Le controriforme nella politica economica

di CARMELO PALMA – da Il Secolo d’Italia di martedì 5 aprile 2011 – Il core dell’agenda di governo è, di tutta evidenza, costituito dalle faccende in cui la maggioranza appare più nervosamente affaccendata. Ma che il berlusconismo – con quel tanto di promessa e di “visione” che portava con sé –  sia “finito” pur senza essere ancora “passato”, lo si comprende dallo stato in cui versa la discussione sui temi economici. Al netto delle intemperanze di ministri oltre l’orlo della crisi di nervi e delle sceneggiate sulla giustizia, dove la “riforma epocale” promessa dal Ministro Alfano è stata, dopo meno di una settimana, barattata con la cosiddetta prescrizione breve, a fare impressione è anche la visione complottistica delle difficoltà del Paese e della vulnerabilità del suo sistema produttivo. E a suscitare, più che impressione, ripugnanza (ad una sensibilità che voglia dirsi liberale) è la risposta che queste difficoltà suscitano nel plenipotenziario della politica economica, il Ministro Tremonti.

Stiamo all’attualità. La norma anti-scalata per sbarrare il passo ai francesi di Lactalis, che consentiva al Cda di rinviare la convocazione dell’assemblea degli azionisti, è stata, per così dire, completata da quella, di ben maggiore peso, che autorizza la Cassa Depositi e Prestiti ad assumere, direttamente e indirettamente, partecipazioni in società di rilevante interesse nazionale. Per completare il senso del discorso, Tremonti ha poi riabilitato, durante il workshop Ambrosetti, il ruolo dell’Iri e di Mediobanca, cioè un modello di “capitalismo relazionale” in cui i campioni degli affari e della politica del Belpaese mettono il “carro” degli affari propri davanti ai “buoi” del libero mercato e gabellano queste interferenze come “difesa dell’interesse nazionale”. E l’intervista di ieri a Repubblica, in cui Tremonti afferma di non volere uno stato padrone, ma uno stato intelligentemente “interventista”, non cambia di una virgola il senso della provocazione.

Per giustificare una mossa manifestamente anticoncorrenziale – come quella legata all’uso “difensivo” della Cdp – Tremonti ha ripetutamente dichiarato di avere contrapposto ai francesi una norma francese, che subordina all’approvazione del governo la partecipazione di capitali stranieri in imprese del settore agroalimentare. Peccato che questa norma non esista – i settori giuridicamente “protetti” in Francia riguardano unicamente i campi della difesa, della sicurezza nazionale e le sale da gioco – e che il nazionalismo francese consenta a capitali stranieri di controllare le aziende d’oltralpe ben più di quanto non avvenga in Italia. Come scrive Fabiano Schivardi su lavoce.info “la quota di aziende a controllo estero, definite come quelle con almeno il 50 per cento del capitale posseduto da azionisti stranieri, in Italia è del 4,1%, meno della metà di quella francese (10,3 per cento) e un terzo di quella del Regno Unito (12,2 per cento)”.

Al di là del presupposto, quale sarebbe l’esito di una difesa dell’italianità condotta con la trasformazione surrettizia della Cdp in un fondo sovrano “‘de’ noantri”? Una Cdp “irizzata” impiegata nella “lotta alla straniero” non farebbe bene, ma danno all’economia italiana. Se la Cassa depositi e Prestiti destinasse alla protezione dei campioni nazionali il risparmio postale oggi utilizzato per finanziare gli investimenti infrastrutturali degli enti locali e dello Stato, vi sarebbe un ulteriore e potentissimo disincentivo agli investimenti esteri in un Paese – l’Italia – la cui attrattività per gli investitori internazionali è già limitata da una scarsa efficienza di sistema.

Dal 1995 ad oggi, ad eccezione del biennio della crisi 2008-2009, tra le economie europee più industrializzate quella italiana è quella che meno ha saputo attrarre investimenti diretti esteri, occupando stabilmente il fanalino di coda: i livelli raggiunti da Francia, Germania, Regno Unito e Olanda sono stati fino a due o tre volte superiori ai nostri (si veda: Un paese poco attraente. La situazione degli IDE in Italia, Libertiamo – 2011) . E questo, lungi dal difendere l’economia nazionale, l’ha disarmata rispetto alla sfida della competizione internazionale.

Frapporre ulteriori ostacoli all’investimento “straniero” – non di una banca in mano a Gheddafi, ma di una multinazionale di passaporto francese – non è un errore, ma una vera truffa politica, che rischia perfino di rendere in termini di consenso, vista la “qualità” del nostro dibattito pubblico e della nostra informazione. Una politica responsabile dovrebbe però resistere a questa lusinga. Purtroppo, mai come oggi, il berlusconismo sembra riluttante alle responsabilità e facile alle tentazioni.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

2 Responses to “Le controriforme nella politica economica”

  1. lorenzo scrive:

    Caro Carmelo, hai detto bene: ripugnanza.
    D’altra parte se si vuole comprare qualche altro deputato bisogna aumentare i posti a disposizione (Siliquini proposta nel consiglio di amministrazione delle poste docet).

  2. Elle Zeta scrive:

    Nell’articolo si parla giustamente dell’asfittico dibattito politico. Esso è tale da escludere sistmaticamente ogni voce men che stalista-interventista obbligando l’opinione pubblica a formarsi un’opinione tra finte alternative una peggiore dell’altra. Questo vale per lo sciocchezzaio che circola su FIAT, sulle cazzate sell’italiatà di Alitalia, oggi di >Parmalat e ddel Fondo italita di cui vaneggia Tremonti. Non so come, ma diventa sempre più urgente trovare il modo da far uscire dalla “clandestinità” una qualche voce liberale o almeno di buon senso.

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