La via liberale alla parità di genere

– Da qualche mese le donne sono, nel bene e nel male, al centro del dibattito: quote e aliquote rosa, bunga bunga, manifestazioni per promuovere la dignità femminile. Chi è la donna italiana oggi? Emma Marcegaglia, Ruby Rubacuori, Flavia Perina? Quali sono le sue legittime aspirazioni, e quali elementi ambientali e culturali le impediscono di realizzarle? Come dovrebbe muoversi la politica per rimuovere gli ostacoli?

Partiamo da qualche numero. E’ risaputo che la partecipazione femminile al mercato del lavoro in Italia è molto bassa: nel 2009 solo il 38 per cento delle donne italiane dai 16 anni in su aveva o cercava un impiego, contro il 60 per cento circa negli Stati Uniti, in Canada, in Svezia, in Australia. In Francia e in Germania era il 52 per cento, nel pur conservatore Giappone il 48 per cento. Secondo un’analisi della Banca d’Italia, una donna su cinque smette di lavorare dopo il primo figlio; gli abbandoni sono più numerosi tra le lavoratrici delle fasce sociali più deboli e dov’è minore l’offerta di servizi per l’infanzia. Nonostante questi sacrifici, il tasso di fertilità totale italiano resta tra i più bassi del mondo occidentale.

Un recente studio segnala che in tutta Europa gli uomini guadagnano in media più delle donne, ma in alcuni Paesi questo dipende quasi interamente da fattori osservabili, in altri – tra cui l’Italia – no. Le lavoratrici olandesi e norvegesi percepiscono retribuzioni più basse perché mediamente sono, soprattutto nelle coorti più anziane, meno qualificate e meno esperte dei colleghi maschi; in Italia a quest’effetto si somma una penalizzazione dovuta al solo fattore di genere. Si potrebbe proseguire con altri fatti ben noti: dalle indagini sull’uso del tempo emerge che la cura di bambini e anziani tocca molto più spesso alla donna che al suo compagno; la presenza femminile in posizioni apicali è limitata sia nel pubblico sia nel privato; e via di seguito.

Ci sono poi importanti fenomeni culturali. Secondo i dati della Commissione Economica per l’Europa istituita presso le Nazioni Unite, nell’anno accademico 2007-2008 una studentessa italiana su quattro era iscritta a una facoltà umanistica o pedagogica, a fronte di uno studente su dieci. Anche negli altri paesi europei le discipline letterarie attraggono più donne, quelle scientifiche più uomini: il fenomeno ha però dimensioni meno eclatanti. In Italia è ancora diffusa l’idea che è importante per un ragazzo prepararsi a una carriera redditizia, perché dovrà mantenere la famiglia; una ragazza può rischiare molto più serenamente la disoccupazione, ci penserà il marito. Ricerche condotte a partire dall’International Social Survey Programme segnalano che in Italia i ruoli di genere tradizionali sono accettati e interiorizzati più che altrove; questo è vero non solo nel confronto con il mondo protestante anglosassone, ma anche rispetto a paesi cattolici come l’Irlanda e la Spagna.

Che fare di fronte a queste evidenze? Prima di tutto, occorre scegliere con attenzione un obiettivo. Da liberali, non vogliamo imporre dall’alto la società ideale. Non riteniamo che un’imprenditrice del settore informatico sia oggettivamente preferibile a una maestra d’asilo, né viceversa: ci preme però che ciascuna donna possa scegliere in modo autonomo se seguire la prima o la seconda strada. E, tra limiti istituzionali e pressioni sociali, oggi in Italia non è così. Molte giovani crescono sottovalutando le proprie capacità, ad altre viene impedito di metterle pienamente a frutto; sono compresse le possibilità di crescita personale e anche quelle di sviluppo economico, perché un mercato del lavoro che opera discriminazioni sulla base di una variabile (il genere) incorrelata con la produttività è un mercato inefficiente.

Per restituire vera libertà alle donne in Italia si deve condurre un’azione su più fronti, con questi elementi essenziali:

  • riforma del welfare sulla falsariga di quanto descritto qui da Marco Faraci: un “buono asilo” che consenta alle famiglie di accedere con facilità ai nidi e alle scuole materne, credito d’imposta per le spese di cura dei figli e degli anziani sostenute dagli occupati, incentivi fiscali per l’entrata di nuovi soggetti nel mercato dei servizi per l’infanzia e per la terza età, infine misure atte a facilitare il reinserimento delle neo-madri nel mercato del lavoro (erogate ad esempio tramite voucher per l’aggiornamento professionale);
  • laddove possibile, e partendo dal settore pubblico, applicazione di schemi organizzativi aziendali che valorizzino il conseguimento di obiettivi piuttosto che la presenza fisica in ufficio. L’Italia è indietro rispetto ai principali interlocutori europei sia dal punto di vista della flessibilità degli orari lavorativi sia nel ricorso al teleworking. La refrattarietà ad adottare nuovi modelli e nuove tecnologie, lungi dall’aumentare la produttività, crea ulteriori difficoltà nella conciliazione tra impiego e famiglia;
  • contrasto al cosiddetto quid pro quo harassment, la pratica tristemente diffusa per cui alla donna sono offerte opportunità di lavoro o promozioni solo se acconsente a richieste illegittime, ad esempio prestazioni sessuali o rinuncia al congedo di maternità. Ne sono vittima soprattutto le lavoratrici meno qualificate e, sempre più spesso, quelle immigrate, che in una quota rilevante di casi non sporgono denuncia per timore di ritorsioni. E’ necessario far emergere il fenomeno e sanzionarlo in maniera incisiva, ad esempio prevedendo l’interdizione temporanea da ruoli di amministrazione aziendale e selezione del personale per chi sia stato condannato in via definitiva per reati di questo tipo;
  • apertura di un dibattito culturale sui ruoli di genere all’interno e all’esterno della famiglia. La società italiana è in transizione, sospesa tra gli ancoraggi della tradizione e le spinte della modernità, e cambiare pelle risulta sempre un po’ traumatico. Sono in difficoltà le donne, che devono combattere da una parte contro le barriere all’avanzamento professionale, dall’altra con i sensi di colpa che scaturiscono dall’essersi allontanate dall’esempio delle loro madri. Sono in difficoltà i maschi, che devono elaborare modelli nuovi di virilità: cosa vuol dire essere uomo rinunciando a essere patriarca?

Il problema riguarda tutti, non solo gli intellettuali; si cominci a discutere, magari qui su Libertiamo.it.


Autore: Claudia Biancotti

Nata a Moncalieri nel 1978, é economista presso la Banca d'Italia. Studia i metodi statistici per le indagini campionarie, ma anche la distribuzione del reddito, l'economia della felicitá e un po' di neuroeconomia. DISCLAIMER: Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza.

7 Responses to “La via liberale alla parità di genere”

  1. Pietro M. scrive:

    Questo tipo di approccio, a differenza di quello delle affermative action, non si presta ad alcuna critica liberale riguardo la riduzione della sfera di autonomia decisionale individuale, dunque concordo in pieno, anche perché è evidente il ritardo culturale dell’Italia a riguardo.

    Aggiungerei solo che la concorrenza riduce la possibilità di discriminare. Se ci sono tre datori di lavoro potenziali, nessuno dei quali ha necessità di organico mentre sono tutti terrorizzati dalla rigidità del mercato del lavoro, non mi stupisco data la natura umana e soprattutto la natura degli italiani che ci sia richiesta di favori sessuali (a proposito, posso farlo coi tesisti?).

    Se però i datori di lavoro potenziali fossero trenta, se l’assunzione non fosse una scelta potenzialmente masochista, se la domanda di lavoro fosse maggiore anche per via di un’economia più dinamica, e se la concorrenza per accaparrarsi fattori produttivi fosse maggiore, mi aspetterei il fenomeno in riduzione, e anche se il numero di datori di lavoro immorali rimanesse costante, ci sarebbero più opportunità.

    In fin dei conti, disoccupazione, sottooccupazione, do ut des (sessuali o meno) sono in parte anche sintomi di un eccesso strutturale di offerta di lavoro sulla domanda.

    Forse poi nel lungo termine una maggiore concorrenza ridurrebbe anche la cultura feudale del signore che impone lo “ius primae occupationis”, ma questo mi sembra un filino meno probabile degli sviluppi di cui sopra, che secondo me sono molto verosimili.

    Comunque c’è un problema culturale: essendo abituati all’abuso del potere, in Italia gli scandali sessuali non ledono la reputazione, semmai fanno ridere. Sarebbe opportuno reimparare ad indignarsi, non a comando come fanno gli attivisti politici (lo vediamo ora con le “innumerevoli” manifestazioni contro la guerra in Libia… controordine compagni, “se” e “ma” sono reintegrati nel dizionario del politicamente corretto), ma per ragioni morali serie.

  2. Marco Faraci scrive:

    Ciao Claudia,
    articolo che condivido largamente. L’unico dubbio sul “quid pro quo harassment” in quanto non vorrei che si creasse un clima di caccia alle streghe eterofobica (penso alla possibilità di false accuse).
    Sottoscrivo anche il commento di Pietro. Penso anch’io che rendendo il sistema più “competitivo”, si imporrebbe una focalizzazione sui risultati che troppo spesso nelle nostre aziende burocratiche ed assistite non sono l’obiettivo.
    Inoltre il fatto che manchino alle aziende le leve per punire chi demerita (sul piano dello stipendio o licenziando), fa sì che sia difficile giudicare le persone “a posteriori”. A chi assume non resta in molti casi che il giudizio “a priori”, cioè il pre-giudizio.
    Lo stesso dicasi per il telelavoro. In un sistema in cui non posso licenziare un impiegato che non porta risultati, è chiaro che l’unico modo per farlo lavorare diventa “controllarlo a vista”.

  3. lodovico scrive:

    in linea i principio se esiste un discrimine tra le donne e gli uomini questo dovrebbe esser ridotto o annullato ricorrendo alla magistratura. La legge dovrebbe regolare gran parte dei discrimini il resto lo lascerei alle parti.

  4. io ci aggiungerei anche la ripresa della legge 188/2007 contro i licenziamenti di genere (oltre alla nota classica: ma di genere maschile non si parla mai?)

  5. chiedo venia: contro le dimissioni in bianco , non contro i licenziamente di genere(anche se tra le categorie più colpite risultano essere le donne incinta)

  6. Giacomo Canale scrive:

    Approfitto dell’occasione di esprimerti il mio apprezzamento per le tue intelligenti argomentazioni, per segnalare una recente sentenza del Tar Campania sulla questione della parità di genere nelle giunte comunali (un tema che ho avuto modo di approfondire in uno scritto per un volume sulla democrazia paritaria di prossima pubblicazione), dove peraltro sono svolte delle pertinenti osservazioni sui profili di problematicità delle quote di genere (qualcuno potrà sorprendersi, ma credo sia giusto conoscere il maggior numero possibile di diversi punti di vista sul tema, per potersi formare un’opinione la più corretta possibile).
    E’ una sentenza molto interessante (anche se si pone in linea di continuità con la giurisprudenza amministrativa già esistente) e che deve essere letta attentamente perchè anche quando nega, apre in realtà a sviluppi argomentativi divergenti. Inoltre, pur negando un obbligo di risultato, finisce per prevedere un onere motivazionale così forte (una vera probatio diabolica) per cui alla fine gira e rigira impone di fatto di nominare almeno un assessore donna.

    http://www.federalismi.it/ApplOpenFilePDF.cfm?artid=17751&dpath=document&dfile=15032011005153.pdf&content=TAR+CAMPANIA,+Sentenza+n.+1427/2011,+sull%27illegittimit%C3%A0+del+decreto+di+un+Sindaco+che+ha+nominato+nella+Giunta+esclusivamente+persone+di+sesso+maschile+-++-++-+

  7. @Marco: proprio per evitare il clima da caccia alle streghe parlo di condanna definitiva…

    @Giacomo: grazie mille!

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