di LUCIO SCUDIERO

“Sentimento più o meno profondo di turbamento e di disagio suscitato dalla coscienza o dal timore della riprovazione e della condanna (morale o sociale) di altri per un’azione, un comportamento o una situazione, che siano o possano essere oggetto di un giudizio sfavorevole, di disprezzo o di discredito”Definizione di Vergogna, dizionario Treccani

La vergogna è stata la grande assente dell’ultima settimana politica. Ma la sua morte risale a qualche anno ormai. Della vergogna (o della sua assenza) ci ricordiamo, a intermittenza. Perché c’è un baco che divora la nostra memoria (corta e/o lunga) di cittadini e opinione pubblica, che ci rende capaci di stupirci, sempre a intermittenza, dell’eterno ritorno dell’uguale.

L’ “Uguale” a braccetto con la sfacciataggine è tornato, ad esempio, insieme al colpo di mano della maggioranza per invertire l’ordine del giorno che avrebbe dovuto assicurare un’approvazione rapida (senza riuscirci) alla norma sulla prescrizione breve. Ma l’ “Uguale” camminava, di ritorno dagli anni Novanta, pure sulle gambe di quelli che in piazza lanciavano le monetine ai politici di passaggio. Molti dei quali, dal canto loro, hanno maturato un particolare schermo dello spirito nei confronti della riprovazione altrui, che è la genesi, appunto, di quella vergogna che non conoscono.

La Russa,ad esempio, è schermato. Schernisce l’opposizione con un machismo che sarebbe ridicolo se non fosse drammatico (“Voi sareste scappati come conigli, io no”). Poi tira il sasso mandando a quel paese la presidenza della Camera e nasconde la mano. E tuttavia non trovo che il suo sia il caso peggiore. Peggiore, dal punto di vista in questione, è la solerzia con cui è stato scaricato da un pezzo considerevole di governo e maggioranza, complice la scarsità di poltrone ministeriali in tempi di domanda crescente da parte di Redivivi (alla Scajola) e Responsabili, i quali ultimi a loro volta sono un monumento eretto alla “Vergogna perduta”.

Filo comune di queste figure è che esauriscono con se stessi, o al massimo con la propria fazione, la percezione del mondo.  Su di essi svetta Paolo Romani, che per conto di Mediaset ha la delega ad occuparsi degli affari del Ministero dello Sviluppo Economico. Interrogato da Enzo Raisi, deputato di FLI, sulla necessità di riformare il sistema della raccolta pubblicitaria in Italia, che regala all’azienda televisiva del premier ricavi stranamente crescenti a fronte di audience calante, ha risposto che “il Governo non può intervenire in un settore di competenza dell’Agcom”. Peccato che non più tardi di un anno fa questo stesso Governo non interventista sia pesantemente intervenuto per introdurre un tetto alla raccolta pubblicitaria delle pay-tv, con l’intento malcelato di penalizzare Sky, concorrente di Mediaset. Ma non c’erano tracce di rossore sulle gote del ministro.

Per lo meno fino a che non ha saputo delle dichiarazioni di Berlusconi a Lampedusa: “compro una villa qui, in due giorni libero l’isola, che avrà il premio Nobel per la Pace”. Davanti a un simile “capolavoro”, sentendosi inetto di fronte al maestro, forse un po’ è arrossito.