Westerwelle si dimette, ma i liberali tedeschi restano in crisi profonda

– Continua il giro di valzer di dimissioni sulla scena politica tedesca. Domenica pomeriggio anche Guido Westerwelle ha scelto di fare un passo indietro da presidente dell’FDP, annunciando di non volersi ricandidare al prossimo congresso del partito che si terrà a Rostock dal 13 al 15 maggio prossimi.

Dopo il pessimo risultato delle elezioni regionali di marzo, nelle quali i liberali hanno dimezzato i propri consensi in Baden-Württemberg e mancato l’obiettivo minimo dell’ingresso nel Landtag sia in Sassonia-Anhalt sia in Renania-Palatinato, l’aria dentro il partito era diventata irrespirabile. Qualsiasi esponente dell’FDP presentatosi in televisione ha sottolineato la necessità che Westerwelle si facesse da parte, quasi che si stesse cercando un capro espiatorio. Un’irritazione generalizzata di proporzioni mai viste. E che spesso ha anche mancato di stile. Segno che il responso deludente delle urne è stato in realtà la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo. Che gli animi fossero tesi è, d’altra parte, cosa risaputa. Basta dare un’occhiata ai sondaggi. Dopo lo storico risultato delle elezioni federali del 2009, la curva dei liberali ha cominciato a inarcarsi verso il basso. Nel giro di pochi mesi, l’FDP è crollata a ridosso della soglia di sbarramento, polverizzando oltre i due terzi dei consensi ricevuti.

Numerosissimi sono stati gli editoriali che in queste settimane hanno cercato di analizzare la crisi di un partito, che solo un anno e mezzo fa sembrava poter imprimere una svolta netta ad un’azione di governo appiattitasi per più di dieci anni sui desiderata democristiani e socialdemocratici. L’accusa che viene dai media mainstream – quale la televisione pubblica, mai tenera nei riguardi dei liberali- è che l’FDP sia diventata una Klientelpartei, un partito corporativo. Se lo sfottò storico era “il partito di quelli che guadagnano meglio”, oggi si è arrivati a descrivere i liberali come il “partito dei farmacisti, degli avvocati e dei medici”. E dall’autunno del 2009 si è aggiunta anche la categoria degli hoteliers. Come ricorda Dirk Friedrich dalle pagine della rivista Eigentümlich Frei, ad aver imbestialito gli elettori non fu di per sé la scelta di garantire un’aliquota IVA agevolata a ristoratori e albergatori, ma il fatto che tra i finanziatori dei liberali vi fossero proprio quei ristoratori e albergatori cui lo sgravio era destinato.

E il 2010 non ha certo fatto loro cambiare idea. A differenza di quanto ha sostenuto Gian Enrico Rusconi su La Stampa del 29 marzo, il tracollo elettorale dell’esecutivo guidato dalla signora Merkel non è riconducibile al fatto che le richieste dell’FDP fossero «impraticabili». Al contrario, è proprio perché i liberali non hanno saputo dare attuazione alla riforma fiscale promessa che il partito di Guido Westerwelle è precipitato nei sondaggi. L’impraticabilità è da ascrivere all’estenuante tatticismo della signora Merkel, che nella scorsa legislatura con questa tecnica era già riuscita nell’impresa di mettere nell’angolo i socialdemocratici. Evitare l’impopolarità, cambiando idea all’ultimo momento. L’attendismo della Cancelliera e l’incapacità dei liberali di far sentire la propria voce non potevano insomma andar giù agli elettori dell’FDP, che chiedevano scelte nette, tra cui una riduzione delle spese – più che praticabile in un paese dove la spesa pubblica è pari al 50% del PIL – un sistema fiscale leggero e meno bailout incondizionati. Ma, a differenza del suo predecessore socialdemocratico, la Cancelliera ha compreso che temporeggiare e scegliere soluzioni di compromesso è l’arma migliore per evitare lo scontro sociale. Finora è sempre venuta fuori egregiamente dall’impasse, seppellendo una lunga serie di concorrenti, tra cui Christian Wulff, Roland Koch e Karl-Theodor zu Guttenberg. Non è quindi certo il Cancelliere ad aver avuto l’alleato sbagliato – la CDU è tutto sommato stabile nei sondaggi federali – ma l’FDP ad aver avuto un alleato sfuggente e spregiudicato come la signora Merkel.

Cedere il Ministero delle Finanze ad un democristiano, puntando tutto sugli Esteri e gli Aiuti allo Sviluppo (dicastero quest’ultimo che l’FDP avrebbe inizialmente voluto abolire!), è stata una mossa ingenua che ha così condannato i liberali a rincorrere e tirare per la giacca Wolfgang Schäuble. Ecco perché, accanto al rinnovamento dei vertici del partito, il deputato libertario Frank Schäffler chiede ora anche un rimpasto di governo: “Perché si possa davvero ricominciare da zero, abbiamo bisogno anche di un rimpasto che garantisca all’FDP il Ministero che le è congeniale: le Finanze”, chiarisce parlando con Tagesspiegel e Handelsblatt. Per la leadership, invece, aveva gettato nella mischia il nome di un outsider, il settantenne Hermann Otto Solms, a lungo dato come papabile per il dicastero economico principale e poi sorprendentemente escluso: “ Non siamo all’opposizione, ma al governo. Prima che subentrino i giovani c’è bisogno di qualcuno che abbia l’esperienza necessaria”, conclude Schäffler. Una richiesta destinata a rimanere inascoltata, se è vero che è stato lo stesso Westerwelle nella sua breve conferenza stampa di domenica ad abbozzare l’identikit dei successori: “Ci sono un gran numero di giovani pronti a rilevare la guida del partito”.

Questa mattina l’annuncio: sarà Philipp Rösler, trentottenne Ministro della Salute, a sostituire Westerwelle. Al suo fianco rimarrà il trentaduenne segretario generale Christian Lindner. L’esperienza e la tutela degli interessi tradizionali del partito sarà garantita dall’attuale titolare dell’Economia Rainer Brüderle. Più incerta la sorte della carica di Vicecancelliere, anch’essa lasciata vacante dal dimissionario Westerwelle, intenzionato a figurare d’ora in poi solo come capo della diplomazia tedesca.

Il rischio, comunque, è che l’FDP abbandoni la strategia del taglio alle tasse e della riduzione delle spese, finendo per cavalcare le paure del momento e risultare così indistinguibile dagli altri partiti. Tale pericolo c’è ed è avvertito anche dalla dirigenza. Lo stesso Christian Lindner, nella conferenza stampa tenuta ieri nella sede del partito, ha voluto mettere i puntini sulle “i”: “Siamo e saremo sempre un partito diverso dagli altri”. Tanto più che una svolta a sinistra, come vorrebbe la corrente liberalsocialista e come patrocinato anche dal Tagesspiegel, non sarebbe affatto di giovamento. Ormai quella fetta di mercato politico è stata abilmente conquistata dagli ecologisti. Il passaggio del testimone a Philipp Rösler rischia di produrre confusione. Nel marzo 2008 il giovane capo dei liberali della Bassa Sassonia pubblicò infatti un intervento dal titolo “Che cosa ci manca”, nel quale lamentava l’assenza di una “visione” nel programma dell’FDP, quasi che i liberali avessero paura di pronunciare la parola “solidarietà”.

Al di là della questione personale, all’FDP manca insomma una bussola. E’ lecito dubitare che, senza Westerwelle, ne trovi presto una. Questo almeno finché la signora Merkel rimarrà Cancelliere.

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Autore: Giovanni Boggero

Nato nel 1987, si è laureato in giurisprudenza a Torino con una tesi in diritto internazionale. Ha studiato anche a Gottinga e Amburgo. Svolge un dottorato in diritto pubblico presso l'Università del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" e si occupa di Germania per il quotidiano Il Foglio, la rivista Aspenia e per FIRSTonline.

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