Chi ci proteggerà dai danni del protezionismo di Tremonti?

– Nell’Europa della libera circolazione dei capitali, l’Italia è costretta a fare i conti con un anacronistico ministro dell’economia protezionista. Se un tempo il nemico del colbertista di ferro Giulio Tremonti era la Cina, adesso sembra che la minaccia provenga dalla vicina Francia, con i suoi investimenti in territorio italico.

Le forti opposizioni del ministro all’acquisto del pacchetto di maggioranza di Edison e di Parmalat rispettivamente da parte delle francesi Edf e Lactalis vengono accolte con fervore patriottico dai nazionalisti nostrani. In realtà, al di là delle comode maschere ideologiche, il protezionismo cela da sempre una dottrina economica cieca e avversa al mercato. Le astrazioni nazionaliste, per quanto possano sembrare nobili ai più, ignorano alcuni fondamentali principi economici, e i danni che recano ai consumatori superano di gran lunga i presunti interessi nazionali.

A quanti considerano un improbabile bene della patria superiore alla libertà d’investimento, occorre rispondere che, al di là delle legittime e personali convinzioni ideologiche, il protezionismo è una dottrina economica che, sin dai tempi del mercantilismo, ha sempre fallito nel suo tentativo di far prosperare una nazione più delle concorrenti.

Il mercato non bada a passaporti; è anzi fondato sul libero scambio tra imprese e individui, e proprio in quanto libero è conveniente e profittevole ad entrambe le parti in causa. Alla libertà di scambio si aggiunge la libertà di scelta, garantita ai consumatori dalla concorrenza.

Il protezionismo, bandendo le libertà di scambio e di scelta, impone agli individui l’acquisto di beni che verrebbero altrimenti scartati, con prezzi sovente superiori a quelli applicati in condizioni di autentica libertà del mercato. Per giunta, impedire l’acquisto di un’azienda da parte di investitori stranieri, significa avere la presunzione di voler non solo indicare, ma imporre ai consumatori ciò che si reputa migliore per loro stessi e per l’interesse nazionale.

In realtà, nessun intervento pubblico è oggettivamente in grado di stabilire cosa è meglio per i cittadini, in quanto nessuno è in grado di compiere scelte economiche meglio di chi investe il proprio denaro.

 A tal proposito è bene ricordare quanto sostenuto dall’economista tedesco Hans-Hermann Hoppe: “le merci e i capitali non circolano di loro spontanea volontà come le persone, bensì viaggiano perché voluti dal libero accordo tra individui, convinti che tale scambio possa giovare ad entrambi”.

Il protezionismo è una dottrina economica fondata sulla coercizione e sulla maschera ideologica del nazionalismo, il cui obiettivo è la depredazione di ricchezze altrui in modo tutt’altro che pacifico e non contemplato dal libero mercato. E’ l’inizio delle tensioni diplomatiche – che in casi limite possono condurre a conflitti bellici – e delle ritorsioni economiche a discapito delle imprese e dei consumatori.

Il fallimento dei grandi regimi autarchici del Novecento, dai paesi comunisti a quelli nazionalsocialisti, dimostra che il protezionismo anela, con un programma di ingegneria sociale, a modificare la natura umana, in cui è insito il concetto che lo scambio genera benessere e l’isolamento miseria. Alla base dell’organizzazione sociale vi è, in verità, il libero scambio.

Con i capitali viaggiano le idee, e con esse l’innovazione e l’apertura alle diversità. Limitare la libera circolazione dei capitali significa, in ultima analisi, ostacolare la formazione di una società libera e globalizzata.

Non è mai mancata occasione al ministro Tremonti per dimostrare tutta la sua diffidenza nei confronti del mercato. Una diffidenza che, se applicata nel mercato unificato europeo e nei confronti di un paese confinante come la Francia con cui condividiamo persino la moneta, rappresenta oggi il modo migliore per allontanare gli investimenti esteri di cui l’Italia avrebbe bisogno.


Autore: Daniele Venanzi

Romano, studente di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla Sapienza. Contributor di Libertiamo, Linkiesta, l'Occidentale e The Front Page; autore del blog Mercato & Libertà. È redattore di Disarming the Greens, blog che si occupa di questioni ambientali e green economy da una prospettiva di mercato. Nel 2011 ha tradotto l'appendice all'Autobiografia di Friedrich Von Hayek, edita da Rubbettino. È vincitore della Scuola di Liberalismo 2013 di Roma organizzata dalla Fondazione Einaudi, con tesina sulla public choice e la crisi del welfare state.

6 Responses to “Chi ci proteggerà dai danni del protezionismo di Tremonti?”

  1. Davide Lanfranco scrive:

    Elogio del capitale straniero di un romanista

    Concordo in pieno con quello che è scritto nell’articolo e vorrei collegarlo a recenti vicissitudini finaiziarie-calcistiche che mi riguardano in quanto tifoso di calcio. Perchè io sono un tifoso della (spero) magica Roma (ora probabilmente colorata stars and stripes). E come tifoso della Roma (badate che esprimo il pensiero di molti giallorossi) e come cittadino dico “viva il capitale straniero e abbasso il protezionismo”. Dico abbasso quel Ministro della Difesa (forse i venti di guerra in Libia lo hanno fatto tornare indietro ai tempi di “faccetta nera”) che ha detto (interferendo con ambiti che non capisce nemmeno) che le squadre italiane devono rimanere in mano di proprietari italiani. Ma forse parlava solo da interista che non vuole avversari pericolosi. Io invece gli stranieri li voglio, se portano capitali ed investimenti. Voglio competere nel mondo globale del calcio contro Manchester e Barcellona. Non volglio vivere la favola pauperistica di Davide contro Golia. Non voglio essere “simpatico” ma marginale, come i cugini laziali. Non mi convincono più le stupidaggini tipo: “local è bello”. Se arrivano capitali americani a noi lupacchiotti và benisssimo. Ma sarebbero andati bene pure i capitali arabi o cinesi. Noi giallorossi siamo pronti. Se invece i nostri connazionali vogliono rimanere ancorati all’italietta chiusa e paurosa,cavoli loro. A noi ci lascino fare lo stadio coi ristoranti ed i parcheggi sotterranei. A noi ci lascino lottare con gli altri. Sempre e solo forza Roma, pure col proprietario residente a Boston.

  2. Daniele Venanzi scrive:

    Grande Davide, sono romanista anche io! Avrei voluto citare anche la Roma, ma per fortuna nessun politico si è opposto alla cessione al mitico Dibenedetto della magica. Non ci reputano società strategica italiana!

  3. Dott. Sergio Hadar Tezza scrive:

    Che cosa c’è di vero nell’asserzione che Tremonti ha minacciato semplicemente di proporre che l’Italia adotti LA STESSA LEGGE IN VIGORE IN FRANCIA, verbatim, cosa che ha irritato i francesi non poco?
    Non ci capisco molto, ma mi pare che i francesi i fatti loro li facciano e difendano anche bene i loro affari… Non mi risulta che compagnie italiane abbiano comprato grandi catene commerciali francesi, ma Leclerc e Carrefour han comprato di tutto e di più in Italia…

  4. Daniele Venanzi scrive:

    Dott. Tezza, non capisco il ragionamento secondo cui dovremmo comportarci come chi sbaglia più di noi. Dovremmo guardare ai modelli dei mercati più competitivi e di forte attrazione per i capitali esteri, anzichè rivolgere la nostra attenzione a un paese come la Francia che soffre della nostra stessa malattia: lo statalismo. Ad ogni modo, non è affatto vero che l’Italia non investa ingenti quantità di denaro in Francia: è in realtà il terzo investor straniero in territorio gallico dopo Stati Uniti e Germania. Per verificare i dati che ho riportato e per venire a conoscenza di nuovi le consiglio la lettura di questo articolo:

    http://www.diariodelweb.it/Articolo/Economia/?d=20090604&id=87024

  5. Dott. Sergio Hadar Tezza scrive:

    Grazie per il link. Lo seguirò.
    A me pare semplicemente che un paese debba farsi valere all’interno degli organismi internazionali sennò l’Italia sarà sempre presa a pesci in faccia (vedi l’ultimo mese con Libia ecc.) e meritatamente.
    Mi pare che non sia ragionevole essere completamente vulnerabili verso chi si protegge ben bene e sta, infatti, molto meglio di noi.
    Il mondo ha sempre l’impressione, mi chiedo quanto a torto, che in Italia si facciano buon olio di oliva, caffè, pasta, pizza e tante chiacchiere…
    Comunque, non intendevo appoggiare tremonti ma la mia era una vera domanda, non retorica: è vero che vuole passare verbatim la legge che hanno in Francia?
    Se sí, e se le leggi europee lo consentono, non vedo perché no…
    la sola alternativa nel mondo REALE, non quello bello ideale che non esiste, è pretendere che la Francia abolisca le sue… Al che i francesi, se non hanno qualcosa da perdere, e mi pare che non ce l’abbiano, risponderanno con un “allez vous faire voir”… ;-) ..o molto meno finemente alla Cambronne…

  6. Dott. Sergio Hadar Tezza scrive:

    Letto l’articolo del link…
    MA che cosa c’entra?
    Trasferire delle aziende o aprirne delle nuove in Francia perché l’amministrazione dell’Italia è medievale e macchinosa, ferruginosa, lenta, inefficace, o strozzina, non ha NULLA a che vedere con aziende italiane che comprano aiznede francesi o ne diventano azioniste di maggioranza…
    ANZI, è l’ennesima riprova di quanto le cose in Cisfrancia (ha senso tanto quanto dire Padania o Cisgiordania) vanno proprio male e la situazione è incancrenita da mo’…

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