Lo stallo in Libia fa bene solo a Gheddafi

– I jet della Nato sono impegnati in un’operazione militare dal nome particolarmente esplicativo, un’attività svolta in aiuto e a favore di qualcuno (i civili libici) e non contro qualcuno (il rais) e il cui solo nome dà a molti pacifisti dell’ultimo minuto una sorta di appagamento vuoto. Nel passaggio di consegne da Onu a Nato, la missione ha preso il nome di “protezione unificata” e sarà tesa a “proteggere i civili e le aree popolate da civili sotto minaccia di attacchi da parte del regime”, che hanno causato 12.000 morti in tre settimane.

Gli alleati credono o mostrano di credere in alcune cose che sono chiaramente false. L’illusione più perniciosa è che siano sufficienti la no fly zone – anche nella sua forma rafforzata che include i raid su bersagli di terra – e il pressing diplomatico su Tripoli per rovesciare Gheddafi ed evitare che la Libia si trasformi in una foresta di macerie.
Le forze militari del rais sono attrezzate e molto bene organizzate. Hanno opposto un incredibile fuoco di sbarramento contro l’avanzata dei ribelli, quando sembrava che la presa di Sirte, luogo-simbolo del regime e della rivoluzione, fosse cosa fatta. E invece è bastato che gli alleati frenassero i bombardamenti, per consentire alle colonne lealiste di avanzare di circa 300 chilometri in 48 ore e riconquistare gli impianti petroliferi strategici. Sulla costa libica l’aria è semplicemente spaccata dall’artiglieria. I razzi divampano, gli obici fischiano sopra le teste della popolazione, mentre a Bengasi torna l’incubo dell’assedio.

Le voci della politica si rincorrono in un linguaggio pirotecnico, fantasioso, che porta il Presidente Barack Obama, intervistato dalla Cbs, ad affermare: “il nodo scorsoio si stringe sempre più attorno al collo di Gheddafi, che da un momento all’altro potrebbe decidersi a negoziare la fine delle ostilità”.
Finora, solo Francia e Qatar hanno riconosciuto ufficialmente “il Consiglio nazionale provvisorio” degli insorti come governo legittimo, sebbene anche altri paesi, come il Regno Unito, lo abbiano tacitamente sostenuto. E’ sottile e sotterraneo, ma estremamente concreto, il rapporto tra la coalizione e i ribelli. Un rapporto significativo, cruciale per avviare un processo di transizione in Libia.

Agendo sotto la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Gheddafi è un bersaglio solo in quanto capo delle forze militari che minacciano la popolazione, non in quanto capo dello stato. Quand’anche andasse in porto il piano di armare gli anti-governativi, le cospicue finanze e il saldo controllo dell’esercito, potrebbero consentire al rais di resistere a lungo al potere. E in questo caso la Libia, i paesi della regione mediterranea e la comunità internazionale dovranno subire le conseguenze di una sanguinosa guerra civile, di un flusso di migrazione biblica e di un rialzo prolungato dei prezzi del petrolio.

Per sollevare un germe di dubbio nelle menti più ingenue, basterebbe ricordare che Gheddafi può attingere a riserve auree per sette miliardi di dollari, equivalenti a circa un decimo delle dimensioni dell’economia libica. Nessun altro paese, eccetto il Libano, possiede un rapporto così elevato di riserve di metallo giallo rispetto al prodotto interno lordo (dati del Fondo Monetario Internazionale). Un patrimonio di 144 tonnellate metriche d’oro, per fronteggiare l’embargo petrolifero completo e continuare a pagare i mercenari provenienti dal Ciad e da ogni recesso remoto dell’Africa.

Più si allungheranno i tempi del processo di transizione, maggiori saranno le difficoltà per la ripresa dell’industria petrolifera libica. La sospensione prolungata delle forniture di petrolio del paese metterà sotto pressione la catena mondiale dell’offerta, perché basterebbe l’escalation delle proteste in un altro dei grandi paesi esportatori (Iran? Russia? Arabia Saudita?), per innescare una nuova fiammata dei prezzi del petrolio, che nelle sei settimane del conflitto libico si è impennato del 20%. Con ricadute inevitabili sulla crescita economica globale.


Autore: Pierpaolo Renella

Nasce a Chieti, 18 anni dopo Sergio Marchionne. In seguito si trasferisce a Milano e, dopo la laurea in Giurisprudenza, entra nell’industria bancaria, senza più uscirne: prima negli Stati Uniti, poi in Italia, con esperienza in varie attività del mercato dei capitali, dal securities lending ai prodotti strutturati derivati dall’azionario. Liberale sui generis (non è attaccato al denaro), Crociano e Boneschiano in gioventù. Formula politica preferita: non unione di forze laiche, ma unione laica di forze. Massima filosofica: la verità ti rende libero, quando avrà finito con te!

13 Responses to “Lo stallo in Libia fa bene solo a Gheddafi”

  1. Pietro M. scrive:

    La mia interpretazione del conflitto è:

    1. Dei leader tribali hanno deciso di combattere il rais per rivedere i rapporti di forza tra le varie tribù. Non si tratta di una guerra per la democrazia e la libertà, ma di un problema di equilibrio di potere tra potentati locali.

    2. La rivolta è in parte armata e finanziata dalla coalizione, e ha alcuni (non fortissimi ma presenti) legati col terrorismo islamista. Nonostante ciò, i rivoltosi sono militarmente inferiori rispetto alle forze lealiste.

    3. Come ogni repressione, le vittime civili sono tante, ma in una rivolta tribale farsi un’idea precisa di chi è “collateral damage”, chi è un insorto, e chi è invece un civile ucciso con finalità terroristiche è diverso. 12,000 vittime sembrano molte, ma se dovesse esserci una guerra civile tra tribù ostili e tribù favorevoli a Gheddafi, l’escalation sarebbe molte più vittime.

    4. Se non basta la no-fly zone, allora servono almeno 30-40,000 soldati da mandare sul fronte libico ad aiutare le tribù ostili a Gheddafi contro le altre. Ammesso che ne valga la pena.

    5. Dato che i buoni sentimenti servono a condizionare l’opinione pubblica ma non a guidare le politiche, immagino che l’appoggio alle tribù ostili a Gheddafi riguardi la possibilità di fare accordi petroliferi post bellici a favore della Francia.

    6. Tale Realpolitik dimostra per l’ennesima volta che l’Europa politicamente non esiste e non può esistere, perché gli interessi strategici e le visioni strategiche divergono.

    7. Io non ho nulla in contrario ad una politica di forza, se serve ad ottenere fini strategici utili e lungimiranti. Ma non ho letto nulla che faccia pensare che l’utilità strategica e la lungimiranza abbiano giocato un ruolo nelle valutazioni della coalizione. La domanda è: ma questi insorti sono preferibili a Gheddafi? Che garanzie danno? Che opinioni religiose e politiche hanno? Da chi sono addestrati e finanziati?

  2. Zanoni scrive:

    quindi, cosa proponi? radiamo al suolo Tripoli? invadiamo la Libia? immagino che i ‘liberatori’ saranno molto ben accolti, proprio come e’ accaduto in Iraq…

  3. Maurizio scrive:

    In Costa D’Avorio e Darfur stanno ancora aspettando un bell’intervento democratico, fatto per ragioni ideali e assolutamente disinteressato.

  4. Una premessa generale. Oggetto della mia analisi non è: “What are we fighting for?”. Questa domanda fareste bene a girarla a Mr. Sarkò e alla Lega Araba. In merito dico solo che l’operazione militare ha evitato il massacro a Bengasi, paragonabile alla mattanza di Srebrenica del 1995.
    Detto questo, concordo col punto n.7 di Pietro. Non sono convinto che gli alleati abbiano tutta questa strategia o grandi obiettivi sottostanti all’operazione. Su questo tema vi rimando a “Strategic Power: Military Capabilities and Political Utility”, del mio amico (si fa per dire) buon “vecchio” Ed Luttwak.
    Il mio mio approccio logico è di una semplicità un po’ vuota, ma che parla: se intervento militare c’e’ stato, lo prendo come un fatto, lo stallo danneggia tutti, e soprattutto la ripresa economica globale. Petrolio non può essere così alto per tempo lungo. Punto.
    Poi discutiamo su come evitare nuovo Afghanistan o nuovo Iraq.

    P.S. la strategia militare potrebbe favorire le defezioni di gente come l’ex Ministro degli Esteri di Tripoli, Moussa Koussa, già capo dell’intelligence libica, alla guida dei negoziati di rapprochment tra il regime e gli americani nell’ultimo decennio, compresa la proposta di risarcimento per i famigliari delle vittime di Lockerbie. Koussa è la “black box” del regime, un uomo in grado di fornire informazioni preziose agli alleati. La guerra moderna non è guerra di muscoli, ma è guerra di intelligence.

  5. @ Maurizio
    Su Costa d’Avorio e Darfur con me sfondi una porta aperta. Ho sempre sostenuto l’opportunità/necessità di un intervento. Conosco abbastanza bene entrambe le realtà e ti suggerisco anche lo Zimbabwe, martoriato dall’autocrate Robert Mugabe. Ma io non sono Ministro o Sottosegretario agli Esteri o Difesa, o meglio capo di governo. Sono loro diretti destinatari del tuo msg.

  6. donato scrive:

    Tornata attuale?

    Colonnello, non voglio il cambio,
    qui nessuno ritorna indietro!
    Non si cede neppure un metro,
    se la morte non passerà.
    Colonnello, non voglio encomi
    sono morto per la mia terra
    ma la fine dell’Inghilterra
    Incomincia da Giarabub!

  7. Keisha M. scrive:

    Approfitto per

  8. Pietro M. scrive:

    Purtroppo temo che il petrolio rimarrà alto con o senza fermento in Medio Oriente: era già alto prima di questi scontri, ed è cominciato a salire a inizio 2009 senza più fermarsi, accelerando a Settembre 2010. A vedere la rincorsa, non si direbbe che c’è stata una crisi nei paesi arabi nel frattempo, perché cresceva anche prima: la differenza è che a Febbraio c’è stato un rapido salto, e poi una stabilizzazione.

    Dato che il prezzo del petrolio è determinato economicamente (eccesso strutturale di domanda dovuto a stimoli fiscali e monetari), mi immagino che un eventuale fine delle crisi in Nord Africa farebbe cadere i prezzi di una ventina di dollari subito, ma poi ricomincerebbero a salire subito dopo, tornando a 120$ in pochi mesi.

  9. Zanoni scrive:

    @ Pierpaolo

    continuo a non capire cos’e’ che proponi in concreto…

  10. @ donato

    è attualissima, scherzi?

    @ pietro

    intanto facciamolo scendere sto’ petrolio. one step at a time, come si dice!

    @ zanoni

    propongo una nuova risoluzione onu, un filino più aggressive. Inoltre, se guerra deve essere che sia guerra di intelligence e non di muscoli, per vendere le armi. Non una cosa alla Cheney, per fare un esempio

  11. keisha…

    se sei quella che dico io, ti confesso che dal ’98 al 2000 ho vissuto di rendita sui tuoi studi di european utilities! Non hai idea di quante trades ho fatto con le tue analisi. Un grazie postumo, interprendando anche il sentment della clientela istituzionale!!!

  12. vittorio scrive:

    In Libia c’è una guerra civile. Se una delle due parti avrà la meglio il bagno di sangue ci sarà comunque sia alla fine che nel prosieguo dei dissapori tribali.
    La cosa che andava fatta era non fare nulla e lasciare che Gheddaffi ristabilisse l’ordine. Adesso c’è una situazione di stallo e di indeterminatezza che non si sa quando finirà. E quando finirà la nuova Libia non sarà granchè differente da quella di Gheddafi.
    Il problema è che le cose non possono che finire male finchè in giro ci sono politici come Sarkozy che fanno guerre giusto per risalire nei sondaggi.

  13. Zanoni scrive:

    bene, che ‘guerra d’intelligence’ sia. ma di cosa si tratta, in concreto?

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