Google nel limbo dell’Antitrust

– E’ la primavera delle denunce all’Antitrust contro Google e il mercato delle fusioni-acquisizioni ristagna, mentre il cielo polveroso del business di Mountain View, nella contea di Santa Clara, arde di luce temporalesca. Autorità di controllo, procuratori generali, Commissione europea, Dipartimento di Giustizia americano, abbarbicati negli uffici degli angoli più disparati del mondo, sono intenti a passare in rassegna gli algoritmi, le policy, le pratiche commerciali della compagnia californiana, per determinare se essa distorce i risultati forniti dai motori di ricerca a favore dei propri servizi penalizzando quelli dei concorrenti o impone clausole di esclusività ai partner commerciali.

Il primo a stringere l’assedio attorno al gestore del più grande motore di ricerca al mondo è stato Greg Abbott, il procuratore generale del Texas, dal cui ufficio nel 1997 furono avviate indagini analoghe contro Microsoft, l’altro gigante che allora in molti ritenevano minacciasse la libera concorrenza. La stessa Microsoft che lo scorso 24 marzo ha annunciato di aver depositato la sua denuncia presso la Commissione europea contro Google, entrando in un procedimento già in corso per abuso di posizione dominante, sostenendo che la compagnia californiana renderebbe difficile l’accesso ai contenuti di You Tube (di proprietà Google) se si usano motori di ricerca concorrenti. E’ a dir poco bizzarro che un’azienda monopolista usi la normativa dell’Unione europea contro un altro presunto monopolista. Ma da Bruxelles, il portavoce di Mountain View si dichiara assolutamente “non sorpreso dal fatto che Microsoft abbia fatto questo, dal momento che una delle loro controllate è stata una delle prime a denunciarci. Da parte nostra, continuiamo a discutere il caso con la Commissione e saremo felici di spiegare, a chi lo desidera, come funziona la nostra attività”. 

Nel Wisconsin, il procuratore generale J.B. Van Hollen ha fatto sapere di aver messo sotto osservazione l’ultima acquisizione di Google, quella avente come target ITA, produttore di software basato a Cambridge, nel Massachusetts, che fornisce i dati delle tariffe aeree ai siti dei tour operator. Operazione sulla quale è già al lavoro il Dipartimento di Giustizia statunitense, per stabilire se l’acquisizione di ITA Software Inc. rappresenta una minaccia nel business della ricerca online di informazioni sui viaggi.

Non molto tempo fa, la cessione a Google rappresentava una delle migliori alternative alla quotazione in borsa per una start-up tecnologica di successo. YouTube ha fatto esattamente questa cosa. Lo stesso ha fatto AdMob – insieme ad altre società a partire dal 2005 fino alla fine dello scorso anno – ma da qualche tempo la macchina M&A di Google è ferma ai box.

Il monolite dei motori di ricerca non ha perso la sua voglia di espandersi. Né è privo di mezzi per farlo. In cassa il cash flow abbonda, mentre il management esamina costantemente, chirurgicamente, buone idee, tecnologie emergenti e di talento in erba su cui investire. Il problema è limbo antitrust. Il solo affare considerevole dello scorso anno – i 700 milioni dollari dell’acquisto di ITA Software – si è impantanato, dopo nove mesi di riesame da parte del Dipartimento di Giustizia. Il “caso ITA” ha inviato un segnale d’allarme per i venture capital e le aziende ad alto potenziale di crescita.

Nessun imprenditore dinamico vuole restare bloccato in attesa delle decisioni dei watchdog. Più a lungo si indugia, tanto peggiore può essere l’epilogo. E per un piccolo business in crescita i rischi sono enormi.

Restando in tema di M&A, la considerazione delle efficienze derivanti da un’operazione di concentrazione al fine di autorizzare la stessa, è un argomento di vivo interesse per le sue implicazioni pratiche nell’attività delle varie agenzie antitrust che si occupano di Google. Per quel che riguarda la Commissione europea, il regolamento n. 139/2004 ha previsto espressamente la possibilità per le imprese di sostenere una efficiency defence – ossia la verifica degli effetti di una fusione che siano positivi in termini di efficienza. La questione, del resto, ha anche implicazioni più generali nell’ambito dell’economia di mercato, esemplificate dal cosiddetto principio di sopravvivenza per cui solo le imprese produttivamente efficienti sono in grado di sopravvivere sul mercato, sviluppando innovazioni che riducono i costi e migliorano la qualità della produzione. E il diritto antitrust considera le efficienze legate ai processi innovativi, nel quadro di una visione dinamica dei processi concorrenziali, in un orizzonte temporale di lungo periodo.

Il prof. Mario Monti, in un discorso tenuto alla Merchant Taylor’s Hall di Londra in qualità di Commissario Ue alla Concorrenza, disse chiaramente: “noi non siamo contro le fusioni che rendono le aziende più efficienti. Queste fusioni creano benefici tra i consumatori. Noi contrastiamo le fusioni che, senza creare efficienza, elevano barriere per i concorrenti e riducono il benessere dei consumatori”.

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Autore: Pierpaolo Renella

Nasce a Chieti, 18 anni dopo Sergio Marchionne. In seguito si trasferisce a Milano e, dopo la laurea in Giurisprudenza, entra nell’industria bancaria, senza più uscirne: prima negli Stati Uniti, poi in Italia, con esperienza in varie attività del mercato dei capitali, dal securities lending ai prodotti strutturati derivati dall’azionario. Liberale sui generis (non è attaccato al denaro), Crociano e Boneschiano in gioventù. Formula politica preferita: non unione di forze laiche, ma unione laica di forze. Massima filosofica: la verità ti rende libero, quando avrà finito con te!

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