Chi sbaglia paga, tranne che alla Rai

di LUCIO SCUDIERO – A un osservatore straniero che volesse comprendere il funzionamento del nostro scassato sistema politico, io consiglierei di concentrare i suoi studi sulla Rai, l’azienda televisiva di Stato che segnala, come la fuga degli uccelli il terremoto, le tendenze e gli “argomenti” che ispirano i nostri decisori pubblici. Quasi sempre al peggio.

Emblematico, abnorme, rivoltante al comune senso di giustizia, è il caso della nomina di Alfredo Meocci, nel 2005, a direttore generale di viale Mazzini, assurto agli orrori della cronaca per essere stato oggetto e causa di una condanna al risarcimento di 11 milioni di euro, per danno erariale, a carico di alcuni membri del consiglio d’amministrazione dell’azienda e dell’allora ministro dell’Economia, Domenico Siniscalco.

Nel merito, sono due le notizie, entrambe di ieri, meritevoli di attenzione: la pubblicazione da parte della Corte dei Conti dei motivi della suddetta sentenza di condanna e la decisione della presidenza della Camera di stralciare la norma che salverebbe i condannati dalla discussione in corso sulla legge Comunitaria.

L’emendamento in questione, presentato dalla maggioranza e dichiarato inammissibile da Fini per estraneità di materia, esclude la responsabilità degli amministratori o dipendenti di società partecipate, anche indirettamente, dallo Stato o da altre amministrazioni o enti pubblici in misura pari o superiore al 50 per cento, sottoposti alla giurisdizione della Corte dei conti in materia di contabilità pubblica.

Si dà il caso (ma è solo un caso) che su cinque ex consiglieri d’amministrazione Rai di provata fede berlusconiana, penda una sentenza, guarda caso ancora, della Corte dei Conti, che li condanna al pagamento di 1,8 milioni ciascuno a titolo di risarcimento di danno erariale.

Leggere la disamina dei fatti effettuata dal giudice contabile è fare un tuffo nell’abisso di protervia e irresponsabilità che ispira l’azione della nostra classe politica.

Nel 2005, il Cda della Rai, di concerto con il principale azionista dell’azienda, cioè il Ministro dell’Economia e delle Finanze, esprimeva, (parole della Corte dei Conti) la “granitica volontà di nominare il dott. Meocci alla carica di direttore generale”, benché fosse incompatibile ex lege, in quanto aveva ricoperto, meno di quattro anni prima, la carica di commissario dell’Agcom. La norma che lo vieta è l’art. 2, comma 9 della legge n.  481/95, la cui ratio risiede nella necessità di evitare che il controllore (un commissario Agcom, nella specie) possa sfruttare la propria posizione per lucrare, a breve distanza dal proprio mandato, vantaggi all’interno delle aziende controllate (come la Rai, appunto). A partire da questa previsione, con proprio provvedimento la stessa Agcom aveva sanzionato la Rai al pagamento di una multa pari a oltre 14 milioni di euro, confermata dal Consiglio di Stato a seguito di successivi ricorsi dinanzi al giudice amministrativo.

Che Meocci non potesse e non dovesse occupare quel posto di dg della Rai, lo sapevano tutti i diretti interessati, dal consiglio d’amministrazione Rai al ministero di via Venti Settembre, passando per il capo degli affari legali della stessa azienda televisiva. Lo sapevano al punto che cercarono, attraverso una serie di pareri richiesti ad autorevoli giuristi, una “pezza d’appoggio” per la palese violazione di legge che si accingevano a compiere. Peraltro non riuscendoci, perché i professionisti interpellati (cinque prima della nomina, ben dieci dopo di essa) restituirono tutti (ad eccezione di uno,) responso negativo sulla fattibilità della nomina. In conclusione la Rai, per volere dei suoi amministratori che oggi si pretenderebbe patrimonialmente irresponsabili, interpellava la bellezza di quindici giuristi, spendendo la bellezza di oltre 300mila euro, per farsi interpretare una norma la cui chiarezza risulterebbe evidente a un bambino che ha appena imparato a leggere.

Aggiungendo lo stesso cda Rai, a riprova della piena malafede dimostrata nel perfezionamento di quella nomina, la stipula di una polizza assicurativa che coprisse eventuali responsabilità degli amministratori perfino in caso di colpa grave degli stessi. Ancora una volta, sapevano di stare violando un preciso divieto di legge, e cercavano di mettersi al riparo da eventuali azioni in rivalsa.

Per questi fatti, che necessitava ricordare perché a nessuno venisse in mente di poterne prescindere nel commentare la vicenda, l’Agcom condannava la Rai e la Corte dei Conti, in rivalsa, i suoi amministratori di allora. Nel frattempo, a dare certezza e stabilità giuridica alle rispettive statuizioni, intercorrevano due gradi di giudizio amministrativo e uno di giudizio contabile. Si chiama principio di legalità. A distruggerlo, però, basterebbe una normetta retroattiva approvata dal Parlamento, come quella di cui dicevamo sopra. E questa si chiama filibusteria politica. Che poi è la stessa che fa scappare (o non arrivare) investimenti dal Paese, prosperare le mafie e trionfare l’arbitrio. Quella che ci rende un posto più contiguo al Venezuela di Chavez che alle tradizioni giuridiche e politiche dell’Occidente.

Ieri il presidente della Camera ha esercitato politicamente un suo legittimo (ma poco usato) potere istituzionale, espungendo la norma salva manager Rai dalla discussione sulla legge comunitaria, rinviandola ad altra sede e data. Esercitando, fuor di dubbio, in maniera politicamente interventista una prerogativa istituzionale. Ma alzi la mano chi ritiene che le istituzioni di garanzia non debbano agire politicamente contro azioni politicamente irresponsabili.

E, già che ci siamo, alzi la mano pure chi, a fronte dell’ennesimo caso di furfanteria made in Rai, ancora ritiene che una simile cloaca dei peggiori istinti del malcostume politico nazionale, non vada strappata al portafoglio clienti del Parlamento per essere consegnata all’imperio del pluralismo e della responsabilità di mercato.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

4 Responses to “Chi sbaglia paga, tranne che alla Rai”

  1. con il permesso della redazione di Libertiamo e dell’autore dell’articolo Lucio Scudiero mi permetto di inserire la colonna sonora adatta:

    http://www.youtube.com/watch?v=M8rla1piIto

  2. petruccioli scrive:

    ero il presidente del consiglio di amministrazione Rai all’epoca dei fatti ricordati – per quel che mi riguarda non ho nulla da aggiungere o da togliere alla motivazione della sentenza della corte dei conti da voi pubblicata – c’è una piccola (per così dire) inesattezza nella ricostruzione: la multa comminata alla Rai non era di 11 milioni di euro ma di 14 milioni e 200.000. – quanto alla decisione del presidente della camera di stralciare la norma a sanatoria non si può che concordare: un atto di igiene istituzionale – aggiungo che una norma diversa, ma volta ad ottenere lo stesso risultato, era anche nel decreto “milleproproghe” – ma anche da lì è stata cancellata per un minimo di decenza

  3. enzo51 scrive:

    € 14.200.000,00 una multa comminata alla Rai dall’Agcom!!

    Ora mi spiego la voracità di questa Azienda (in perdita) dello Stato nell’aumentare anno per anno l’ambiguo canone televisivo,povero di contenuti ma ricco di (dis)informazioni addomesticate !!

    Per non parlare poi delle tante sgallettate e paraculi che ci annoiano giornalmente.

    E dovrei pagare ancora il canone?

  4. Lucio Scudiero scrive:

    @Dott. Petruccioli: Sì, Lei era presidente e si astenne. Che la sanzione dell’Agcom ammontasse a 14 milioni è scritto nel pezzo. Copincollo: “A partire da questa previsione, con proprio provvedimento la stessa Agcom aveva sanzionato la Rai al pagamento di una multa pari a oltre 14 milioni di euro, confermata dal Consiglio di Stato a seguito di successivi ricorsi dinanzi al giudice amministrativo”. Ad ogni modo La ringrazio della precisazione e dell’attenzione.

    Lucio Scudiero

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