E la bolletta? Non scende

 – A vent’anni dai primi spiragli di liberalizzazione del settore elettrico, è lecito chiedersi quali siano i traguardi raggiunti, quali i benefici recati ai consumatori. Di primo acchito, verrebbe da dire che la promessa di una bolletta più leggera non sia stata mantenuta. Il prezzo al MWh supera di 30 euro, ossia del 18,75% la media europea ed alcune voci della tariffa sono esplose negli ultimi anni.
Ma andiamo con ordine. Quanto al primo aspetto, un’analisi più approfondita della questione ha spinto la Commissione europea a individuare nel mancato compimento della liberalizzazione del settore la causa del gap di competitività.
Dal 2007 tutti i clienti finali sono liberi di scegliere il proprio fornitore. Di fatto, però, solo il 14% ha stipulato un contratto con un operatore del libero mercato. La maggior parte degli Italiani è rimasta fedele al monopolista pubblico. Ad essi sono applicate le condizioni standard, definite in via amministrativa. Per la Commissione europea, ciò rappresenta un modo per mantenere il vecchio sistema delle tariffe amministrate in altra forma. La normativa del 2007 prevede che il regime tariffario rimanga vigente fino a che il cliente finale non sceglierà un nuovo fornitore. Teoricamente, si tratta di un regime di tutela per gli utenti più vulnerabili. Nei fatti, ad avviso del commissario Oettinger, il regime amministrato dei prezzi distorce il funzionamento del mercato ed ostacola l’ingresso di nuovi operatori e determina il mantenimento di una situazione di monopolio. Le conseguenze: minori investimenti e prezzi più alti. La Commissione ha dato tempo 2 mesi al Governo per smantellare le ultime resistenze alla libera scelta del fornitore.

Passiamo al secondo aspetto, ossia il gonfiarsi di alcune componenti tariffarie. Proprio in questi mesi le bollette stanno conoscendo un trend di significativa crescita anche a causa del boom di incentivi alle rinnovabili. L’Autorità per l’energia elettrica e il gas prevede che da aprile le tariffe aumentino del 3,9%, in buona parte (3%) per la corresponsione degli incentivi alla produzione di energia verde.

L’intervento del Governo, concretizzatosi con l’approvazione del decreto legislativo 28/11, è goffo e tardivo, una manovra che cerca di rimediare ad alcuni errori precedentemente commessi, soprattutto con riferimento al comparto fotovoltaico: la scorsa primavera era stata decisa la proroga degli incentivi più generosi previsti dal secondo conto energia e appena 8 mesi fa era stato varato il terzo conto per gli impianti che entrano in esercizio tra il 2011 e il 2014, prevedendo una riduzione degli incentivi di circa il 15%, un taglio molto meno consistente rispetto all’abbassamento dei costi di installazione dei pannelli fotovoltaici.

Per quanto maldestra, l’opera di razionalizzazione era necessaria. Secondo uno studio dell’Istituto Bruno Leoni, se si mantenesse la legislazione vigente, il consumatore italiano sarebbe caricato di un costo, crescente nel tempo, pari a 8,2 euro per MWh, nel 2011, a 9,8 euro la MWh nel 2015, a 10,2 euro al MWh nel 2020.
La corsa al rialzo dei costi in bolletta destinati a sussidiare le rinnovabili dovrebbe essere frenata dai decreti che il Governo si appresta a varare nei prossimi mesi (rispettivamente entro fine aprile per il fotovoltaico, entro il 29 settembre per le altre fonti rinnovabili).

Più incerta, invece, la possibilità di soddisfare le richieste dell’Unione Europea e abbattere le ultime resistenze delle forme amministrate dei prezzi finali. Un treno da prendere in corsa per portare a compimento il processo di liberalizzazione dell’attività di vendita dell’energia c’è. Si tratta dello schema di decreto legislativo chiamato a recepire la direttiva 2009/72 sul mercato interno dell’energia, ora all’esame delle commissioni parlamentari.
Spetta all’esecutivo decidere se far “assaggiare” ai consumatori i benefici della liberalizzazione del mercato elettrico o se insomma, suvvia, dopo soltanto 20 anni di graduale apertura del mercato, possono attendere ancora un po’. Dopotutto, che fretta c’è?

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Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

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