pubblicato sul quotidiano  “Il Tempo” di oggi –

Antonio Martino si é chiesto, in un articolo livoroso nei confronti del Presidente della Camera, come mai io mi sia “accodato” a Fini. Verrebbe facile replicare chiedendogli come un autentico maestro di liberalismo possa rimanere accodato ad un leader e a uno schieramento scivolati inesorabilmente verso lo statalismo e l’oscurantismo, e accettare una partnership preferenziale non più con gli USA, ma con dittatori come Gheddafi e “komunisti” come Putin, Lukascenko, e Nazarbaiev. Ma il giochino “chi lo dice sa di esserlo” non mi appassiona.

Martino censura duramente Fini per avere chiuso una votazione della Camera prima che tutti i deputati esprimessero il voto. Io ero presente, ma ho visto un altro film. Il pomeriggio precedente il ministro della Difesa –  richiamato dal Presidente della Camera a toni più miti mentre irrideva le opposizioni – rivolgeva un “vaffanculo” allo scranno più alto di Montecitorio (tra i demeriti di Fini, non menzionati da Martino: avere portato La Russa a guidare la difesa italiana). Né il premier, né altri membri della maggioranza hanno ritenuto la cosa degna di nota.

L’indomani, su un voto procedurale, temendo l’abituale assenteismo dei deputati di maggioranza, PdL e Lega precettano per la votazione anche i ministri. Il Presidente apre la votazione e la tiene aperta a lungo, consentendo a numerosi deputati ritardatari e soprattutto ai deputati-ministri, in arrivo alla spicciolata, di raggiungere la postazione e votare. In molti, anzitutto i ministri, tergiversano, come si usa dire “fanno melina”, ritardando il voto affinché altri colleghi possano raggiungere l’aula. Dopo oltre due minuti – che sono tanti – Fini dichiara chiusa la votazione. Avrebbe potuto aspettare ancora, com’era nella sue facoltà? Sì, ma avrebbe anche potuto dichiarare chiusa la votazione molto prima, evitando alla Camera di essere il palcoscenico di troppe manfrine. Insomma, considerato anche il contesto in cui si colloca l’episodio, la polemica di Martino –  “Fini resta un fascista” – sconfina nella comicità.

Io mi sono schierato, da radicale e liberale, con il centrodestra berlusconiano nell’estate del 2005, quando incombeva la vittoria di Prodi e il Cav. era dato per spacciato. Ho scommesso sul fatto che Berlusconi potesse e volesse chiudere la sua esperienza politica lasciando in eredità al centrodestra un grande movimento politico liberale, sulla falsariga degli altri partiti che aderiscono al PPE (penso a quelli francese, tedesco e spagnolo) o ai conservatori britannici. Mi sono ritrovato in un partito confessionale (anche se nella teoria e non nella prassi), che rinnegava politicamente l’einaudiana “anarchia degli spiriti” e iscriveva alla “sinistra nichilista” chi, come me, chiedeva il riconoscimento delle coppie di fatto o una legge ragionevole sul “fine vita”. Un partito immobilista che negli anni della recessione rinunciava alle riforme sostenendo che l’economia italiana navigava in acque tranquille –  in questo non solo mentendo, ma smentendo la “ragione sociale” del centro-destra berlusconiano. Un partito che dopo aver legittimato per anni Gheddafi, mostra ostilità per la Francia che bombarda i tank del Rais massacratore. Un partito disponibile non solo a sostenere – come è ovvio – il proprio leader nelle sue vicende processuali, ma a trasformare la sua linea difensiva (la storia di Ruby nipote di Mubarak) in una “verità di Stato”, suggellata da un voto parlamentare.

Coloro, come Martino, che restano nel PDL  immagino pensino, a differenza mia, che sia ancora possibile cambiare il partito. Auguri sinceri. Per quel che mi riguarda, considero oggi Fini, con la sua storia e le sue contraddizioni, ma soprattutto con il coraggio delle “rotture” politico culturali degli ultimi anni, il miglior leader sulla piazza per quanti vogliano continuare a professare e cercare di praticare una politica liberale. Che questo leader sia proprio chi ha militato in un partito post-fascista e non chi é sceso in campo per la rivoluzione liberale, lo considero a suo modo un segno dei tempi. Come lo è, purtroppo, il fatto che Martino (nella versione originaria del pezzo, pubblicata sul suo blog) abbia definito “squallido figuro” non Gheddafi o  Lukascenko, ma il Presidente della Camera in cui entrambi sediamo.