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Ma la cultura non rappresenta un bene voluttuario

– Molte polemiche sono sorte intorno all’ultimo atto di Sandro Bondi in qualità di ministro dei beni culturali, che ruota soprattutto sul reintegro del Fondo Unico per lo Spettacolo.
I termini sono semplici: dal 2011 vi saranno 149 milioni di euro in più per il Fus, 80 milioni per la tutela del patrimonio (Pompei e simili) e 7 milioni per gli istituti culturali.

La particolarità è che i 149 milioni addizionali al Fus saranno stabili, vale a dire che non si tratta di un’una tantum, ma di un provvedimento strutturale: pagato, com’è noto, attraverso un centesimo di accisa sulla benzina.
Attraverso la medesima accisa si finanzia (sempre in modo stabile) il Tax Credit sul cinema, ritirando così quell’assurdo aumento di un euro sul prezzo dei biglietti cinematografici di cui abbiamo scritto a suo tempo.

E’  sempre odioso parlare di accisa sulla benzina, considerando che in Italia ancora finanziamo in tal modo la guerra in Etiopia (1935), la missione in Bosnia (1996) e tante altre catastrofi in mezzo, ormai passate. Ed è odioso visto il momento delicato a livello internazionale, con il prezzo del petrolio in salita, proprio mentre altrove fanno l’opposto, ovvero riducono le accise.

Tuttavia, se si vuol parlare del prezzo della benzina, occorrerebbe anche discutere se sia logico avere una rete distributiva troppo estesa, senza reale concorrenza, con una burocrazia che impedisce alle piccole pompe di diversificare i prodotti venduti. E poi occorrerebbe evitare di sparare prezzi irrealistici (come 1,650 euro al litro per la “verde”): l’indice medio rilevato in Italia il 25 marzo è 1,559 per la “verde”, ma io lo stesso giorno ho pagato 1,479 euro al litro presso una “pompa bianca” di Milano.
Resta il fatto che prelevare dal carburante i soldi necessari a qualunque cosa è quantomeno poco furbo, soprattutto ora.

Ma, parlando del Fus, si generano equivoci più seri, che è doveroso dipanare. Si legga per esempio questo commento apparso sul sito del Sole 24 Ore: “E’ un modo di sindacare le scelte del consumatore, obbligarlo a spendere i suoi soldi in cose per cui non li spenderebbe”.

Apparentemente logica, questa frase tradisce una inconsapevolezza su cosa sia la cultura. Cambiamo campo: sabato a Milano si sono inaugurate quattro nuove stazioni della linea 3 del metrò. Costo? 267 milioni, in parte dello Stato, cioè finanziati con le imposte di tutti. Domanda: chi vive a Enna avrebbe speso “i suoi soldi” per la metropolitana di Milano, cioè per “cose per cui non spenderebbe i suoi soldi”? C’è poco da ricamarci sopra: a chi vive ad Enna, della metropolitana milanese non importa nulla.

Diranno alcuni che paragonare un’infrastruttura con la cultura è sbagliato, perché chi fruisce cultura fruisce un bene futile, voluttuario o simili. Questo è l’equivoco da dipanare. La cultura non è futilità. Se lo fosse, non ci sarebbe da discutere.

Il termine “cultura” è accreditato di due significati: quello “umanista”, per il quale cultura è la misura quantitativa della propria formazione, del proprio bagaglio di sapere, e quello “antropologico”, per il quale cultura è “quell’insieme complesso che include il sapere, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume, e ogni altra competenza e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro della società” (Edward Tylor, 1871, ma sulla base di teorizzazioni precedenti).

Come si nota, nessuno di questi due significati ha a che fare con il futile, il bello o il voluttuario. E’ quindi un peccato che alcuni ancora accostino il futile alla fruizione di cultura e considerino l’andare a teatro (o al cinema, o al concerto) paragonabile alla cena al ristorante o all’happy hour.

La cultura è invece molto più simile alla metropolitana di Milano, all’Alta Velocità Roma-Napoli, alla terza corsia dell’A9 o al ponte di Messina. Il tema non è se il prolungamento del metrò o una nuova autostrada serviranno “a me”, ma se serviranno alla città, alla regione o al Paese. Non è sulle mie esigenze di mobilità che devo stabilire se spenderei denaro per l’Av Roma-Napoli (che forse non avrò mai occasione di usare). Così come l’Av Roma-Napoli è un’infrastruttura essenziale al Paese, la cultura è l’architrave dell’identità in senso antropologico e, dunque, è altrettanto essenziale. La fruizione della cultura, così come la fruizione dell’Alta Velocità, non devono confondere: non è importante che io non fruisca del teatro Petruzzelli di Bari o dell’Av Roma-Napoli, è importante che continuino a funzionare.

Ne era ben consapevole, ad esempio, la polis ateniese, che finanziava per metà (insieme a due o tre cittadini facoltosi estratti a sorte) le Grandi Dionisie, ovvero i cinque giorni di festa e spettacoli in onore di Dioniso all’inizio della primavera. Ma la polis non finanziava il teatro affinché noi oggi lo conoscessimo. Lo finanziava perché ne riconosceva il valore identitario e rituale.
Ne erano altrettanto consapevoli, nel Medioevo e fino al Rinascimento, i Principi che allestivano il teatro privato di corte, il padre del teatro come oggi lo conosciamo. E lo finanziavano integralmente, perché il pubblico era ad inviti (riservati e ambitissimi, ovviamente).

Il finanziamento allo spettacolo, per funzionare, ha bisogno di stabilità. Questo perché uno dei criteri d’assegnazione del Fus chiede l’analisi dei progetti con proiezione triennale, il che significa (semplificando) che all’Ente viene richiesta una capacità di programmazione  da dimostrare a priori e poi da rispettare. Se però l’Ente è conscio che il Fus cala di anno in anno, quale seria programmazione pluriennale può fare?

Tuttavia è anche vero che gli enti destinatari del Fus dovrebbero talvolta migliorare la loro efficienza; dovrebbero spesso liberarsi dalla mentalità che li porta a sbandierare il loro “far cultura” come un feticcio. Dovrebbero aprirsi alle collaborazioni reciproche anziché sviluppare rivalità non concorrenziali e inconsistenti (si chiama economia di scala). Dovrebbero anche, perché no?, aprirsi maggiormente agli sponsor privati, sebbene la maggioranza degli enti, rivolgendosi a “piazze” poco numerose come le medie città di provincia, non sia appetibile agli investimenti delle grandi imprese e non otterrebbe molto dalle piccole, legate sì al territorio ma con scarsa capacità di spesa.

L’impresario non dovrebbe temere il “Teatro Fiat”, perché stipulerà con la “Fiat” di turno un contratto di sponsorizzazione che gli garantisca la necessaria libertà di azione e programmazione. Tuttavia noi non dovremmo confidare solamente in dieci o cento “Teatri Fiat”: la cultura, come chiarito sopra, non è un bene voluttuario, dunque è meritevole di attenzione pubblica perché, al pari delle opere infrastrutturali, favorisce lo sviluppo del Paese.

Si può obiettare sul metodo, l’accisa sulla benzina, senza però eccedere nell’obiezione (un centesimo al litro vuol dire frazioni di litro di differenza per spese sui 20-30 euro). Ho sempre sostenuto che in fondo 400 milioni di euro all’anno per il Fus sono una briciola nel bilancio statale, ma di quelle briciole che decidono la vita o la morte di noi stessi, della nostra comunità simbolica (cito Durkheim) e, nell’era post-moderna e globalizzata, dei sistemi di significato che sostengono le relazioni tra individui o gruppi d’individui (cito Hannerz).

Altro che bene voluttuario o futile come il caffè al bar.


Autore: Massimiliano Melley

Nato a Milano nel 1975, si è laureato in Scienze Politiche a Milano e ha conseguito un master in Spettacolo Impresa Società alla Bicocca (facoltà di Sociologia). Ha scritto di politica lombarda ed estera su "L'Opinione" e attualmente collabora con il quotidiano online "Milano Today".

14 Responses to “Ma la cultura non rappresenta un bene voluttuario”

  1. Michele Dubini scrive:

    Ottimo articolo. Purtroppo sembra che stia passando l’idea di “cancellare tutto” per sopperire ai vizi e alle spese del FUS; insomma, un buttar via il bambino insieme all’acqua sporca…

    Dimenticando il ruolo fondante e formante che ha la cultura (e che ha sempre avuto, sia in senso antropologico che umanista. Pagare per una buona cultura è più che accettabile (economia-della-felicità docet) e OTTIMO, l’importante è che la gestione sia responsabile e finalizzata all’ausilio di privati. Bisogna migliorare il sistema, non cancellarlo con un colpo di spugna (con le tragiche conseguenze sociali che ne deriverebbero).

  2. Matteo Gianola scrive:

    Bah, la cultura non è un bene voluttario ma è l’espressione di una società, presente e futura, e come tale va sovvenzionata… non mediante un fondo alimentato dalla fiscalità ma mediante contributi indiretti, sgravi fiscali per artisti e enti ovvero deduzioni d’imposta per le donazioni da privati, cittadini o imprese…
    Il sistema attuale serve solo a creare una rete clientelare, cioé delle lobbies, che vive a discapito dei redditi altrui spesso senza produrre nulla che possa arricchire il panorama culturale.
    Il sistema va ripensato ma senza permettere che il sostentamento del FUS gravi ulteriormente sulle tasche dei cittadini, già soggetti al più spietato caso di spoliazione legale (per dirla à la Bastiat)nella storia delle democrazie occidentali!

  3. Pietro M. scrive:

    Il paternalismo non mi piace: trattare gli italiani da cretini può essere giustificato, anzi probabilmente lo è sul serio, ma non è liberale.

    Se gli italiani capiscono che la cultura è importante, compreranno libri e andranno a teatro. Se non hanno tempo possono finanziare l’arte e la cultura con donazioni come accade negli USA (ma la responsabilità verso i beni pubblici richiede la nozione di libertà, che nella testa degli italiani non è presente perché sono trattati da servi da secoli e secoli e hanno interiorizzato l’etica e la cultura del servo).

    Se non lo capiscono, non vedo perché costringerli a donare soldi a chi dice di fare cultura. E poi vorrei proprio vedere che cultura fa, immagino il merito artistico quanto conti quando si tratta di allocare risorse…

    Non esiste nessuna giustificazione in termini di esternalità o beni pubblici per giustificare i finanziamenti alla “cultura”: se si ritiene che siano importanti, si convinca la gente a donare, non si costringa il contribuente a farlo. Se ci sono le preferenze, in mancanza di esternalità, c’è sempre anche la possibilità di farlo senza coercizione. Evidentemente mancano le preferenze, che vanno illuminate dall’elite di potere che guida ed illumina il cammino del volgo ignorante.

    Trattare le persone da bambini ne perpetua lo stato infantile. Finiamola con il paternalismo: è vero che in piccole dosi non fa male, ma trattare i cittadini da idioti è ormai la norma in democrazia (cinture obbligatorie, tasse sugli alcolici, proibizionismo, discriminazioni positive a favore delle donne e delle minoranze, “memorie condivise” imposte ex lege, il politicamente corretto…).

    E’ giustificabile l’intervento statale se c’è un bene che non può essere facilmente prodotto dalla società, ma se non ci sono di queste limitazioni, rimane solo la giustificazione secondo cui le elite illuminate devono illuminare il volgo istupidito.

    E ho come l’impressione che se andassi a vedere il valore artistico/culturale di ciò che è prodotto grazie ai fondi pubblici, mi troverei d’accordo col volgo ignorante. Ma andando poco al cinema e mai a teatro, magari è solo un pregiudizio.

    Il pensiero politico contemporaneo ha prodotto infinite giustificazioni per il potere dello Stato. Il paternalismo è quella più odiosa, e ha l’ulteriore difetto che rende impossibile la giustificazione della democrazia. Di tutto abbiamo bisogno tranne che avallare l’ennesima argomentazione a favore dell’intervento statale sulle nostre tasche e nelle nostre vite.

    Le infrastrutture sono beni pubblici e forse c’è un argomento per produrle a spese pubbliche, anche se nella maggior parte dei casi ciò non è vero. La cultura non è un bene pubblico: non c’è alcuna esternalità da internalizzare.

    Gli italiani non vanno a teatro perché il teatro fa loro schifo. Non mi sembra una preferenza ingiustificata, e non credo sia giusto punire gli automobilisti per far campare l’ennesima lobby.

  4. Joe scrive:

    Ottimo PietroM. Ma poi, voglio dire: basta con la mala fede. Continuare a difendere il tax credit e il tax shelter, cioè un regime fiscale privilegiato per chi fa cinema, sostenendo che il cinema, magari quello dei Rubini o del pur divertente Zalone che gli incentivi fiscali col suo ultimo film li ha presi, sostenendo che sia cultura…. Poi dice che uno si incazza…

  5. Diego Perin scrive:

    Tutto sto pistolozzo per dire cosa? Che la Cultura è necessaria come le strade, quindi va pagata con le tasse di tutti? Evviva il dono di sintesi. Ma soprattutto: Libertiamo non doveva essere un piccolo spazio per i pochi liberali di questo paese?
    In questo articolo non c’è nulla di liberale.

  6. lodovico scrive:

    caro Massimiliano abbiamo fior fiore di professori universitari che trattono la cucina ed i modi di cucinare come forme di cultura, spero che nel fondo Fus parte delle somme che derivano dalle accise sulla benzina, fatto estremamente positivo, vadano a corsi culturali sulla cucina regionale e poi si dovrebbero estendere la cultura al bere, agli aperitivi etc. e che dire della cultura fisica… un contributo anche per quella. Aspetto un suo parere su come si può intervenire sui risstoranti ed alberghi, luoghi storiri di cultura da preservare. Se queste sono le letture di libertiamo viva la destra liberale.

  7. Bene, un po’ di sale.

    A Pietro M., che stimo molto, dico soltanto che il finanziamento pubblico alla cultura non è “contemporaneo” e non si limita all’Italia: nel pezzo ho citato due esempi (ne potrei fare altri 100) non contemporanei, e quanto al fatto che la cultura è finanziata dallo Stato, non accade solo in Italia ma ovunque.
    D’altronde il mio punto di vista è che non è paternalista sostenere la cultura come non è paternalista costruire autostrade: esattamente lo stesso.
    La cultura resta, a mio parere, un bene pubblico, nel significato di “meritorio d’interesse pubblico”.
    Ed infine, il motivo per cui lo spettacolo in generale (non sottilizziamo tra le distinzioni) ha bisogno, diciamo così, del finanziamento, è proprio che “non può essere prodotto facilmente dalla società”. Ti invito a una ricerca (banalissima) sui costi e i ricavi in questo particolarissimo mercato.

    A chi scrive che il Fus crea le lobbies: forse c’è un barlume di lobby nel cinema e nel mondo degli orchestrali, ma meno di quanto si pensa. E il Fus serve a far sopravvivere (non vivere, sopravvivere) ben altro.

    A chi scrive che Libertiamo non avrebbe dovuto ospitare il mio pezzo: qualche giorno fa ne ha ospitato uno, di Diego Menegon, che sostiene esattamente il contrario, sarà per voi un piacere leggerlo, come lo è stato per me.

  8. MauroLIB scrive:

    La Sicilia ha ricevuto tanti quattrini da tutti i contribuenti d’Italia da poter costruire più metropolitane che Parigi e Londra messe insieme. Dove sono finiti i nostri soldi?

    E poi quale cultura? Quella che restaura i beni architettonici o i libri antichi o quella che che fa spettacoli in teatri e cinema dove non ci troverebbe uno spettatore pagante?

    I nostri maestri rinascimentali dipingevano santi e madonne perchè pagava la Chiesa che affamava i sudditi. I pittori fiamminghi li pagavano i borghesi che lavoravano sodo e non espropriavano nessuno. Quella non è cultura buona? Bach e Mozart facevano la fame. E allora perchè non sostenere i gruppi che tengono concerti di musica tradizionale russa con le balalaike? E’ cultura anche quella.

    Il provvedimento è scandaloso al pari dei finanziamenti pubblici di cui beneficiano i quotidiani grandi e piccoli anche quelli che nessuno legge.

    Chiamiamo le cose col loro nome almeno in questo blog. Un’altra casta attaccata alla mammella dello Stato, tanto il latte, quel poco che nè rimasto, lo mettiamo noi.

    Il buon Melley scrive con proprietà di linguaggio ma strada per la libertà deve percorrerne ancora tanta. Forza, come diceva l’indimenticato maestro Manzi, non è mai troppo tardi.

  9. @MauroLib: mi mancava giusto un secondo papà! :)

  10. Non avrebbero fatto prima a permettere donazioni private da scalare alla dichiarazione dei redditi? In questo modo chiunque avrebbe potuto partecipare direttamente alla diffusione e mantenimento di manifestazioni culturali (dai Bronzi di Riace al Vittoriale al teatro della Scala a pompei) in modo libero e senza passare per strutture ridondanti.

  11. MauroLIB scrive:

    Caro Melley, vien da dire – Chi di paternalismo ferisce … -.

    Ma non era questo il senso del mio commento. Le tasse sono approprazione di un pezzetto del tempo di vita degli individui. Il tempo è per definizione ‘la prima energia non rinnovabile’. Diceva Saint Exupery – E’ il tempo che ci hai dedicato che rende la tua rosa così bella e preziosa -.

    Questo è il motivo per cui lo Stato dovrebbe andarci coi piedi di piombo nel confiscare il tempo ai cittadini. Fosse anche un minuto in una vita.

  12. Joe scrive:

    “non sottilizziamo tra le distinzioni”. Nonnò, sottilizziamo invece. Perché se pure accettiamo la tesi del tuo pezzo, bisogna distinguere in maniera abbastanza netta cos’è cultura e cosa non lo è. Conosco un po’ come è fatto il mercato del cinema ma se Checco Zalone, i cui film pure vedo e apprezzo, non riesce più a farne non sta morendo un pezzo di cultura italiana: non crolla Pompei né chiude La Scala. Peggio mi sento se penso a pellicole che oltretutto nemmeno incassano. Insomma è una questione di limitare il proliferare delle lobbies, oltre che di costi che tutti paghiamo e che togliendo il cinema dagli aiuti di qualunque tipo sarebbero inferiori. E oltretutto non mi dovrei sorbire tutta una serie di attori e registi presunti artisti che, dopo che mi sono state messe le mani in tasca in modo coatto per far campare loro, mi intimano di tacere perché a loro “spetta”.

  13. Caro Joe, quando ho scritto “non sottilizziamo tra le distinzioni”, parlavo di spettacolo dal vivo, non di cinema. Le attività cinematografiche coprono il 18,5% del Fondo Unico per lo Spettacolo.

    Adesso capisco perché, quando si parla di Fus, tutti a rispondere che Checco Zalone non è cultura. Solo il cinema vi viene in mente.

    Allo stesso Joe e a tutti gli altri, che qui e altrove si sono prodigati a parlare di lobbies e quant’altro, consiglio anzitutto di rileggere la seconda parte del mio pezzo, dove si noterà che di strada da fare ce n’è per responsabilizzare chi opera nello spettacolo. Inoltre non si è minimamente affrontato il discorso su com’è strutturato il Fus, sui criteri (ma non ditemi, per favore, che si deve insediare una commissione che giudica la “qualità”, perché è esattamente ciò che fanno le dittature, non i liberali!), su tanti altri aspetti.
    Mica si poteva scrivere un libro, del resto.

  14. Stefano Magni scrive:

    Massimiliano, siamo seri: la cultura non va finanziata. Non vanno finanziati i giornali, non vanno finanziate le strade, né le ferrovie, né le infrastrutture, né la scuola, né la sanità. Tutto può essere gestito meglio, molto meglio, dai privati. Io voglio sentire questi argomenti da un liberale. E non continuare a sentire questi sottili distinguo fra cosa continuare a pagare con le tasse e cosa può essere privatizzato. Lo Stato (se proprio deve continuare ad esistere) si limiti a garantire l’ordine pubblico. Punto. E non mi dire che queste sono utopie: i Paesi più prosperi sono quelli che hanno uno Stato più leggero. Vai a vedere l’Index of Economic Freedom se non mi credi.

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