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Distinguiamo il grano dal loglio. Attenti all’ “anti”

– dal Secolo d’Italia del 30 marzo 2011 –

Berlusconi non mi piace, anzi mi dispiace e perfino mi ripugna e impietosisce nella sua ostinazione senile. Ma non mi piace l’antiberlusconismo da spretati che oggi si fa dispiacere qualunque cosa si leghi, di diritto o di rovescio, al suo nome e al suo interesse. Come vi fu un “fascismo dell’antifascismo”, nel lungo dopoguerra di un Paese che era diventato antifascista com’era stato fascista – per conformismo politico­­ –, così il “dopo” della Seconda Repubblica rischia di finire ostaggio di una sorta di “berlusconismo dell’antiberlusconismo”, con un sovrappiù d’intransigenza che sempre si lega all’eroismo postumo. E dico “berlusconiano” in senso proprio e personale, ancorché rovesciato. Berlusconiano per forma e sostanza, per logica e tempra, anche se convertito alle ragioni “anti-berlusconiane”.

Che la ribellione alla prepotenza del Cav. passi dalla resa alla sua eterna fortuna politica e che il dargli torto equivalga ad un dargli ragione nella sua pretesa e imprescindibile centralità, non sembra preoccupare i molti che – avendo attraversato da alleati la storia berlusconiana o una parte di essa – oggi vorrebbero concluderla con una sorta di damnatio memoriae, rinnegando non solo ciò che il berlusconismo è infine divenuto – un califfato televisivo –, ma anche tutto ciò che, in quasi diciotto anni di storia, è stata la politica del centro-destra resuscitato dalle macerie della Prima Repubblica.
Né alla destra né alla sinistra conviene uscire dalla Seconda Repubblica come Berlusconi era uscito dalla Prima, sputando nel piatto in cui aveva mangiato e civettando con le piazze sfasciste del “compagno Tonino”, per cui il fine della rigenerazione morale del Paese valeva e giustificava il mezzo dell’inciviltà giuridica e della giustizia “un tanto al chilo”. Questa scorciatoia, però, conviene ancor meno a chi, per scelta o necessità, ha fatto parte della carovana del Cav. prestando ad essa le ragioni del proprio impegno e ponendole così al riparo dai rovesci che, dopo Mani pulite, la storia prometteva copiosa ai moderati e ai liberali.

Nel pentolone in cui il Cav. ha ficcato, quasi sempre alla rinfusa, gli ingredienti del proprio consenso, c’è stato “troppo” di tutto – troppo di vero e di falso, di autentico e di contraffatto – per darne un giudizio univoco e nulla di decisivo per restituire la rotta ad un Paese alla deriva. Tanto basta per una condanna senza appello del dominus incontrastato dell’ultimo decennio, non per la liquidazione di tutti i materiali che il Cavaliere ha impiegato, riciclato e sprecato nel suo cantiere politico. A partire da quelli che, nel primo berlusconismo, erano più autenticamente innovatori e liberali e che sono apparsi a lungo i più autenticamente berlusconiani.

Mettiamo, ad esempio, la giustizia. Di fronte all’uso giudiziario della politica e politico della giustizia che Berlusconi va facendo, è arduo distinguere il grano dal loglio, il contenuto delle improbabili riforme dal vittimismo del sempre più improbabile “riformatore”. Ma non è pensabile – per quanti vogliono andare “oltre” Berlusconi – lasciargli a tal punto condurre le danze, da accettare di finire dispersi in partibus infidelium e disposti a sostenere le ragioni meno nobili dei suoi nemici più impresentabili. La riforma liberale della giustizia – quella che Berlusconi ha tirato fuori e rinfoderato un milione di volte, a seconda del suo calendario processuale o dell’esigenza di far posto a leggi giustizialiste da far vergogna, commissionate dall’alleato leghista – è una riforma giusta e sacrosanta, anche se Berlusconi, astutamente, ne fa un uso ritorsivo e opportunistico. Non si può uscire dal partito degli inquisiti per iscriversi a quello degli inquisitori, come se l’unica partita da giocare fosse quella “o con Cosentino o con Di Pietro”, “o con il Cav. o con il Dr. Palamara” e con l’Anm, che esibisce la difesa corporativa dell’eccezionalismo giudiziario italiano come una “patente” di giustizia.

Perché, per essere contro Berlusconi, dovremmo schierarci anche contro la (vera) responsabilità civile dei magistrati, la separazione delle carriere d’inquirenti e giudicanti, la riforma di un organo di autogoverno dei giudici, il Csm, sputtanato dalla sproporzione tra la natura materiale del consesso e la funzione formale cui è chiamato ad adempiere? Contro Berlusconi dovremmo diventare tutti contro “qualcosa”, per cui, alcuni di noi, hanno preferito a lungo essere berlusconiani, piuttosto che “anti”; e non per passione del personaggio, ma per un calcolo razionale, per un amore della giustizia che eccedeva l’imbarazzo della cattive compagnie e piuttosto temeva la pretesa (tecnicamente eversiva) di assegnare alla magistratura una funzione di tutela attiva dell’equilibrio costituzionale, non da “potere”, ma da “giudice del potere”?

Non si può regalare a Berlusconi e alla sua ingiustizia il monopolio della giustizia giusta e imparziale, che non baratta il pane dell’efficienza con il “lusso” delle garanzie. Non si può farlo mentre l’esercito di consulenti e difensori, che lo assistono dentro e fuori dal Parlamento, lo sta trascinando al ridicolo, come l’ottimo avvocato Paniz, che con la sua “prescrizione breve” riservata – come dice – alle “persone perbene”, cioè incensurate, istituisce una sorta di giustizia cattiva riservata alle persone permale, secondo un’idea classista e razzista del diritto che neppure lo stile garantista riesce a dissimulare.

Il discorso non cambia se si esce dal campo della giustizia per entrare in quello, altrettanto rischioso, della sfida referendaria, che l’opposizione dipietrista ha lanciato, un anno fa, al Pd più che alla maggioranza, sui temi “berlusconianamente sensibili” del legittimo impedimento, della gestione dei servizi idrici e del programma nucleare. I recenti incidenti giudiziari del Cav, insieme al disastro di Fukushima, rendono oggi i referendum meno scontati nell’esito e politicamente più servibili. Ma per cosa? Per una cavalcata nelle praterie di una demagogia sinistra e perfino gaglioffa, che confonde la privatizzazione dell’acqua, con l’assegnazione mediante gara pubblica e procedure trasparenti della gestione dei servizi idrici? ? Per dar ragione a Tremonti, che oggi spiega quale straordinaria fortuna sia non avere un “debito nucleare” e dar torto a chi lamenta una bolletta energetica depressiva dell’economia del Paese e del buonumore delle famiglie? E sul legittimo impedimento, non è più onesto rivendicare il merito di avere, per quanto possibile, difeso Berlusconi in modo difendibile, attraverso un istituto, ulteriormente limitato nella portata dalla Consulta, che ha almeno il merito di somigliare ad una norma generale (che vale per la carica, e non per la persona)? Anziché declinarne la responsabilità, non vale la pena di difendere uno “scudo” che protegge il premier italiano meno di quanto siano protetti dalle rispettive immunità presidenziali o parlamentari i capi di governo francese, spagnolo e tedesco?

Come diceva appropriatamente Giorgio Gaber: “Non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me”. E di questa lezione dovrebbero oggi fare tesoro molti anti-berlusconiani, che l’arroganza del Caimano trascina ad un berlusconismo uguale e contrario a quello dei piccoli e grandi fan di Silvio forever.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

One Response to “Distinguiamo il grano dal loglio. Attenti all’ “anti””

  1. Stefano Iuretich scrive:

    Uno dei tuoi articoli più belli.
    A questo punto spero che: 1) Libertiamo contrasti apertamente quei referendum, anche con iniziative forti dal punto di vista comunicativo
    2) non abbia paura di evidenziare le evidenti contraddizioni dentro Fli, dove molti appoggiano in maniera aperta tali battaglie di retroguardia (basti vedere l’adesione di alcuni esponenti alle manifestazioni in difesa della Costituzione…).
    Se a ciò si aggiungerà una forte linea liberale sui temi concreti, non piegata alle contingenze, forse il consenso non arriverà subito, ma si getteranno degli ottimi semi per il FUTURO.

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