Formidabile, quell’Iri. Le nostalgie di Tremonti sanno di muffa

– Di Silvio Berlusconi conosciamo ormai da tempo i tic: la personalità egolatrica, la propensione a reinterpretare la realtà, eufemisticamente parlando. Possiamo affermare di conoscere altrettanto bene il carattere di Giulio Tremonti? Sappiamo che l’uomo ha una robusta vocazione ai grandi disegni storici, quelli da immortalare sulle lavagne in magniloquente simbiosi con gli Scalfari ed i Bertinotti. Tremonti è proteiforme, è quella tesi ed antitesi che un’era geologica addietro rimproverava alla sinistra di essere: è liberista ma anche colbertista, federalista ma anche centralista. Vede ovunque zavorre a carico del nostro paese, perché cresceremmo di più se avessimo il nucleare ma anche se non lo avessero (più) gli altri.

In contesti più liberi e meno culturalmente arretrati del nostro, Tremonti sarebbe liquidato per quello che è: un signore affetto da teleologismo demiurgico ma dalla scarsa o nulla attitudine alla comprensione della realtà. Qui, invece, dobbiamo accontentarci di leggere che stiamo mobilitandoci per “salvare” la Parmalat ed i suoi 1,4 miliardi di euro di liquidità disponibile. Orwell era un esangue dilettante, a confronto.

Ancora una volta, l’aria di Cernobbio sembra stimolare la potente visione metastorica tremontiana:

«In questo momento, vedendo come è cambiato oggi il mondo, sarebbe meglio avere l’Iri e la vecchia Mediobanca»,

ha dichiarato il ministro al workshop Ambrosetti. Che Tremonti abbia una robusta fascinazione per tutto quello che è francese, lo sappiamo almeno dai tempi dei prefetti messi a guardia dell’erogazione del credito. Come da tradizione, tutto finì in una bolla di sapone, ma almeno servì all’ordoliberalista di Sondrio per marcare il territorio rispetto alla Banca d’Italia. Un po’ come quando Mario Draghi tesseva l’elogio del modello tedesco, venendo accusato di banalità da quello stesso Tremonti che non perdeva occasione per magnificare il mitologico modello renano. Anche in questo Tremonti è molto “francese”: vuole la solennità dell’ultima parola anche sui luoghi comuni.

Il vecchio Iri e la vecchia Mediobanca, si diceva. Perché servono dei campioni nazionali, e pure di dimensioni considerevoli:

«In questo momento la competizione è tra giganti. Noi, invece, continuiamo a fare gli spezzatini. Questa è una riflessione che tutti dobbiamo fare»

Tutto avremmo pensato di sentire, in questo disgraziato paese, ma l’elogio dell’Iri va effettivamente ben oltre la più fervida fantasia. Stiamo parlando di innumerevoli success stories, come noto. Dalla siderurgia alla tenuta di Maccarese, passando per l’Alfasud e le utilities monopoliste di telefonia ed autostrade. E poi c’erano le banche. Quelle di interesse nazionale controllate dall’Iri e, nel più generale perimetro pubblico, gli istituti di credito come il Banco di Napoli. Formidabili, quegli anni. Il nostro paese faceva paura. Soprattutto a mercati ed istituzioni internazionali, che lo vedevano danzare sul ciglio del baratro, strafatto di debiti.

Questo è peraltro lo stesso Tremonti che, durante la Grande Recessione, si lamentava della scala dimensionale a suo giudizio eccessiva del nostro sistema bancario, tale da non riuscire a comprendere le esigenze delle nostre imprese, e che intonava lodi al “piccolo e locale è bello”, fino al punto da promuovere la creazione di una fantomatica Banca del Sud (che peraltro appare avere tempi di gestazione biblici), basata su un’inutile e fiscalmente distorsiva riduzione dei costi della raccolta, disinteressandosi dei reali motivi alla base dell’elevato costo del credito nelle regioni meridionali. Quanto alla Mediobanca di Enrico Cuccia, si tratta del centauro ove il pubblico metteva i soldi ed i privati il potere, secondo il noto principio cucciano per il quale “i voti non si contano, ma si pesano”. A bene vedere, esiste una linea di continuità assoluta tra ora ed allora. Stiamo sempre parlando di un capitalismo di debito e relazionale, fatto di scatole cinesi ed estrazione di benefici “privati” del tipo di quelli che nulla hanno a che vedere con lo sviluppo di un sistema paese ma più propriamente con quelle stesse forme di parassitismo oligarchico, economico e sociale, che ancora oggi piagano l’Italia.

Parliamo di spezzatini. Vogliamo evitarli, dice Tremonti. Nel caso di Parmalat, proseguendo in questa linea di condotta, sarà invece proprio ciò che otterremo. Lactalis possiede quasi il 30 per cento del capitale dell’azienda di Collecchio. I nuovi patrioti dell’italianità dovranno quindi rastrellarne una quota almeno equivalente, sapendo che al superamento della soglia del 30 per cento occorrerà lanciare un’Opa obbligatoria sulla totalità delle azioni. In quel caso, o Lactalis consegna la propria quota ai patrioti incassando una congrua plusvalenza, oppure prende corpo l’ipotesi dello spezzatino, magari non immediatamente ma in seguito a tentativi di gestione paritetica del tipo di quelli abortiti in Edison. E quindi, ministro Tremonti, che si diceva degli spezzatini?

Ma a parte queste reminiscenze di libera reinterpretazione di un passato che non vuole passare, nel futuro potrebbe esserci comunque un ampliamento del raggio d’intervento della Cassa Depositi e Prestiti. Il sistema creditizio italiano soffre di insufficiente capitalizzazione, causata dalla crisi e dall’ormai cronica incapacità del paese a crescere. Basilea III è alle porte. Le fondazioni sono in affanno ma non intendono mollare la presa dal controllo delle banche. La Cassa (partecipata al 30 per cento dalle fondazioni stesse), potrebbe quindi essere arruolata per la ricapitalizzazione prossima ventura del sistema bancario. Avremmo la pubblicizzazione surrettizia del mercato del credito del nostro paese e torneremmo effettivamente ai tempi dell’Iri, per la soddisfazione di Tremonti. Italia, un paese convintamente proiettato nel passato.


Autore: Mario Seminerio

Nato nel 1965 a Milano, laureato alla Bocconi. Ha quasi vent'anni di esperienza presso istituzioni finanziarie italiane ed internazionali, dove ha ricoperto ruoli di portfolio manager ed analista macroeconomico, ed è attualmente portfolio advisor. Ha collaborato con la rivista Ideazione e con l’Istituto Bruno Leoni. Giornalista pubblicista, è stato editorialista di LiberoMercato, diretto da Oscar Giannino. Collabora o ha collaborato con Liberal Quotidiano, Il Foglio, Il Fatto Quotidiano, Il Tempo, Linkiesta.it.

12 Responses to “Formidabile, quell’Iri. Le nostalgie di Tremonti sanno di muffa”

  1. Gino scrive:

    Non credo che il problema debba porsi secondo lo scherma ormai frusto dle dualismo pubblico – privato. A fare la differenza sono gli uomini. Se il “pubblico” si chiama Beneduce o Mattei mi sta bene. Se si chiama Prodi, no. Il “privato” mi sta bene se si chiama Vichi ma non se si chiama Marcegaglia. Dire “privatizzazioni sì” o “nazionalizzazioni sì” è come gridare “W Roma” o “W Lazio” ovvero significa parlare per slogan. Il problema è se le privatizzazioni (o le nazionalizzazioni) avvantaggiano i cittadini o qualcun altro. Nono ho preclusioni di nessun genere purché l’una o l’altra mossa vadano a vantaggio di noi cittadini, di noi lavoratori. Il dibattito se sia più giusto e più bello esser liberisti o statalisti appartiene al regno dell’ideologia e m’interessa poco.

  2. houseorgan scrive:

    Ottimo articolo pienamente condiviso. Comunque, l’odore c’e, ma non è muffa.

  3. Mario Seminerio scrive:

    Gino, giustissimo. Lei vede nel pezzo invocazioni ideologiche al liberismo purchessia oppure indicazioni di fallimenti e prassi oligarchiche da commistioni tra pubblico e privato(come il capitalismo di debito e le scatole cinesi di cui la Mediobanca cucciana è stata infaticabile levatrice) che sono alla base del declino italiano?

  4. vittorio scrive:

    Personalmente preferirei vedere meno ingerenza statale possibile.
    Tuttavia alla fine convengo su quanto diceva Gino. Se dobbiamo scegliere, meglio il paternalismo Tremontiano al socialismo clientelare del duo Casini-D’alema.
    Alla fine chi propone aumenti fiscali e patrimoniali sono sempre i soliti: i vari Casini e D’alema per l’appunto, a cui non dubito si aggiungerà il Montezemolo espressione della baronia confindustriale.
    La demagogia sindacal-socialista che predica l’aumento delle tasse sulle “rendite” (e che nella realtà si concretizza in un inasprimento fiscale sul risparmio a tutto svantaggio dei cittadini italiani comuni e a tutto vantaggio dei veri miliardari residenti nei paradisi fiscali del club med confindustriale) è brandita indifferentemente da Casini, Montezemolo e Bersani.
    Quindi francamente a poco serve cercare di sfornare critiche basate più sull’antipatia verso Tremonti che sulla sostanza delle cose. In un contesto di centro destra Tremonti e Berlusconi rimarranno sempre preferibili alla muffa cattocomunista del terzo polo di Casini. Fareste invece meglio a spiegare come mai il FLI è alleato (di secondo piano) a un’ipotesi di alternativa che incarna in pieno il socialista tassa e spendi e che è ispirata in modo pressochè totale dalle posizioni fiscali e clientelari della coppia D’alema-Visco.

  5. Mario Seminerio scrive:

    Vittorio, perdoni la ruvidezza, ma raramente ho letto un commento fuori tema come questo. O forse sono io che sono tardo, ma se lei mi spiega che c’entrano Casini, i cattocomunisti e le rendite con l’esaltazione di un modello che è miserrimamente fallito trent’anni fa (e che funzionava – forse – negli anni Trenta e nel secondo Dopoguerra) ma che tuttora produce danni, gliene sarei grato. Scrivere di critiche “sfornate per antipatia” verso Tremonti è così prepoliticamente disarmante che mi asterrò dal commentare oltre. Ultima nota autobiografica: quando commentate miei scritti vi sarei grato se evitaste incasellamenti e tassonomie, del tipo “voi di FLI”, grazie. E soprattutto, grazie per non andare offtopic, just in case.

  6. Passiamo da liberare l’economia con l’articolo la modifica all’articolo 41 al restaurare l’IRI. Non vale nemmeno la pena di perdere tempo commentare, ogni settimana inventano una panzana.

  7. Lorenzo scrive:

    Caro Mario, i commenti a cui hai risposto dimostrano che c’e anche di peggio che l’elogio dell’IRI, non poter dire che questa e’ una cosa a dir poco incredibile pena essere tacciati di filo cattocomunismo.
    Dire che vorremmo meno stato e più’ privato significa essere ideologici. Intanto i nostri politici si divertono con la scandalosa “nominopoli” sia sulle ex (sic!) partecipazioni statali che sulle municipalizzate (basta e avanza vedere quelle milanesi).
    Secondo alcuni questo va bene basta che i nominati siano dalla parte giusta. Sarò banale e ideologico ma a mio modesto avviso la parte giusta dovrebbe deciderla il mercato e non i partiti. Nessun partito!

  8. Gino scrive:

    In verità, il mio commento non voleva essere una critica al pezzo o (tantomeno) alle intenzioni dell’autore. Volevo soltanto sottolineare che, alla fine, il successo o l’insuccesso di qualsivoglia prassi economica è dovuta non tanto al valore o meno della prassi medesima ma, soprattutto, al valore delle persone che la applicano concretamente. L’Iri, come il mercato è fatto di persone. Non sono entità aventi un’esistenza propria. Ribadisco: il mio commento non era né un elogio all’Iri, né una critica al mercato. Vorrei soltanto dimostrare l’estrema relatività di concetti come “socialismo”, “statalismo”, “liberismo”, etc. Vanno visti, a mio vedere, nei vari contesti nazionali, nelle pecularità dei popoli (l’abito economico va tagliato sulle misure del popolo a cui deve servire), nelle persone che applicano una determinata prassi, negli obiettivi che si vuole raggiungere, nelle congiunture storiche. Queste, credo, sono tutte variabili da cui non penso si possa prescindere per la scelta d’una prassi economica.

  9. lorenzo scrive:

    Mi perdoni Gino, ma non sono d’accordo. La “superiorita’ del mercato” per alcuni (in Italia troppo pochi) non e’ una cosa relativa ma, a torto o a ragione, un fatto dimostrato dalla pratica e dalla teoria economica.
    Le persone passano (anzi nel nostro Paese il ricambio dovrebbe essere molto piu’ veloce di quello che e’ oggi) e non possiamo essere a favore o contrari ad una nuova IRI a seconda del fatto che ci piaccia o meno Tremonti.
    “La deputazione generale” della Fondazione Monte dei Paschi (che contralla una delle piu’ grandi banche del paese) e’ composta da 16 membri di cui 8 nominati dal sindaco (sic!) e 5 dal presidente (sic!!) della provincia di Siena.
    Nel consiglio di Amministrazione delle Poste hanno (Tremonti e Letta) proposto di metterci la Siliquini (che guarda caso, il 14 di dicembre ha avuto improvvisamente una crisi di coscienza).
    Se a voi sembra normale….

  10. Gino scrive:

    Non a seconda che ci piaccia o meno Tremonti. Ma a seconda delle sue capacità. Semmai è su queste ultime che si dovrebbe discutere. E confrontarlo con Beneduce e Mattei che l’Iri, rispettivamente, lo fondarono e lo fecero crescere. Per quanto riguarda l’esempio del Monte dei Paschi dimostra soltanto che la nostra classe politica attuale è una Casta che mette le persone sbagliate al posto sbagliato. Ma sempre una questione di capacità è. Quello che mi chiedo, con preoccupazione, è se nella nostra classe politica ce ne siano di persone capaci.

  11. Andrea B scrive:

    Tralasciamo l’ IRI per carità … ho lavorato qualche anno in una società ex partecipata statale, pochi anni prima privatizzata e venduta a compratori esteri e gli echi di quelli che erano stati gli anni ruggenti del parassitismo e dell’ inefficienza non si erano ancora spenti del tutto.
    Con situazioni che ricordavano molto da vicino i comportamenti impiegatizi della “megaditta” immortalata da Paolo Villagio nei primi film di Fantozzi, dove si voleva andare ?
    A combattere, commercialmente parlando, per il mondo ?

    Ma invece piuttosto Mediobanca, che ricorda con nostalgia Tremonti, soprattutto nell’ ottica di una dimensione strutturale che ora ci mancherebbe per competere nel mondo, non era la grande burattinaia di incroci e ingegnerie azionarie varie, che consentivano alla famiglie del grande ( si fa per dire ) capitalismo italiano di controllare “il tanto con il poco” ?
    Cioè l’ artefice di quella strategia che, preservandoci dal mondo esterno, ci ha condannato al nanismo in un mondo di giganti ?

  12. Gino scrive:

    Se l’Iri è così pessimo perché De Felice e altri storici affermano che l’Italia superò meglio (visto che in Italia non ci furono mail le tendopoli e in minor tempo, visto che gli Usa riuscirono ad assorbire tutti i disoccupati solo durante la guerra) la crisi del ’29 rispetto a Paesi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna che applicavano le regole del mercato? Al riguardo parlano le cifre e i dati oggettivi. Se si parla dell’Iri di Andreotti e Prodi sono d’accordo sul giudizio negativo, ma quello di Beneduce era tutt’altra cosa

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