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Coatti nel trivio ovvero di La Russa e le Istituzioni italiane

– Applaudo, per scherno, a mezza Camera dei Deputati, poi mi volto,  e mando affanculo il presidente della camera. Poi c’è quello che lancia la rivista, della serie a chi coglio coglio – e poi il ministro, un altro, che prende la tessera di parlamentare e la scaraventa verso i banchi dell’opposizione. Eppoi c’è quello che bestemmia ad alta voce, tronfio e felice, convinto che il suo sia un atto rivoluzionario, non sapendo che le bestemmie dette in stato d’angoscia corrispondono alle preghiere.E poi addirittura le botte. Quante volte abbiamo visto risse in Parlamento, una marea. Eletti dall’aria pingue e pacifica che d’improvviso con scatto guerresco si scagliano sul trinariciuto nemico. Una massa di uomini, e talvolta pure donne, che si scontrano, sudaticci, gli uni sugli altri come in curva al derby o come in discoteca quando tutti son fatti (ma almeno, quelli in discoteca son giovani e belli da vedere).
E’ la nostra camera dei deputati, il nostro parlamento, il luogo simbolico, per certi versi sacro, che ci rappresenta. E questi sono i sacerdoti del senso etico e morale del nostro ordinamento sociale.
Ci scandalizziamo? Assolutamente no.

Molti elettori dopo aver visto il vaffanculo di La Russa saranno lì felici a dirsi: “che fico quest’uomo, è uno che rompe gli schemi, e poi un vaffanculo, quando ci vuole ci vuole”.
Che in Italia la dimensione simbolica della carica pubblica, e dei luoghi deputati alla dialettica politica ed alla rappresentanza delle istanze civili e culturali del Paese, sia un predicato sconosciuto ai più, ormai è un dato di fatto.
Confondiamo la carica con un diritto (se mi hanno eletto faccio quello che mi pare), ed il parlamento con una qualsiasi piazza. Una piazza umorale, istintiva, svaccata – e questi non sono deputati e ministri ma automobilisti incazzati che si fanno le corna e si mandano a cagare col finestrino abbassato e il braccialetto d’oro al polso – a Roma si direbbe dei coatti, e nel buon vecchio italiano il parlamento lo si sarebbe definito “trivio”.

Mandare  affanculo il presidente della camera, simbolicamente e quindi nella “verità” del gesto, significa disprezzare e denegare il concetto stesso di Istituzione. Buttare il proprio tesserino di parlamentare, come ha fatto Alfano, significa svilire la carica di parlamentare in sé. Una volta ai militari si insegnava che ci si poteva far fregare tutto dal nemico, persino le armi, ma mai i simboli distintivi, quelli son sacri.
Nella nostra politica, in poche parole, è venuto meno il rigore simbolico dell’appartenenza alla classe dirigente in guida al paese (termine che diventa quindi eufemistico), e si è istruita la dimensione autorappresentativa del Sé.
In altre parole non si comunica in “nome di una comunità”, come sarebbe geneticamente implicato nella comunicazione politica – in democrazia, ma si comunica la propria individualità pulsionale, emotiva, culturale.
Questi deputati sono la perfetta metaforizzazione di un paese politico nel quale la logica individualistica si è sovrapposta ad una logica comunitaria e di rappresentanza.
Tutto ciò andrebbe bene in una società basata sullo stato degli individui (anarchia malamente applicata, non quella ideale), ma non in democrazia.

Ogni gesto che fa un politico, bisognerebbe spiegarglielo – magari quando escono dallo stato di alterazione e prima che ci rientrino – è un gesto fatto in nome del paese e per nome dello stato.

Poi c’è un’altra questione, ben diversa, che è quella della teatralizzazione della comunicazione politica. Tutti ci ricordiamo il cappio portato in parlamento, il senatore creativo che mangiava la mortadella in aula, i cartelli mostrati nell’emiciclo e con su scritto “ladri” o “buffoni”. Queste narrazioni (oggetti, messe in scena, scritte –  tutte le forme testuali che vengono portate in parlamento) che potremmo definire una sorta di teatralizzazione politica, sono un esempio, interessante, di sovrascrittura della comunicazione parlamentare. Modelli di comunicazione che si sovrappongono, e didascalizzano e rafforzano, quelli canonici delle prassi parlamentari. E’ un bene o è un male? E’ giusto o sbagliato fare una messa in scena in Parlamento? Mettiamola così. Sono rappresentazioni “interessanti” da vedere e da analizzare, ma non sono consone.
Consono: aggettivo [voce dotta dal latino consonu(m). V. consonare] significa: corrispondente, conforme, concordante.
Il significato di questo aggettivo è sconosciuto a molti parlamentari italiani.
E allora, in base ai significati di sopra, gli facciamo alcuni esempi: loro dovrebbero comunicare con azioni consone alla simbolicità del Parlamento, e con modalità consone ai valori etici e civili della politica.
Verrebbe da dirsi, o vi decidete ad imparare a memoria il significato di questa parola, o vi obblighiamo a farlo, a schiaffoni, o lanciandovi qualcosa di molto pesante.
Ma tirare uno schiaffo ad un politico, o lanciagli un oggetto, è un grave reato.
Mentre poi, se i ministri e i deputati lo fanno tra di loro, allora cambia tutto, è il quotidiano esercizio delle loro funzioni. Costituzionalmente protetto dall’insindacabilità.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

3 Responses to “Coatti nel trivio ovvero di La Russa e le Istituzioni italiane”

  1. jo scrive:

    scusate, a parte il vaffa che si stiamo subendo da anni e anni in ogni occasione, e La Russa hafinalmente ricambiato in parlamnto perché quando ce vò ce vò, risulta qui quello che a tutti gli italiani risulta, e cioè che Di Pietro & C avevano OCCUPATO il Senato senza che alcuna autorità fosse intervenuta per ravvisarne il reato ? e siam qui a stignatizzare …ma …..

  2. La rissa di La Russa e l’aforisma del pizzaiolo
    dalla home page de Il Foglio di oggi, e dal mio blog.

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    La rissa di La Russa e l’aforisma del pizzaiolo

    Nel nostro paese non regge più il senso del giusto; regna il senso dell’ingiusto, come il vero diventa falso e il falso vero. Con facilità estrema; come quella del pizzaiolo si rivolta facilmente la frittata. Ieri un ministro della nostra Repubblica ha messo il nasone fuori dalla camera dei deputati ed è stato sbeffeggiato, intimorito e preso di mira da una pioggia losca di monetine, da parte di un gruppo di facinorosi. Il ministro è di destra ma poteva essere di sinistra. L’anomalia non è il ministro ma l’aggressione al parlamentare e al parlamento.
    Su questo punto (sull’aggressione al parlamentare) si doveva arrabbiare come belva ferita principalmente l’opposizione; poi Fini, e subito dopo il capo dello Stato. Che è successo tuttavia? Che il ministro s’è beccato la virulenta e scomposta reazione di Franceschini e di urla scomposte dall’opposizione; il ministro verbalmente reagisce ma si becca il richiamo di Fini. Reagisce anche il ministro ma in forma “soltanto” labiale. Rincara la dose Fini, e al povero ministro, stamani anche gli strali della stampa di sinistra. Forse chiederanno pure le sue dimissioni. Il capo dello stato che fa? Chiama a raccolta i capi gruppo magari per fare una strigliata alla maggioranza se non direttamente al ministro.
    No, signor presidente della repubblica; io cittadino non pagato profumatamente per fare politica e mai stato neppure vicino ad An, avrei gradito sentire dal mio capo dello Stato stigmatizzare senza se e senza ma l’aggressione al ministro e al parlamento di questa Repubblica dai facinorosi. E’ vero che esiste il fallo di reazione, ma l’aggressione è quella che va repressa con la chiarezza delle parole e la dovuta energia del loro seguito. Non a caso i cartellini sono di due colori: c’è il giallo e il rosso. E il rosso lo si chiede per La Russa, ma non per giustizia, ma per via dell’aforisma del pizzaiolo.
    Mario Nanni

  3. @MARALAI:
    ed ora ci manca anche che non si possa dire “buffone” ad un ministro senza sentirla definire aggressione. suvvia.

    il Parlamento rappresenta politicamente gli italiani ma non c’è scritto da nessuna parte che un cafone incivile debba essere rappresentato da un cafone civile . Alle classi dirigenti è richiesto un comportamento civile e senso delle istituzioni. Chi manca, manca del ruolo di classe dirigente.

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