– Viene dalla social tolerant Gran Bretagna una notizia a suo modo significativa dello spostamento della bilancia culturale in materia di diritto familiare.
Una coppia di confessione pentecostale è stata esclusa dalla possibilità di adottare bambini per la concezione valoriale che avrebbe trasmesso ai figli, in particolare perché avrebbe insegnato loro che l’omosessualità è un peccato.

E’ una sentenza senz’altro “progressista”. Ma allo stesso tempo ben poco liberale e – se ci si consente – anche abbastanza poco social tolerant.
E’ una sentenza che lascia perplessi sotto molti punti di vista.
Innanzitutto perché all’accettabilità sociale dell’omosessualità, persino nei paesi più avanzati, si è giunti abbastanza recentemente. La maggior parte di noi, dei nostri genitori e dei nostri nonni è cresciuta in un ambiente familiare e sociale che certo non poteva definirsi gay-friendly – tanto più che i comportamenti omosessuali sono da sempre a vario livello stigmatizzati dalle religioni che vanno per la maggiore.
Ritenere che un atteggiamento culturale quasi unanime in passato e probabilmente tuttora maggioritario sia incompatibile con la genitorialità è semplicemente risibile – anche perché se lo fosse l’umanità si sarebbe già estinta da un pezzo ed invece ci siamo ancora ed il più delle volte siamo grati a chi ci ha cresciuto.

Certo avere dei genitori fondamentalisti cristiani può non essere cool; può persino creare imbarazzo con i coetanei quando ci sarà proibito di bere, di fumare o di fare tardi la sera. Magari saremo presi in giro dai compagni più “emancipati”, da quelli che crescono nelle famiglie “giuste”.
Paradossalmente, per molti versi, avere genitori ultrareligiosi è proprio come avere genitori gay. Anche avere due papà o due mamme del resto non è la cosa più cool e sarà probabile fonte di battutacce a scuola e di imbarazzo di fronte agli amichetti.

E proprio come i genitori omofobi anche i genitori gay sono sovente accusati da molti di trasmettere paradigmi sbagliati, immorali ed inaccettabili ai bambini.
Vi è un’assoluta simmetria, in questo senso, nello statalismo etico dei conservatori e nello statalismo etico dei progressisti. Sempre e comunque le élites culturalmente dominanti rivendicano il diritto di stabilire quali sono i modelli genitoriali corretti e quali quelli deleteri per il minore.
Nei paesi più conservatori si metteranno al bando le forme familiari nuove ed alternative, nei paesi più progressisti le visioni bigotte e tradizionali della famiglia.
Il nostro paese arriva addirittura a sommare lo statalismo etico di destra e lo statalismo etico di sinistra. Nella sua maestosa equanimità riesce allo stesso tempo a vietare le adozioni ai gay e ai “razzisti” e – dato che quasi nessuno sostiene il diritto degli omosessuali alla genitorialità mentre da più parti ci si mobilita per il varo di leggi antiomofobia – non ci sarà da stupirsi se presto le vieterà allo stesso tempo ai gay ed agli omofobi.

Insomma per la politica, di destra, di sinistra e di destra-sinistra, meglio avere pochi genitori – pochi ma “buoni” secondo la visione di correttezza politica che di volta in volta riscuote più successo.
Chi scrive, al contrario, ritiene che sarebbe meglio avere più genitori e meno orfani, anche se si tratta di accettare che i genitori non siano “perfetti” – che non siano tutti ricchi, colti, eterosessuali e radical chic; che non siano tutti belli come nelle pubblicità della Kinder o del Mulino Bianco.

Se l’alternativa è il duplice dramma di tanti uomini e donne senza figli e di tanti bambini senza genitori, allora dobbiamo saper correre il rischio dell’imperfezione.
Diamo fiducia alle famiglie, con il loro background e la loro diversità. Diamo fiducia ai genitori, alla loro capacità di amare i bambini di cui liberamente scelgono di prendersi carico e di compiere le scelte educative che reputano migliori per il loro futuro.

E smettiamola con l’idea che l’ambiente familiare sia un “pericolo” per i bambini e che tra i compiti dello Stato ci sia quello di “salvarli” dai loro genitori – quell’idea che, in fondo, è alla base del diffuso rigetto della libertà di educazione e della difesa ad oltranza della scuola pubblica come strumento di protezione dei più giovani dalle scelte miopi, ignoranti e culturalmente “chiuse” delle famiglie.
I papà e le mamme – per quanto possano essere bigotti, razzisti, incolti o gay – hanno per lo meno un punto in più di qualsiasi politico, di qualsiasi ministro della famiglia e di qualsiasi ministro dell’istruzione; quello di volere bene ai propri figli e di essere pronti a sacrificarsi per loro.