog – nel quadro di un “ … progetto di sviluppo complessivo della città, mira ad “ … arrivare ad una “special economic zone” come Shenzen ed in parte Singapore con delle “urban development corporations zone” come i Docklands di Londra. Questo progetto insieme ad una tassazione attraente (una flat tax intorno al 20 % per le aziende) risolverebbe i problemi dell’area, a partire dalla concorrenza slovena, al problema delle bonifiche, allo sviluppo del porto, alle aree inquinate etc. ”.

Per chi fosse interessato, il progetto verrà presentato mercoledì 12 maggio alle 10.30 al Caffè Tommaseo. Si tratta di un’iniziativa – si legge nel blog – “che porterebbe nelle casse dello Stato italiano intorno ai 15 miliardi di euro di entrate perché, tra l’altro, questa zona economica speciale triestina creerebbe altre microaree in Regione, e altre zone del genere nel resto d’Italia, frenando le delocalizzazioni degli imprenditori non solo triestini che sarebbero attratti dalle agevolazioni triestine e regionali e lancerebbero quindi il ‘made in Trieste’. Questa è una proposta reale e fattibile per una Trieste europea e non chiusa e isolata come vuole la nostra classe dirigente”.

Ora, la proposta di utilizzare la leva fiscale per attrarre investitori e agevolare l’impresa è senz’altro da condividere, ma, indipendentemente da quello che potrebbero essere le non irrilevanti conseguenze in ordine alla rilocalizzazione delle strutture produttive, viene il dubbio che, nel paese degli ottomila comuni e delle mille opinioni, ciascuno si senta poi autorizzato ad alzare il ditino per invocare provvedimenti simili per la propria città o aerea geografica.

Perché Milano si e gli altri no? Forse che Roma, Venezia, Firenze e quant’altro non hanno titolo di chiedere provvedimenti analoghi anche per il solo rilancio del turismo? Nelle more di leggere per esteso il testo del decreto, nel tempo in cui i localismi sembrano avere il sopravvento un provvedimento così marcatamente territoriale potrebbe alimentare la tentazione che ciascuno invochi la propria specificità, con l’inevitabile conseguenza di intasare ulteriormente il già alto tasso di litigiosità.