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Mo(nu)menti di guerra: dall’Egitto alla Libia

– “La Cirenaiaca è famosa (…) soprattutto per le sue cinque città, Berenice, Arsinoe, Tolemaide e la stessa Cirene. In Fazania (…) le città di Alele e di Cilliba e anche Cidamo (…) Al di là  del monte Atro (…) Telge (…) Debris (…) e la famosissima Garama (…). Tra i Tripolitani, Oea, (…) Sabrata e Lepcis la Grande (…)”.

Così negli ultimi decenni del I secolo d. C. Plinio il Vecchio con una dettagliata descrizione di centri soprattutto dell’arco costiero, tratteggia la paleografia della Libia antica. E altrettanto aveva fatto, in piena età augustea, Strabone.

Lì, in quelle città, ed in molte altre, campagne di scavo condotte da Istituti di Archeologia francesi, polacchi, inglesi e americani, ma soprattutto italiani, almeno dai primi decenni del Novecento, hanno permesso di recuperare magnifici esemplari di statuaria, riconoscere monumenti, parti cospicue dei diversi impianti urbani. L’immaginario si sposta da nord a sud, volgendo indifferentemente ad est e ad ovest, trovando ovunque resti magnifici, parti di centri che al di sotto degli esiti romani conservano i nuclei fenici e greci, cartoline di civiltà: dall’arco di Settimio Severo, agli edifici per spettacolo e al Foro a Leptis Magna, dal teatro di Sabratha, al tempio di Zeus a Cirene, dal cd. Palazzo delle Colonne a Tolemaide, alle terme adrianee ad Apollonia, all’arco di Marco Aurelio ad Oea.  Ma anche dall’enorme sito preistorico, a Jebel Akhdar, in Cirenaica, che per decenni è rimasto chiuso per motivi militari e che è stato riaperto agli scavi solo nel 2007 grazie all´Università di Cambridge.

Monumenti, nei casi di Leptis Magna, Sabratha e Cirene, tanto straordinari, nella loro forma e nel contesto nel quale si trovano, da meritare l’inserimento nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco. Ma nonostante questo, già i danni causati dalla “rivolta giudaica” e dai rovinosi terremoti, nonché una certa incuria, non ne segnalavano la conservazione come esemplare.

Ora il risveglio di legittime istanze democratiche contro la politica repressiva di Gheddafi, viaggiando prima leggero nell’impalpabile rete di contatti del web, si è concretizzato inevitabilmente in sangue, morti, dolore diffuso in tutta la Libia, fughe nel Mediterraneo verso la salvezza. Ma anche, bisogna ricordarlo ora, per non rimpiangerlo tra un po’, in uno stato di allerta per i suoi tesori archeologici. Nei giorni della fuga degli insorti verso il confine egiziano e non solo, il terrore dei bombardamenti ha la meglio su qualsiasi altro sentimento. Il naturale senso di sopravvivenza spinge lontano. Lontano da un’archeologia millenaria.

Intanto prima le bombe dei miliziani ed ora quelle sganciate dai jet francesi e dai Cruise americani, costituiscono un indiscutibile pericolo anche per i tantissimi resti archeologici esistenti nel Paese. Ed infatti l’Unesco ha lanciato un appello per la loro salvaguardia. Ma, il problema è che nessun intervento può essere messo in cantiere se non richiesto dal Paese che ospita i beni archeologici: proprio per questo il pericolo è reale. All’inizio della rivoluzione libica, le bombe di Gheddafi non hanno risparmiato la città occidentale di Nalut, che è stata pesantemente colpita con i suoi castelli medioevali. In questa fase le maggiori criticità sono costituite dai siti che sono stati inglobati nelle città e nelle periferie urbane come nel caso di Sabratha e Cirene.

C’è poi un altro tipo di ritorsione possibile, che potrebbe avere conseguenze nefaste a lungo termine. Come, ad esempio, nel distruggere un sito archeologico in Cirenaica, annullando i futuri introiti turistici della regione. In situazioni di conflitto il patrimonio artistico può diventare merce di scambio, ma può anche essere impiegato per affermare o negare l’identità libica. Se i siti a rischio sono tutti sulla costa, quelli nel sud-ovest e del sud-est, famosi per un’archeologia molto antica e per l’arte rupestre preistorica sono più al sicuro. Anche se è recentissimo il bombardamento da parte delle forze delle coalizione della città di Saba, nel sud del Paese, vicino agli scavi della missione italiana.  Il timore, fondato, è che il notevole patrimonio archeologico della Libia venga usato come forma di pressione e di rivendicazione. Come avvenuto nel recente passato per le statue dei Budda abbattute in Afghanistan dai taliban.

La guerra non fa sconti. Alla fine di gennaio, nel pieno della lotta indipendentista egiziana, all’indomani del primo caso di “coprifuoco elettronico totale”, due mummie del Museo del Cairo furono distrutte da alcuni saccheggiatori. Ma immediatamente dopo i giovani manifestanti si affiancarono ai soldati per proteggere il patrimonio più importante d’Egitto. Sono stati chiusi i principali siti turistici e l’area delle Piramidi: pattugliata da soldati e mezzi corazzati l’area di Giza, con le Piramidi di Cheope, Chefren e Micerino, ma anche la Sfinge: la guerra non fa sconti, nemmeno al lontano passato.

Nei fermenti di una rivoluzione sociale che, innescata da una spontanea e indomita ribellione giovanile, sta scuotendo vari Paesi del Medio Oriente, l’agognata libertà ha un prezzo alto: di uomini certamente, ma anche, forse, di storia degli uomini, che rischia di cadere sul campo, rimanendo muta per sempre, spegnendo quella luce che tacitamente e inconsapevolmente ha infuso per decenni, in popolazioni inermi e sottomesse, l’inconsapevole orgoglio di sé, quell’orgoglio che adesso ha avuto la forza di spingersi oltre.

Come sempre, anche qui, si tratta di salvaguardare un patrimonio che è memoria comune di tutto il Mediterraneo, qualcosa che va al di là del singolo monumento, certamente perdente di fronte al valore della vita di un uomo.

Ieri in Egitto, ora in Libia, domani, probabilmente, in Siria e Giordania. Così la minaccia dalle città della Tripolitana e della Cirenaica si sposterà a celebri centri siriani, come Palmira, Antiochia e Bosra, e giordani, come Petra, Pella e Damasco. Non vogliamo pensare che non sarà più possibile passeggiare per l’acropoli di Cirene o per la via colonnata che a Leptis Magna collegava le terme e il nuovo foro dei Severi con il lungomare o osservare il mosaico nella cosiddetta Casa delle Quattro stagioni a Tolemaide, così come intrattenersi nelle sale dei Musei di Cirene, di Apollonia e di Sabratha. Non vogliamo doverci anche rammaricare che il Presidente del Consiglio abbia riconsegnato al leader libico, la Venere Anadiomene, copia della perduta Venere di Cnido di Prassitele, rinvenuta nel 1913 da una missione archeologica italiana presso Cirene, e conservata fino al 2008 nel Museo Nazionale Romano.

Per le nazioni che aspirano a nuove forme di governo, nelle quali la democrazia garantisca la salvaguardia della civiltà, sarebbe un grosso handicap partire perdendo parti della loro storia. La privazione di importanti segni del proprio passato costituirebbe, più di ogni altra, una ferita senza alcuna possibilità di guarigione. E chi sostiene il vento di libertà sa, deve sapere, che alla fronda che si agita non si  possono mai recidere le radici.

Lottare per la libertà futura senza dimenticare le vestigia del proprio passato. Si può. Si deve.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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