L’errore di Assange? Essere autoreferenziale

– C’è qualcosa di sbagliato in ciò che si è creato intorno a WikiLeaks e, in particolare, al suo fondatore, Julian Assange. Dodici mesi fa, l’umbratile australiano si apprestava a girare il mondo per presentare un video, intitolato «Collateral murder», che mostrava soldati statunitensi uccidere civili e passeggiare con un cingolato sopra cadaveri di civili, con un sorriso distratto e l’eccitazione che si prova quando si è immersi in un videogioco. Oggi è costretto ai domiciliari, in attesa di un verdetto per l’appello alla richiesta di estradizione in Svezia per accuse di crimini sessuali dalle circostanze francamente dubbie. E a vagliare il materiale in suo possesso sono i media tradizionali di tutto il mondo contro i quali si è così tante volte scagliato.

Oggi come ieri, Assange si sente un perseguitato, e non manca di mostrarlo. Ma la sfera dei nemici si è ampliata: non più solo i governi autoritari, definite «cospirazioni», o la polizia federale che il giovane Mendax, professione hacker, temeva di vedere irrompere in casa sua da un momento all’altro. Come poi successo, peraltro. Il nemico si nasconde in ogni dove: negli ex amici e colleghi che l’hanno prima criticato e poi abbandonato. Come Daniel Domscheit-Berg, definito «un imbroglione pericoloso e malevolo». Nei media partner di cui si è servito e che oggi «cospirano» contro di lui. Dal New York Times al Guardian. Sì, perfino il giornale che praticamente dagli inizi ha fornito una importante vetrina per le denunce di WikiLeaks. In chiunque osi avanzare dei dubbi sul suo lavoro. Così che Assange, ossessionato fin da giovane da Solzenicyn e Kafka, si ritrova nella paradossale condizione di essere allo stesso tempo solo e amato come non mai. Imputato ed eroe. Stupratore e Che Guevara sulle magliette in vendita sul negozio online di WikiLeaks, con tanto di basco stellato e slogan «Viva la informacion!».

Ma Julian è davvero un perseguitato? In un certo senso, sì. Perché il teorema è chiaro: estradarlo in Svezia per accuse fumose, e da lì spedirlo negli Stati Uniti. Dove non vedono l’ora di incriminarlo per spionaggio secondo una legge del 1917, pensata e concepita per il mondo colpito dalla Grande Guerra. E dunque radicalmente inadatto ad applicarsi alla realtà del 2011. In un altro, tuttavia, si tratta di un teorema, e Julian, in qualità di leader di un’organizzazione tanto importante per il futuro dell’intricato e mutevole rapporto tra informazione, potere e rete, avrebbe potuto farsi momentaneamente da parte, per meglio dimostrarlo. E per non rischiare di compromettere la sopravvivenza di WikiLeaks, finendo per identificare l’uomo e la sua creatura, la vicenda personale con il metodo.

Assange sta insomma trascinando nel vortice cospiratorio la sua organizzazione. Che da mesi è già in difficoltà per ragioni che con i suoi comportamenti non hanno nulla a che fare. Costretta com’è a cercare finanziamenti in modi non ortodossi a causa dell’obbedienza di diverse aziende ai diktat governativi, per esempio. Ma anche da diverse altre che hanno direttamente a che fare con i suoi comportamenti: se avesse accettato le osservazioni dei suoi tecnici, infatti, non li avrebbe persi, rendendo inutilizzabile il sistema di ricezione dei documenti. E se avesse tenuto uno stile di leadership meno autoritario, subordinando meno le decisioni al suo insindacabile volere, probabilmente gli oggettivi impedimenti che ora sta subendo non avrebbero avuto la stessa terribile ripercussione sull’attività dell’organizzazione. Che oggi sembra essere mantenuta in vita più dai suoi partner che da se stessa.

Eppure Assange continua a chiudersi in una visione del mondo sempre più stretta e auto-referenziale. Lo dimostrano le sue risposte alle domande date alla webchat di mercoledì sul sito dell’Espresso. Dove Assange rivendica un ruolo importante nelle rivolte in nord Africa. Parla di «cospirazione» tra i direttori Paul Keller e Alan Rusbridger contro di lui. Usa toni grandiosi: «il nostro lavoro sta facendo la differenza per ciò che concerne la giustizia nel mondo». Non che non abbia ottenuto nulla, con le sue pubblicazioni: le recenti vicende in Paraguay e India lo testimoniano. Ma l’impatto è stato ben inferiore rispetto alle sue aspettative, soprattutto riguardo agli Stati Uniti. Il che forse fa capire che pubblicazioni di documenti a rilievo locale, più mirate, avrebbero avuto un maggiore «impatto politico» rispetto ai «megaleak» a cui invece Assange ha voluto dare la precedenza.

Soprattutto è quanto Assange non ha detto, questa come altre volte, ad avere deluso. Non sugli Ufo, il falso sbarco sulla Luna, la cospirazione sull’11 settembre, Ustica, la morte di Pasolini, Aldo Moro o JFK. Tutte domande che gli sono state rivolte per davvero, altro fattore degno di nota. Quanto sui problemi interni all’organizzazione, il suo rapporto con i media tradizionali (forse su questo Julian non ha più la posizione netta, tranchant, tenuta in passato), il ruolo di WikiLeaks in regimi come quello cinese, la ripresa della piena funzionalità del sito. In altre parole, Julian non ha risposto alle critiche o alle domande scomode. Si è limitato a ignorarle. Chissà, forse non le ha nemmeno viste.

È il suo carattere, dopotutto: fissare una visione del mondo e fare in modo che qualunque intralcio nel campo visivo diventi un pericolo mortale, una questione di principi ultimi. Non sono convinto che sia questa la strada per garantire credibilità e sostentamento a WikiLeaks. Fortunatamente, il grande merito di Assange non è aver imposto il suo volto all’attenzione del mondo, ma la sua idea. Il metodo che incorpora. Oggi chi ha un segreto sa di essere più debole. Perché sa che esiste un modo per diffonderlo in ogni angolo del globo in modo sicuro e anonimo. Julian dovrebbe mettersi il cuore in pace: questa è una rivoluzione che ha già iniziato a camminare con le sue gambe. Ora potrebbe darsi una tregua, e preoccuparsi del suo, di futuro. Se il teorema dovesse disgraziatamente continuare a inverarsi, temo che ne avrà bisogno.


Autore: Fabio Chiusi

MSC alla London School of Economics in Storia e Filosofia della Scienza, è un giornalista e blogger. È redattore per Lettera43.it e scrive di politica, social networking e critica della disinformazione sul blog ilNichilista. Collabora con l'Espresso, Farefuturo webmagazine, Agoravox Italia e il Termometro Politico. Per Mimesis ha pubblicato Ti odio su Facebook. Come sconfiggere il mito dei brigatisti da social network prima che imbavagli la rete (luglio 2010).

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  1. […] Assange non sono certo esenti da difetti e da errori, e l’ho più volte scritto (per esempio, su Libertiamo). Tuttavia trovo che il pezzo di Hulsman riassuma perfettamente alcune omissioni e falsità tipiche […]

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