– Anche la Siria è entrata nel circolo vizioso della rivoluzione.
Tutto è iniziato il 15 marzo quando è comparso, su Facebook, un appello per: “Una Siria senza tirannia, senza leggi di emergenza né tribunali speciali, senza corruzione né furti, né monopolio delle ricchezze”.
Le prime manifestazioni contro il potere assoluto del dittatore Bashar al Assad e del partito Baath (lo stesso di Saddam Hussein, costituitosi proprio a Damasco nel 1947) si sono svolte nella capitale e ad Aleppo e sono state stroncate subito con retate della polizia.
A Deraa, un centinaio di chilometri a Sud della capitale, è partita l’escalation. L’arresto di alcuni ragazzini, rei di aver scritto slogan rivoluzionari sui muri, ha provocato una manifestazione più vasta. La polizia ha sparato sulla folla, provocando un numero non precisato di vittime. Ai funerali di queste ultime sono andati migliaia di oppositori. La polizia ha sparato di nuovo sulla folla. Ai funerali delle vittime di questa seconda strage sono andati in decine di migliaia di oppositori…

Dopo Deraa, l’epicentro della ribellione, da questo fine settimana, si è spostato a Latakia, porto sul Mediterraneo di importanza strategica. Assad vi ha mandato l’esercito per sedare la sommossa. Il dittatore, invece di promettere la revoca delle leggi di emergenza, in vigore dal 1963, ha pronunciato ieri un lungo discorso dai toni paranoici, in cui denuncia Israele e “grandi complotti stranieri”. Il tutto mentre le truppe, a Latakia, sparavano ancora sulla folla. E così si è innescata l’ormai consueta spirale: rivolta-repressione-rivolta. La stessa dinamica che provocò il crollo del regime dello Shah di Persia nel 1979, la stessa che ha causato (con molte meno vittime) la cacciata di Ben Alì e di Mubarak dall’Egitto lo scorso febbraio, la stessa che ha portato allo scoppio della guerra civile in Libia e alla grande tensione nel Bahrein e nello Yemen, tuttora in corso.

Ma, mentre nel caso di Ben Alì e di Mubarak nessun leader occidentale ha avuto problemi a condannare la loro repressione e a incoraggiarne la cacciata, mentre contro Gheddafi la Gran Bretagna e la Francia hanno addirittura promosso un rischioso intervento militare, Assad pare proprio protetto da tutti.

Se c’è un Paese che dovrebbe essere lieto di una rivoluzione in Siria e premere per un rapido cambio di regime, questo è Israele. Lo Stato ebraico è ancora tecnicamente in guerra con il suo vicino settentrionale. Il regime del partito Baath ha aggredito per ben tre volte gli israeliani: nel 1967, nel 1973 e nel 1975-’82 (prima armando le milizie libanesi anti-israeliane, poi intervenendo direttamente contro l’Idf durante l’Operazione Pace in Galilea). Se aggiungiamo anche un’altra guerra promossa dalla Siria pre-Baath (la Prima Guerra Arabo-Israeliana del 1948-’49), possiamo dire che la Siria è stata sempre in guerra con lo Stato ebraico, sin dalla nascita di quest’ultimo.

Lo è tuttora. E non solo tecnicamente, dato che non è mai stato firmato alcun trattato di pace fra i due Paesi. Lo è materialmente. Proprio ieri, l’esercito israeliano ha pubblicato una rara mappa dei siti militari di Hezbollah in Libano. Almeno 550 bunker sotterranei sono riempiti di armi (compresi missili e razzi a lungo raggio) fornite pazientemente dalla Siria dal 2006 ad oggi, sin dalla fine della Seconda Guerra Libanese. La stessa Seconda Guerra Libanese, combattuta nell’estate del 2006, era stata resa possibile dalle forniture militari agli Hezbollah provenienti dalla Siria o dall’Iran attraverso la Siria.

Con un raid segreto, nel settembre del 2007, l’aviazione israeliana distrusse sul nascere un impianto nucleare siriano, prologo di un programma di costruzione di armi di distruzione di massa. Questo programma sarebbe ancora in corso, stando alle dichiarazioni dello scorso febbraio del ministro della Difesa israeliano Ehud Barak. Sempre in Siria (a Latakia, per la precisione) aveva sostato il mercantile Victoria, prima di cercare di portare il suo carico di armi iraniane ai guerriglieri di Hamas, a Gaza.

Eppure i vertici israeliani, secondo quanto scriveva Haaretz la settimana scorsa, “temono” la caduta di Assad. Hanno paura che siano i Fratelli Musulmani a sfruttare l’eventuale caduta del regime per prendere il potere. Gli integralisti islamici avevano già minacciato il potere del regime di Hafez al Assad (padre di Bashar) nel 1982, ma la loro insurrezione era stata stroncata dall’esercito. La repressione provocò, a seconda delle stime, dai 20mila ai 40mila morti.

I Fratelli Musulmani sono una componente fondamentale dell’opposizione ad Assad, ma, curiosamente, si sono alleati al regime sia in occasione della Seconda Guerra Libanese nel 2006 che durante la guerra a Gaza nel 2009. Gli integralisti, insomma, hanno dimostrato di considerare l’obiettivo di rovesciare il regime di Assad secondario rispetto a quello di distruggere Israele. Come in Tunisia e in Egitto, anche questa rivolta di piazza appare spontaneista (niente bandiere, slogan, partiti e divise) e non guidata dai Fratelli Musulmani. Eppure Israele è terrorizzata dall’eventuale caduta di Assad. Ma perché?

Perché il governo di Gerusalemme stava pazientemente tessendo un accordo di pace con il dittatore, tramite la Turchia e gli Stati Uniti. Appena un mese fa, alla fine di febbraio, il senatore Usa John F. Kerry aveva annunciato la ripresa di negoziati per un trattato di pace fra Israele e Siria. Lo Stato ebraico teme, ora, che tutto vada all’aria con la fine del regime baathista.

Timori e prudenze simili sono condivise dagli Stati Uniti. Eppure anche loro hanno più di un conto in sospeso con il regime degli Assad. Ai tempi di Assad padre, durante l’intervento internazionale in Libano (1982-’84), le milizie sciite armate dalla Siria e dall’Iran erano i peggiori nemici dei contingenti occidentali. Gli americani e i siriani si scontrarono più volte durante tutto il periodo della missione. Non è ancora conosciuta l’identità dei terroristi suicidi artefici dell’attentato alle caserme americana e francese di Beirut del 23 ottobre 1983 (305 vittime), ma il principale sospetto fra i possibili organizzatori era Imad Mughniyah, ospite (fino al momento del suo assassinio nel 2008) del regime baathista, a Damasco.

Ai tempi di Assad figlio, la Siria è sempre stata considerata da Washington uno dei principali regimi sponsor del terrorismo. Dal 2003 a tutto il 2009, i terroristi suicidi che si sono “martirizzati” in Iraq contro i civili e i contingenti anglo-americani arrivavano soprattutto dal confine siriano-iracheno. Quanto al braccio di ferro iraniano-americano sul programma nucleare di Ahmadinejad, Assad è sempre stato un alleato di ferro del regime di Teheran. Non a caso, la prima manifestazione di forza iraniana nel Mediterraneo, l’attraversamento del Canale di Suez da parte di due unità della marina militare, aveva come destinazione i porti siriani.

Eppure la ripresa di normali relazioni diplomatiche con il regime di Damasco era una delle priorità nell’agenda di Obama sin dal 2008. Ed è una politica ereditata dalla seconda amministrazione Bush: anche l’ex segretario di Stato Condoleezza Rice stava riaprendo i contatti con il vecchio nemico. Nonostante una brusca pausa la scorsa primavera (per la vendita di missili Scud siriani a Hezbollah) il processo di normalizzazione dei rapporti Usa-Siria procede. Almeno sulla carta. Anche Washington teme che, con la caduta del regime baathista si debba rifare tutto da capo.

Israele e gli Usa tutto sommato avrebbero ben poco da perdere con la caduta di Assad. Ma pur di mantenere in piedi lo status quo, pur di tener viva la speranza (probabilmente vana) di strappare un accordo di pace, preferiscono continuare a subire le minacce, i ricatti e le menzogne di un vecchio nemico piuttosto che affrontare il salto nel buio del cambiamento.