Un conflitto tra poteri imbarazzante, ‘inammissibile’ per la Consulta

– Come è ormai noto a tutti, ieri la Camera ha deciso di sollevare il conflitto di attribuzioni per il caso Ruby, rendendo, se possibile, il clima sulla giustizia ancora più incandescente.

È ovvio che la vicenda sul piano politico non può lasciare che interdetti a causa della folkloristica e inverosimile tesi della ormai famosa parentela. Ancora una volta le dinamiche parlamentari subiscono pesanti torsioni particolaristiche e ciò in un momento in cui esistono obiettivi e più seri problemi.

Premesso ciò, vogliamo comunque cercare di ragionare, prescindendo dalle vicende berlusconiane, sulla questione giuridica relativa all’attribuzione del potere di stabilire la natura ministeriale di un reato: spetta alla Camera o all’autorità giudiziaria?  

In via preliminare, è necessario illustrare seppur sommariamente il quadro normativo di riferimento.

La legge costituzionale n. 1/1989 ha novellato l’art. 96 Cost., stabilendo che: “Il Presidente del Consiglio dei ministri ed i ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni alla giurisdizione ordinaria, previa autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei deputati, secondo le norme stabilite con legge costituzionale”.

La stessa legge costituzionale ha anche istituito il c.d. Tribunale dei ministri, il quale, ricevuta notizia di reati ministeriali, compie le indagini preliminari, al termine delle quali alternativamente può:

–          disporre l’archiviazione, anche nell’ipotesi che il fatto integri un reato “comune”, dovendo allora contestualmente trasmettere gli atti alla diversa autorità giudiziaria;

–          inviare gli atti con relazione motivata al procuratore della Repubblica per la loro immediata rimessione al Presidente della Camera competente, affinché la stessa conceda o meno l’autorizzazione a procedere.

È chiaro, quindi, che se la novella costituzionale da un lato ha voluto ricondurre i reati ministeriali nell’ambito della giurisdizione ordinaria per garantire l’eguaglianza di tutti i cittadini davanti la legge, dall’altro ha però previsto una speciale guarentigia per garantire la funzione di governo, mediante l’intervento della Camera competente che può negare l’autorizzazione a procedere, se ritiene che l’inquisito abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di governo.

Proprio in considerazione del fondamentale ruolo che l’intervento della Camera ha in materia, sono previsti espressi obblighi informativi da parte del Tribunale dei ministri in caso di archiviazione. Obblighi informativi che la Corte costituzionale ha esteso alla particolare ipotesi di archiviazione con trasmissione degli atti nel caso di reato “comune”.

Al riguardo, la Corte costituzionale ha affermato che:

“All’organo parlamentare, infatti, non può essere sottratta una propria, autonoma valutazione sulla natura ministeriale o non ministeriale dei reati oggetto di indagine giudiziaria, né tantomeno – ove non condivida la conclusione negativa espressa dal tribunale dei ministri – la possibilità di sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale, assumendo di essere stata menomata, per effetto della decisione giudiziaria, della potestà riconosciutale dall’art. 96 Cost.”.

Ciò però non significa che la Corte costituzionale ha riconosciuto alla Camera competente il potere di stabilire se un reato è ministeriale oppure no. Anzi, come è stato osservato in dottrina (Cerri, Tarli Barbieri, Arconzo), è vero il contrario, perché la pronuncia sulla “ministerialità” del reato spetta in prima battuta all’autorità giudiziaria, potendo successivamente il ramo del Parlamento competente contestarle di avere illegittimamente trascurato di coinvolgerla. E “la Corte costituzionale, prospettando l’ipotesi che la Camera competente sollevi un conflitto di attribuzioni fra poteri dello Stato allorquando non condivida la conclusione negativa del Tribunale dei Ministri in merito alla natura ministeriale del reato, ha mostrato di condividere la stessa tesi” (Ferri – anche se è doveroso precisare che poi questo autore sostiene la tesi opposta).

Nel medesimo solco si inserisce una recentissima sentenza della Cassazione, che ha avuto ampia eco in quanto la fattispecie è molto simile a quella in discussione. In attesa delle motivazioni, è ora solo possibile leggere la “notizia di decisione” depositata in cancelleria dopo l’udienza in cui si afferma che ”rientra nelle attribuzioni dell’autorità giudiziaria verificare i presupposti della propria competenza e che, nel caso in esame, non è prescritto alcun dovere di informativa alla Camera di appartenenza dell’interessato”.

Pertanto, è possibile affermare che prevale sia in dottrina che in giurisprudenza la tesi che attribuisce all’autorità giudiziaria il potere di qualificare la natura ministeriale del reato. Al riguardo, si ritiene di condividere questo orientamento, seppur in presenza di un adeguato correttivo informativo che consenta sempre  il coinvolgimento della Camera competente, in quanto è possibile cortocircuitare il Tribunale dei ministri proprio allo scopo di devitalizzare la speciale guarentigia costituzionale.

D’altronde, il temuto rischio che l’eventuale negazione dell’autorizzazione a procedere sia arbitraria e volta a sottrarre l’inquisito dalle grinfie del giudizio non è del tutto fondato, in quanto malgrado la decisione della Camera sia definita insindacabile, essa è certamente impugnabile davanti alla Corte costituzionale, perlomeno, nelle ipotesi di un’evidente mancanza dei presupposti previsti, cioè l’avere agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo.

Ecco perché sembra piuttosto difficile che nel caso in questione possa ritenersi realizzato uno dei due presupposti summenzionati, proprio in ragione della scarsa plausibilità logica delle argomentazioni poste a sostegno del conflitto e ciò, anche alla luce della recente presa di posizione della Cassazione, fa propendere per l’ipotesi meno imbarazzante che il conflitto venga dichiarato inammissibile.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

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