Parmalat tra leggende e realtà

– Ci sono alcuni dati oggettivi che vengono pervicacemente ignorati o rimossi nella narrazione più in voga dell’affaire Lactalis-Parmalat, e a ben vedere non potrebbe essere altrimenti, dato che si tratta di dati e cifre in grado di far crollare rovinosamente l’intero castello ideologico su cui si basa la pretesa del Ministro dell’Economia di impedire l’acquisizione del gruppo di Collecchio da parte della concorrente francese Lactalis.

In primo luogo non è vero che i francesi siano più protezionisti di noi. Le cifre, già citate la scorsa settimana da Mario Seminerio su Libertiamo, dicono che il 10,3 percento delle imprese francesi sono controllate da capitali stranieri, mentre la percentuale di quelle italiane è ferma al 4,1. Se davvero dovessimo pretendere reciprocità, dovremmo invitare i francesi, e chiunque altro, ad investire capitali da noi, piuttosto che indurli a fuggire.

In questo caso, poi, la sensazione è che le contromisure prese dal governo rischino di essere molto dannose per l’intero sistema economico italiano, senza essere nemmeno in grado di centrare l’obbiettivo: è infatti assai improbabile che consentire lo slittamento dell’assemblea degli azionisti già fissata per il 14 aprile consentirà a Ferrero, Granarolo, Banca Intesa, Tremonti e quant’altri di impedire un’acquisizione sostanzialmente già fatta, mentre è certo che stiamo per l’ennesima volta diffondendo sui mercati l’informazione, molto pericolosa, che nel nostro paese vige l’abitudine di cambiare le regole del gioco a partita in corso. Se si voleva trovare un sistema per tenere ancor più lontani gli investitori da un paese che invece ha fame di crescita, non si poteva usare metodo più efficace.

In secondo luogo non è vero che i consumatori italiani sarebbero danneggiati se il controllo di Parmalat passasse nelle mani di Lactalis. Questa tabella , segnalata su NoiseFromAmerika, mostra l’andamento del prezzo del latte alla stalla in tre delle regioni a più alta densità di allevamenti d’Europa Lombardia, Rhone-Alpes e Baviera dal 1997 al 2011.

Dall’elaborazione risulta evidente che in Italia il latte viene pagato più che nel resto d’Europa (e questo si riflette con decisione sui prezzi al consumo), e dato che il prezzo del latte viene fissato periodicamente attraverso accordi interprofessionali di filiera, la partita che si sta giocando oggi riguarda più che altro la forza contrattuale e la sensibilità alle istanze della politica dell’acquirente principale del latte di un dato territorio, i cui rappresentanti, a cominciare dalla Lega Nord, hanno infatti già detto la loro con una certa decisione.

Di qui la scelta: si può continuare a credere (o a far credere) che la strada per salvaguardare un comparto produttivo come quello della zootecnia da latte italiana sia proteggerlo dal mercato e dalla concorrenza, oppure si può fare in modo che recuperi efficienza e competitività assecondando proprio le esigenze del mercato. Se gli allevatori padani non riescono, ed è vero, ad essere competitivi pur disponendo di clienti più generosi di quelli del resto d’Europa, è perché sono stati indotti (e spesso costretti) ad investire per proteggersi piuttosto che per innovarsi. Basta guardare l’enormità dei costi che devono sostenere per adeguarsi a normative sulla sicurezza alimentare che non hanno eguali in Europa (e che sfuggono alle regole del più elementare buonsenso), e che sono state istituite proprio nell’illusione di difendere i prodotti italiani dalla concorrenza straniera, anche all’interno di un mercato comune.

La scelta è fra un modello protezionistico basato sulla suggestione del Made in Italy i cui costi vengono scaricati su produttori e consumatori (ma i consumatori, non ditelo a Tremonti, possono orientare le loro scelte altrove) e una decisa deregulation e sburocratizzazione del settore.

E’ assai improbabile che Lactalis, qualora dovesse realmente assumere il controllo di Parmalat, deciderà di destinare al fallimento le stalle dell’Emilia e della Lombardia andando ad acquistare il latte soltanto all’estero, anche per semplici ragioni di disponibilità della materia prima. Sempre che non fossimo davvero tanto allocchi da credere, e qualcuno ce lo voleva far credere, che Air France, acquistando Alitalia, avesse intenzione di portare a Parigi i turisti che volevano venire a Roma.

Quel che invece è certo è che anche per gli attuali amministratori di Parmalat la situazione stava già diventando insostenibile, se è vero che il direttore generale Antonio Vanoli, a chi gli chiedeva se Parmalat acquistasse il latte in Italia o all’estero, rispondeva che questa informazione era tutelata dal segreto industriale.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

3 Responses to “Parmalat tra leggende e realtà”

  1. E’ una storia divertente quella di Parmalat. Qualche mese fa tutti si lamentavano che non c’erano investimenti stranieri in Italia ora fanno di tutto per ostacolarli. Che strano paese!

  2. Sono un consumatore di latte Parmalat fin dall’era Tanzi. Lo trovo, semplicemente, il latte migliore tra quelli che ho assaggiato.
    Sono talmente ignorante in materia, che pensavo che allora come adesso il latte Parmalat fosse italiano quasi al 100%.
    Dalla tabella ho capito, però, il motivo per cui al Carrefour il latte meno caro è francese e alla Lidl è tedesco.
    Comunque nel corso degli anni personalmente non ho avvertito differenze di qualità e gusto nel latte Parmalat.

    Un’altra cosa. Se il latte “padano” fa ricavare così tanto al produttore rispetto al latte francese o tedesco, perché (e lo so per certo) i produttori emiliani (anche quelli che forniscono al Parmigiano Reggiano) sono da anni sull’orlo del pareggio coi costi?

Trackbacks/Pingbacks

  1. Anonimo scrive:

    […] […]