Donne disoccupate, Paese bloccato

– L’antichità greca e romana, richiamata in più occasioni come termine privilegiato di paragone, segna, in qualche modo, il passo per quanto riguarda il mondo femminile, soprattutto prendendo in considerazione il ruolo delle donne.

In Grecia, le donne erano uno stuolo di mute compagne, escluse dal mondo che conta, persone senza alcuna personalità per le quali, come si legge in un frammento di Ipponatte, poeta del VI secolo a.C., “Due sono i giorni più belli …: quando la si prende in moglie e quando la si porta via morta”.
Solo raramente divengono esempi di interpreti fuori dalla norma. Come la Penelope dell’Odissea, o Clitennestra o Ecuba dell’Iliade o come la Teano, “la prima e la più celebre filosofa” o come Ipazia, matematica, astronoma e filosofa, o Saffo, mai raggiunta poetessa.

Dalla Grecia a Roma, poco cambia. Almeno fino al II secolo a. C. quando le donne scesero in piazza per manifestare contro l’abrogazione della lex Oppia contro il lusso femminile ed iniziarono a partecipare sempre più alla vita mondana, divenendo ricche, autonome, perfino invadenti. Cominciarono ad occuparsi anche, come rilevava uno stupefatto Giovenale intorno al I secolo d. C., di materie come la letteratura e a misurarsi in sport, come quelli di combattimento, tipicamente maschili.

La situazione generale, valutata nella sua complessità, sembra ben diversa oggi. Ma è ancora un fatto di numeri, non di norma. Nonostante le quote rosa e gli innumerevoli scatti in avanti.
A denunciarlo, impietosamente, in maniera inequivocabile, sono infatti i dati Istat, relativi alla disoccupazione del quarto trimestre 2010. In uno stato di precarietà diffuso, indiziato dal tasso generale arrivato all’8,7%, accanto al 29,8% dei giovani (nella fascia tra i 15 e i 24 anni), si segnala il 42,4% delle donne nel Mezzogiorno.

L’inizio del nuovo anno mostra alcuni incerti spiragli che, secondo consuetudine, sollecitano la presa di posizioni opposte da parte di Governo e sindacati: a rappresentare il primo è il ministro Sacconi, che sottolinea come sia doveroso considerare “i numeri più recenti sull’aumento di occupati”, i secondi, invece, rilevano la necessità di “un’analisi di lungo periodo dopo i risultati negativi del 2010”.

In febbraio il tasso di disoccupazione generale si è fermato all’8,4%, pari a 2 milioni e 88mila unità, con una diminuzione di 0,2 punti percentuali, pari a 43mila unità, rispetto a gennaio e di 0,1 punti su base annua. Sia la componente maschile sia quella femminile risultano in flessione. Quindi donne in grande difficoltà, come i giovani, in particolare nelle province meridionali.

Dopo decenni di lotte, quella femminile è ancora una condizione di estrema precarietà, e i progressi nella partecipazione al mercato del lavoro arrivano col contagocce. Quattro donne su dieci partecipavano al mercato del lavoro nel 1960; cinque su dieci – soltanto una in più – nel 2010, cinquant’anni dopo. E ancora peggio va, almeno finora, se si guardano le donne ai livelli apicali. Dal 4% di dirigenti nel privato nel 1970 oggi siamo arrivati all’11%. Nelle società quotate in Borsa le donne nei Cda restano ferme al 3,7 %.

Ma se è vero, in sintesi, che il mondo femminile lavora meno, è altrettanto vero che ha un grado di istruzione generalmente più alto di quello degli uomini, come sottolinea la percentuale donne laureate, il 14,2%, contro l’11,3% degli uomini. In tutto questo, risultiamo anche lontani dall’Europa (quella del Nord soprattutto) che in materia femminile costituisce l’esempio.

Al di là delle statistiche, dei numeri, dei confronti, rimangono problemi, approcci, soluzioni che continuano a mantenere il “tappo” ben saldo sulle ambizioni femminili. Nonostante anni, ad esempio, gli Ottanta del Novecento, e figure, come Marisa Bellisario, che avevano fatto pensare ad una crescita maggiore e, forse, più rapida. Nonostante le donne si sforzino di farsi largo, non singolarmente, ma in maniera compatta, anche in Paesi nei quali la componente femminile risulta ancora penalizzata, dimostrando una inarrestabile, sempre più geograficamente diffusa, spinta al cambiamento.

E’ il caso dell’India, che presenta le donne come agenti di cambiamento, come “la metà migliore dell’umanità”, come affermato nel marzo scorso da Sonia Gandhi, intervenuta alla conferenza annuale della Commonwealth Foundation a Londra. L’India che tra le grandi economie emergenti è il Paese nel quale la partecipazione delle donne alla forza lavoro è la più bassa (34,2%). L’India nella quale le donne sono emerse come agenti di cambiamento, in particolare in cinque settori: le comunità femminili che stanno trasformando l’India rurale; la politica, dove le donne hanno ottenuto una quota di rappresentanza del 33% negli organismi rurali e cittadini; i diritti sociali, l’impresa e le tecnologie. Senza contare il ruolo importante nell’accrescere l’attenzione verso l’ambiente, come sottolineato fin dal 1972 da Indira Gandhi, evidenziando il legame tra povertà e degrado ambientale.

Ma una matrice femminile hanno, in un certo qual modo, anche le rivolte popolari che hanno fatto saltare regimi dittatoriali in Tunisia e in Egitto e che stanno scuotendo la Libia. Comunque un processo di avanzamento, in direzione di standard evoluti, si riscontra in molti Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. Basti pensare che in 5 dei 12 Paesi musulmani, Iran, Arabia Saudita, Qatar, Bahrein e Tunisia, gli anni di scolarità obbligatoria previsti per le donne sono superiori a quegli previsti per gli uomini. Circostanza che evidentemente accresce per le donne, di conseguenza, la capacità d’uso delle nuove tecnologie informatiche.

Un altro segno è il calo della natalità: da 5-6 figli per donna a 2-3. In Libia, ad esempio, dal 1980 il numero di figli per donna è calato da 7 a 3, trend simile in Arabia Saudita. Se ne deduce che la modernizzazione di questi Paesi stia passando anche per riconoscimento più ampio della figura femminile.

Spostandosi alle nostre latitudini, la situazione mostra i suoi aspetti postivi e quelli ancora negativi, quasi metafora di questi anni, di questi ultimi, incerti mesi. Il clamore per le manifestazioni di piazza del 13 febbraio e dell’8 marzo si è assopito, notizie inghiottite da altre notizie, con la rapidità dei tempi moderni. Ma il tam tam continua. Il movimento delle donne ha ripreso a camminare allo scoperto. Il problema vero è domandarsi (come fa Lea Melandri su Gli Altri del 18 marzo), il “verso dove”, vale a dire, in quale direzione va questo movimento.

Innanzitutto bisogna considerare gli sconfinamenti tra una sfera e l’altra, tra il ruolo pubblico del maschio e quello “naturale” della femmina, tra il lavoro produttivo e la conservazione della vita, la politica e la sessualità e molti altri. Ugualmente non possono tralasciarsi le motivazioni di questi sconfinamenti. Fattori molteplici, l’uno concausa dell’altro, ciascuno corresponsabile: la crisi delle istituzioni pubbliche e la conseguente personalizzazione della politica, l’invadenza del mercato della pubblicità, della televisione, il protagonismo esasperato.

Probabilmente il focus va ricercato nel momento nel quale le donne, raggiunti posti fino ad allora ad unico appannaggio degli uomini, si sono fatte “figure intere” di un umano tradizionalmente suddiviso. In quel momento la donna ha raggiunto una collocazione insperata nel mondo del lavoro, senza però abdicare del tutto ai compiti di sempre, casa e famiglia. Così il tema del “bilanciamento” tra vita e lavoro, come l’ha definito l’Avvenire in un intervento del 9 marzo, ha guadagnato il centro della scena. Con interventi di economisti, sociologi, sindacalisti, responsabili del lavoro e delle politiche sociali.

Contraddizioni, ambiguità e integrazione in una società ancora maschilista anche per quanto concerne la sfera decisionale impongono un’analisi approfondita. Le conversazioni private uscite nelle scorse settimane dai palazzi della politica non hanno fatto che ribadire la fortuna che ha un certo modello di donna: quello ridotto a corpo. E’ mancata anche finora un’indagine seria sul peso che possono aver avuto le logiche dominanti del mercato e del consumo nel favorire la scelta di mettere a profitto il proprio corpo. Ma è evidente un cambio di passo, nonostante queste larghe sacche di contrasto. Lo si avverte nel passaggio verificatosi negli ultimi anni dalla cd. “questione femminile” ad un rapporto di potere tra i sessi.

La questione è evidentemente complessa. Il lavoro per le donne, al Nord come al Sud, è una meta difficile da raggiungere e non sempre regolato da “buone prassi” e dalla “responsabilità sociale” delle imprese. Così non di rado part-time, flessibilità di luoghi, orari, ferie, asili aziendali, telelavoro, permessi per motivi famigliari ed altro, costituiscono un freno alla loro occupazione. Soprattutto al Sud.

Ma è una questione che va affrontata:  le donne, diceva infatti il Mahatma Gandhi, sono i futuri leader dell’evoluzione umana, poiché portano nella vita pubblica compassione e moralità. Proprio quello che serve anche all’Italia attuale.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

One Response to “Donne disoccupate, Paese bloccato”

  1. Pippo scrive:

    “Ma è una questione che va affrontata: le donne, diceva infatti il Mahatma Gandhi, sono i futuri leader dell’evoluzione umana, poiché portano nella vita pubblica compassione e moralità. Proprio quello che serve anche all’Italia attuale”
    Infatti l’indice di natalità nella perfetta società occidentale che tende a valorizzarla adeguatamente è di 1,4 figli per donna.
    Il che colloca inesorabilmente la suddetta società tra le specie in via di estinzione.
    Pippo il vecchio

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