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Non paga i debiti, ma promette sussidi: lo Stato visto dallo Statuto delle Imprese

– Lo statuto delle imprese, approvato dalla Camera ed ora all’esame del Senato, rischia, se non verranno apportate modifiche al testo, di rivelarsi un’occasione persa per il legislatore italiano di sancire quei principi il cui rispetto potrebbe risollevare la capacità di fare impresa nel nostro paese.
La Banca Mondiale, nel rapporto “Doing Business” del 2011, ci vede all’80° posto nella graduatoria degli stati più attrattivi per gli investimenti, retrocessi di quattro posizioni rispetto al ranking stilato lo scorso anno.
I punti deboli del nostro paese sono: la giustizia civile (157° posto), la pressione fiscale (128° posto) e la burocrazia (95° posto per le registrazioni di proprietà e 92° posto per l’ottenimento di autorizzazioni, licenze e permessi vari).
Le cose vanno leggermente meglio per quanto riguarda la possibilità di avviare un’impresa (68° posto), la tutela degli investimenti e del risparmio ed il commercio estero (58° posto); una cosa che ci riesce bene è la chiusura di un’attività (30° posto).

Complessivamente, da un esame del disegno di legge, si ricava peró l’idea che alcuni dei bersagli principali vengano colpiti solo in parte. Le norme sui pagamenti delle pubbliche amministrazioni, che, secondo le stime, onorano i debiti in media dopo 94 giorni (termine che sale a 138 giorni per le piccole e medie imprese) si limitano a dichiarare un diritto non rinunciabile gli interessi in mora. La proposta di legge non recepisce le norme contenute dalla direttiva 2011/7, che impone un termine di pagamento di 30 giorni e fissa gli interessi moratori all’8%. Ma soprattutto, non incide sull’effettività del diritto di credito perché non prevede alcun nuovo rimedio per l’accertamento e la riscossione del credito. Anziché disegnare misure più stringenti per far valere subito il credito, si preferisce forse deresponsabilizzare le pubbliche amministrazioni e accumulare debito pubblico? L’ammontare dei pagamenti dovuti dalla PA è di 70 miliardi di euro (il totale dei crediti delle imprese verso le amministrazioni degli stati nazionali europei è di 180 miliardi di euro).

Proprio alle piccole e medie imprese, le più esposte al rischio di fallimento per la mancata riscossione del credito che vantano dall’amministrazione pubblica, lo Statuto promette misure discutibili, se valutate secondo i principi della concorrenza e del libero mercato. All’articolo 2, infatti, si eleva a principio generale “il sostegno pubblico, attraverso incentivi e misure di semplificazione amministrativa da definire attraverso appositi provvedimenti legislativi, alle micro, piccole e medie imprese, in particolare a quelle giovanili e femminili e innovative”. Insomma, il rischio è che tale principio finisca un giorno per ispirare e legittimare più spesa pubblica e aiuti di stato a chi riesce ad avere accesso alle prebende dei decisori politici; più comodi, questi ultimi, nelle vesti di chi elargisce con benevolenza sussidi alle lobby più vicine, piuttosto che nei panni di paga i debiti contratti.

Una misura ad hoc in palese contraddizione con i principi della concorrenza, dell’economicità e della non discriminazione è contemplata all’articolo 12, in materia di appalti, dove si chiede alle stazioni appaltanti di “introdurre modalità di coinvolgimento nella realizzazione di grandi infrastrutture, nonché delle connesse opere integrative o compensative, delle imprese residenti nelle regioni e nei territori nei quali sono localizzati gli investimenti, con particolare attenzione alle micro, piccole e medie imprese”. Scegliere la parte contraente in base alla localizzazione della sede legale della società, anziché dell’efficienza, della capacità di far fronte ai propri obblighi e del minor costo per le tasche del contribuente è un modo per alimentare il clientelismo, frammentare il mercato nazionale, ottenere lavori pubblici mal fatti e incrementare la spesa pubblica. A tutto danno di chi versa i propri guadagni all’erario e fruisce di servizi scadenti.

Lo Statuto, in definitiva, era e resta uno strumento opportuno di ‘codificazione’ e di legittimazione delle imprese come soggetti attivi e da tutelare, anzitutto nei confronti dello Stato predatore. Alcuni vizi assistenzialisti, corporativi e protezionisti, purtroppo, sono duri a morire. Ma fatto lo Statuto – auspichiamo- lo si potrá sempre migliorare.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

2 Responses to “Non paga i debiti, ma promette sussidi: lo Stato visto dallo Statuto delle Imprese”

  1. Marcello Mazzilli scrive:

    Sono un piccolo imprenditore che lavora con un dipendente e alcuni collaboratori freelance. Spesso molti lavori che faccio sono per un ente pubblico (dopotutto se lo stato si prende il 70% del PIL direttamente o indirettamente lavoriamo tutti per lo Stato). Io sono uno di quelli che lavorano INDIRETTAMENTE per lo Stato. Funziona così. L’Europa da 100 per un determinato lavoro e impone che l’azienda appaltatrice abbia tot dipendenti e to fatturato (escludendo le piccole dalla gara). Anche le grandi spesso devono associarsi in ATI (associazioni temporanee di impresa). Ad esempio 3 aziende mettono insieme (sulla carta) i numeri e riescono a vincere l’appalto. Due delle tre aziende si prendono “la loro parte” (diciamo un 20%) senza fare nulla e si tolgono di mezzo. L’azienda capofila tiene il 60% e comincia a trovare chi può fare il lavoro (perché spesso in casa non ha le professionalità necessarie). Diciamo che trova ME che faccio un preventivo di 30. Di questi 30 ne spendo 23-25 (in costi vivi, noleggi materiali, permessi, collaboratori, etc…) e ne tengo 5-7 per me (che lavoro anche io.. non mi limito a passare la pala). Ovviamente, pagate le tasse io in tasca mi metto 3. A fronte di 100 pagate l’Europa ottiene un lavoro che vale 30.

    La mia non è una critica “di sinistra” contro chi fa margine senza mettere le braccia. Non critico chi vuole fare del margine anche NON facendo nulla.. fa parte del gioco. Il problema è all’origine. Al limite imposto al bando che mi butta fuori dalla gara prima di cominciare. Se tutti potessero partecipare al bando iniziale io potrei chiedere 80 e fare un margine molto più ampio (55) che mi renderebbe più ricco. Potrei investire e crescere. Poi con il tempo i concorrenti chiederebbero 60, 50, fino ad arrivare ai 30 che sono il reale valore reale del prodotto consegnato.

    L’Europa spenderebbe un terzo per lo stesso prodotto, cioè i contribuenti tutti spenderebbero un terzo. Ci sarebbe più concorrenza tra imprese. Non ci sarebbero margini colossali per chi non fa nulla ma il rapporto lavoro/prodotto sarebbe più onesto.

  2. Paolo scrive:

    La fregatura è nell’art.42 del codice degli appalti.
    Per verificare la “capacità tecnica” dell’appaltatore, le stazioni appaltanti possono richiedere molti parametri, ad es. quanto sono disposte a fornire senza subappalto. Ma tutti gli enti (bada caso!) si limitano a richiedere il fatturato….

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