Intervista a Foad Aodi su immigrazione e integrazione

– Foad Aodi è un medico palestinese con nazionalità italiana ed israeliana. Dal 13 febbraio è membro della segreteria nazionale di Fli. E’ presidente della Co-Mai, comunità del mondo arabo in Italia e dell’Amsi, Associazione Medici di origine Straniera in Italia. 15.000 medici stranieri. Associazione che si prefigge di assistere, consigliare e riunire i medici iscritti agli ordini dei medici italiani e gli operatori sanitari di origine straniera operanti in Italia che provengono dalle più svariate località del mondo e collaborare con tutte le istituzioni, ambasciate, albi professionali, associazioni professionali, sindacati, comunità e forze politiche. Libertiamo lo ha intervistato a proposito della sua scelta di darsi (anche) alla politica attiva con Futuro e Libertà e della situazione dell’immigrazione in Italia, alla luce delle rivolte che negli ultimi mesi sono scoppiate in molti Paesi arabi.

Dottor Aodi, la sua è una storia lunga. Un percorso strutturato prima di approdare alla politica con Fli. Come è maturata questa scelta di “guardare al centrodestra”?
Nel 2002 sono stato eletto Presidente del collegio dei Revisori dei conti, la prima volta per un medico di origine straniera all’ordine dei medici e degli odontoiatri di Roma. Così come sono stato il primo ad organizzare un convegno con Alemanno, la Regione Lazio e i medici stranieri dell’Amsi.
Durante tutto il mio percorso ho sempre distinto il mio parere e la mia posizione personale politica dal mio progetto. Quando ho iniziato ad organizzare i convegni sull’integrazione, mandavo i miei inviti indistintamente ad ogni parte politica. Ma il riscontro è stato sempre lo stesso, il 95% dei politici del centrodestra rispondeva, veniva, si attivava, era interessato a partecipare.
Per me era importante la comunicazione politica con chi aveva a cuore la questione. E data la risposta del centrodestra, soprattutto sul territorio del Lazio, ho stretto sempre più rapporti politici con loro, anche se negli anni mi sono state offerte candidature sia da destra che da sinistra, non in ultimo per la giunta Polverini. Non ho accettato, ma sono sempre stato al fianco della Regione Lazio che ha costruito diversi ambulatori, mentre Veltroni, nella sua campagna elettorale per il Comune di Roma, ha volutamente evitato di affrontare la spinosa questione dell’immigrazione.

E perché alla fine ha deciso di scendere in campo, direttamente, con Fli?
Ho accettato di sostenere il progetto politico di Fini prima con Fare Futuro, e poi con Fli, innanzitutto per un riconoscimento verso di lui come uomo, come politico. Ha avuto il coraggio di cambiare le sue idee, di aggiornarsi, di aprirsi al passo dei tempi. Ha sposato il progetto dell’integrazione. E’ stato l’unico politico in tutti questi anni che ha pensato e pensa al futuro, cerca in qualche modo di prevederlo, essendo estremamente attento all’attualità.
Fli sintetizzata la mia idea di immigrazione legale, etica, “istituzionale”.

E’ stato criticato per avere scelto come interlocutore politico il centrodestra?
Dieci anni fa sono stato il primo a parlare di integrazione confrontandomi con il centrodestra; oggi in molti mi danno ragione. E apprezzano la mia coerenza nel dividere il mio ruolo di presidente rispetto alle scelte personali che ho fatto. Ritengo che esistano due modi per entrare in politica: o lo si fa quando si è giovani, si inizia dalla militanza e si va avanti, oppure si fa un percorso indipendente, lungo, dove uno porta avanti i proprio obiettivi e poi sceglie di affiancarsi alla parte politica che più si avvicina a quel cammino.
Io ho fatto così, tenendo ben presente, però, che io e le mie scelte siamo una cosa diversa rispetto alle mie associazioni.

Non l’hanno accusata, dopo l’Assemblea Costituente di Fli, di conflitto di interesse?
Tutti gli aderenti alle mie associazioni hanno voluto che rimanessi Presidente. Mi hanno detto: “se tu lasci, le nostre associazioni moriranno”. Hanno continuato a riconoscermi come “capo”. Quanto a me, riesco a coniugare bene i due ruoli, visto che le due associazioni di cui sono Presidente non sono politicamente schierate.

Parliamo di attualità. Cosa pensa di ciò che sta accadendo in queste settimane nei Paesi del nord del Mediterraneo?
I fatti che stanno scuotendo da alcuni mesi il Mediterraneo io li definisco la nuova caduta del muro, del muro della paura, del silenzio del mondo arabo. Stiamo assistendo alla primavera della gioventù. Partendo da ciò che è successo in Egitto, tutti gli altri paesi oppressi hanno preso coraggio e ispirazione. E’ stato un grande movimento spontaneo. Senza ideologie politiche o religiose. Una rivoluzione libera. Io personalmente appoggio con simpatia le persone che stanno dando vita a questi movimenti.
Per lo più sono giovani, diversi dai genitori, che hanno avuto la possibilità di studiare, che usano internet, Facebook, i social network, che leggono, che hanno la possibilità di vedere cosa accade fuori da casa loro e hanno sviluppato un’opinione.
L’Occidente è stato sorpreso da queste sommosse, nessuno ha avuto la lungimiranza di prevederle. Adesso, in molti di etichettare, di strumentalizzare questa rivoluzione, ma sbagliano. L’errore più comune è di dire “popolazione araba” e pensare subito alla religione islamica, ma questa chiave di lettura porta fuori strada. In Occidente si pensa sempre: arabi uguale Islam. Ma non è così. Questo è un movimento che comprende persone di tutte le religioni con un unico obiettivo comune, la libertà. Ogni rivoluzione da quella egiziana a quella tunisina, ha avuto delle caratteristiche e delle anime diverse, ma il filo conduttore per tutti è stato lo stesso. Solo in Libia le caratteristiche sono leggermente differenti, perché Gheddafi ha messo in piedi un esercito di suoi fedeli ed è spalleggiato dai suoi amici e parenti ricchi, con i soldi e con le armi, mentre le forze civili sono disarmate, hanno difficoltà a difendersi.

Nella questione libica, come si sta comportando l’Italia? Che giudizio dà?
Questa può essere definita la “guerra dei ritardi”. Tutto l’Occidente, compresa l’Italia che geograficamente è più vicina al nord del Mediterraneo, non hanno saputo leggere le avvisaglie. Il Governo italiano è sembrato un governo in coma, che sta ai margini. Emblematica la frase di Berlusconi “non voglio disturbare Gheddafi”.
In Libia, diciamolo, l’Europa è intervenuta militarmente perché in ballo ci sono interessi economici notevoli. Ma l’Itali,a in confronto alle altre potenze europee, esce solo molto indebolita dalla linea di politica estera che sta tenendo. Ricordiamo le tante battute nei confronti del mondo arabo a cui ci ha abituato per anni il Cavaliere. I cittadini arabi hanno molto criticato la strumentalizzazione, soprattutto da parte della Lega, della religione islamica, utilizzata per indurre fobie ingiustificate negli italiani.
A mio parere non si costruisce una linea di politica estera sui rapporti personali del Presidente del Consiglio. Ricordo la politica estera di gente come Craxi o Andreotti; parlavano ai cittadini ma anche alle diplomazie degli altri paesi.

Come si fa ad avere una “giusta immigrazione”? Sia guardando ai fatti di attualità, sia parlando in un’ottica futura?
In primo luogo bisogna intensificare i ponti della conoscenza tra le culture e la collaborazione. L’Italia deve porsi come obiettivo la cooperazione con i popoli del nord Africa. L’atteggiamento peggiore, che spesso tengono tutti, in primis i mass media, è quello di strumentalizzare l’immigrazione. Di parlare solo di quella clandestina, di raccontare solo gli aspetti negativi. Bisogna parlare della buona immigrazione. Ormai molti cittadini italiani sono immigrati regolari, che fanno parte integrante della vita della nazione. Sono imprenditori, medici, impiegati, occupano tutti i livelli della società civile e aiutano l’Italia a crescere. Di questo bisogna parlare e questo bisogna incentivare.

Fli può essere in grado di superare questa sfida?
Questa è stata, ed è tuttora, proprio la sfida di Fini e di Fli: pensare ad un’immigrazione programmata, in base anche alle esigenze del mondo del lavoro. Ci sono tre modi per inquadrare i flussi d’immigrazione: quelli programmati; i clandestini e infine le emergenze umanitarie. Noi dobbiamo organizzare il nostro paese facendo riferimento al primo modo. E’ quello per cui mi batto da dieci anni, e per cui ho accettato di iniziare un percorso politico in prima persona in Fli.

E per risolvere l’emergenza immigrazione che sta scoppiando in questi giorni nel nostro paese?
Nello specifico di quanto sta succedendo in queste settimane, con gli immigrati che arrivano dal nord Africa, si tratta di emergenza umanitaria: il primo modo per fare fronte a questi episodi è mandare aiuti umanitari. L’Italia è stata l’unica che ha provato a farlo ed è rimasta isolata.
Secondo me questo è l’aiuto che serve di più a questi popoli, essere agevolati nei loro territori dove manca tutto. Da medico posso dire che mancano cure, ospedali, cibo, tende e l’unico modo per essere efficaci è andare lì a dare una mano.
Per fare una politica responsabile sull’immigrazione bisogna fare questo, è l’unica soluzione. Oltre a quella di stabilire seri accordi bilaterali con i singoli paesi del Nord del Mediterraneo. Tra l’altro è l’unico modo che ha l’Italia per non far degenerare la questione sbarchi.
Un ulteriore ragionamento poi, va fatto per i rifugiati politici. In questo momento ci vuole tanto rigore. Bisogna saper distinguere tra i flussi di clandestini e l’emergenza. Ad esempio negli sbarchi degli ultimi giorni, vediamo che non ci sono libici. La maggior parte sono tutti tunisini che “sfruttano” il momento.

Perché l’Italia è l’unica che sta scontando questa emergenza?
L’Italia è rimasta da sola. Senza nemmeno l’aiuto della Comunità Europea. Il punto debole della UE è che in questi anni ha sviluppato esclusivamente una politica economica, ma non una estera. Così, tra la mancanza di soluzioni dell’Europa, la scarsa voce in capitolo dell’Italia e la contigua vicinanza ai territori del Nord del Mediterraneo, il problema degli immigrati sta finendo per diventare solo un problema del nostro Paese. Questa è una pagina nera nella politica estera europea. Tutti gli stati e anche la comunità europea si stanno comportando in modo egoistico. L’Italia ha il pieno diritto di pretendere sostegno dall’UE.

Quindi cosa dovremmo fare?
Mi permetto di dissentire dalla dichiarazione del mio amico Alemanno di qualche giorno fa, in cui diceva che non bisogna più far venire gli immigrati in Italia. In questo momento, come detto, è in atto una emergenza umanitaria. Ma chi viene qui in Italia deve sapersi integrare, deve avere rispetto del Paese in cui viene. La clandestinità non fa bene nemmeno all’immigrazione seria, controllata, programmata.
Davanti a noi abbiamo una vera sfida, che dobbiamo sapere sfruttare, tutti noi e soprattutto Fli che è una forza nuova, coraggiosa. Deve provare a ritagliarsi uno spazio nella politica estera del nostro paese.
Ripeto: gli arabi non sono solo l’Islam fondamentalista di cui spesso si ha paura. Questi movimenti di liberazione non hanno visto bandiere bruciate, né religiose, né politiche. Sono movimenti civili che lottano per la democrazia e per la libertà. Il mondo arabo sta cambiando, e sarebbe utile per tutti cominciare seriamente a dialogare con loro, ad aprirci a loro, ad avere la volontà di conoscere e di collaborare. Ed io in tutto questo, anche grazie al mio nuovo ruolo nelle fila di Fli, spero di continuare ad essere ciò che sono stato fino ad oggi, uno strumento, un ponte, tra i miei due mondi, quello arabo e l’Italia.


Autore: Simona Nazzaro

Nata a Roma nel 1980. Laureata in Scienze della Comunicazione, a La Sapienza, ha curato le campagne politiche e di comunicazione dell’Associazione Luca Coscioni. Collabora con diversi settimanali e quotidiani. La sua grande passione è il basket, e da anni concilia questa con il lavoro: conduce infatti una trasmissione radiofonica di approfondimento sportivo.

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