di MARIANNA MASCIOLETTI – La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha assolto lo stato italiano dall’accusa di avere la diretta responsabilità della morte di Carlo Giuliani.

Molte e molto varie sono state le reazioni a questa sentenza. I familiari del giovane hanno dichiarato che “non si arrenderanno”, anche se non è questa la prima volta in cui  – a vari livelli – un tribunale ha dato loro torto.
Altri, invece, si sono espressi a favore della decisione della Corte, condividendone le motivazioni.

Tanto per essere chiari e concisi, diciamo subito che i cosiddetti Fatti del G8 di Genova, di cui anche l’uccisione di Giuliani da parte del carabiniere Mario Placanica fa parte, rappresentano un insieme di vicende nate male e gestite peggio, un calderone in cui, anche a voler fare i manichei, i “buoni” sono difficili da trovare, mentre di “cattivi” c’è sovrabbondanza.

Risultato, vien da dire citando Manzoni, di errori che (probabilmente) “potevano essere veduti da quelli stessi che li commettevano”, tra cui quello fondamentale, commesso da entrambe le parti, di lasciare libero corso alla violenza (e forse, secondo le testimonianze di molti, di incitarla implicitamente), cosicché alla fine, sia tra le forze dell’ordine che tra i manifestanti, è stato molto difficile individuare gli effettivi responsabili dei fatti più gravi.

Le violenze e le violazioni commesse dalle forze dell’ordine nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto sono state riconosciute anche in sede giudiziaria, con sentenze d’appello molto dure che hanno per così dire “rovesciato” quelle, considerate troppo miti, di primo grado.
Sappiamo che nessuno potrà mai essere contento di come si è deciso di risolvere la vicenda: i toni del dibattito restano troppo accesi perché una delle due parti possa decidere di abbassarli, la gara a chi inveisce di più e meglio è ancora aperta. D’altra parte, è forse comprensibile (anche se non giustificabile) che da avvenimenti violenti possa scaturire un dibattito altrettanto violento.

Tuttavia, è sul fatto specifico dell’uccisione di Giuliani che vogliamo concentrare l’attenzione: abbiamo citato tutto il resto per dare un sommario quadro della situazione, ma la notizia di questi ultimi giorni è quella che abbiamo riportato all’inizio, cioè l’assoluzione dello stato italiano dalla responsabilità per la morte del giovane.
Una sentenza contro cui, anche se è definitiva e quindi dovrebbe chiudere una volta per tutte la vicenda, molti continuano a scagliarsi.

Una sentenza che, però, come spiega bene anche questo articolo di Giornalettismo, non offre appigli oggettivi a chi voglia contestarla, perché si limita a prendere atto della realtà. La tesi della legittima difesa da parte di Placanica è stata accettata in tutti i gradi di giudizio: la situazione generale era tesissima, il carabiniere era inesperto, era circondato e aveva un’arma in mano, si è visto arrivare davanti un uomo dal volto coperto che stava per tirargli un estintore e gli ha sparato.

Giuliani, dunque, a meno che non si voglia sostenere che sia normale uscire a passeggio portando con sé un estintore, o che brandirlo sia un segno di pace, non è un martire, non si è trovato lì per caso, soprattutto non è paragonabile ad una Giorgiana Masi: era una persona per età e situazione psicofisica (almeno da quanto se ne sa) responsabile delle proprie azioni, e si è messo in una situazione molto rischiosa, dalla quale era oggettivamente alta la probabilità di uscire malconcio o di non uscire affatto.
Che la sua decisione sia stata sbagliata ed irresponsabile, nei confronti di se stesso e non solo, lo testimonia la realtà dei fatti: è stata una decisione che l’ha portato alla morte, e come tale va (purtroppo) accettata, senza vittimismi post-mortem inutili quanto gli insulti gratuiti.

Vittimismi che, sia chiaro, a nostro avviso sono altrettanto sbagliati quando vanno nella direzione opposta, quella secondo cui la “vittima” della situazione sarebbe stato Placanica: chi sceglie di entrare nei Carabinieri dovrebbe quantomeno essere consapevole del fatto che l’arma di ordinanza non gli viene consegnata a scopo puramente ornamentale, a maggior ragione in una forza militare quale appunto i Carabinieri sono.

Certamente entrambi i giovani si sono trovati in una situazione oggettivamente difficile e violenta, certamente quella situazione si è creata perché le forze dell’ordine non sono riuscite a contenere ordinatamente i violenti, ma altrettanto certamente i violenti tra i manifestanti c’erano: ipotetica “vittima innocente” della situazione avrebbe potuto essere una persona che passava di lì per caso, non un carabiniere mandato lì a fare il suo lavoro o un uomo col passamontagna che gli ha brandito davanti un estintore pur sapendo che era armato.

Eppure, attribuire (una grossa parte del)la responsabilità della morte di Giuliani al comportamento diciamo – per andarci leggeri, ma proprio troppo leggeri – imprudente di Giuliani stesso, a giudicare dalle reazioni indignate di molti, pare una brutalità degna dei peggiori criminali nazisti.
Forse siamo noi che sbagliamo, a tirare fuori la parola “responsabilità” in un Paese in cui l’unica cosa che interessa e che si cerca è la colpa, naturalmente sempre quella degli altri.
Forse siamo strutturalmente inadatti a comprendere.

Forse però, invece, siamo semplicemente nauseati dall’ipocrisia di chi non difende apertamente l’indifendibile comportamento di Giuliani in quella circostanza, ma contesta qualunque critica opponendovi le due affermazioni-cardine della società italiana “Eh, ma come ti permetti, è morto” e/o “Eh, ma come ti permetti, aveva una mamma e un papà”.
Affermazioni che, come vede chiunque sappia mantenere la propria umanità – e quindi la propria razionalità, l’unica cosa che differenzia l’uomo dalle bestie – anche davanti ad un fatto che tocca le sue corde emotive, non hanno alcuna logica.

E’ vero che una persona morta non si può difendere né spiegare, e quindi è buona norma evitare di insultarla gratuitamente; è vero però anche che rilevare la responsabilità che Giuliani ha avuto nella propria morte non è un insulto alla sua persona, ma una constatazione fatta su un singolo comportamento, peraltro difficilmente contestabile, visto che quel comportamento ha effettivamente avuto conseguenze letali.
Quanto al fatto che di Giuliani morto si debba dire solo bene per non creare ulteriori turbamenti nei suoi genitori, lasciateci per favore emergere dal mare di melassa e respirare un attimo, e fare una domanda: se il ragazzo fosse stato orfano, gli si sarebbe potuto impunemente dire peste e corna, visto che non c’era un core de mamma o de papà a sanguinare?

Sia chiaro che nessuno, tanto meno noi, è autorizzato a pretendere compostezza dai parenti o dagli amici di Carlo Giuliani: se anche la loro difesa ad oltranza del giovane morto appare eccessivamente emotiva ed ideologizzata, se anche la candidatura di sua madre nelle liste di Rifondazione può sembrare inopportuna, non è comunque da loro che possiamo o dobbiamo aspettarci l’obiettività.
Sia altrettanto chiaro, però, che nessuno è autorizzato a sfruttare il loro dolore e ad allinearvisi, pur senza averne titolo, per evitare di prendersi – ci risiamo – la responsabilità di sostenere una propria posizione.

Voler imporre, dall’alto della propria sbandierata “sensibilità”, una sorta di moratoria su Carlo Giuliani, perché è morto e perché se no la sua mamma piange, è in realtà, nella maggior parte dei casi, una scusa per evitare di rispondere direttamente alla domanda: “sì, ma uno che si lancia brandendo un estintore contro un carabiniere armato è responsabile o no della propria morte, e in che misura?”. Una domanda che, ci rendiamo conto, per molti che passano la vita a giustificare qualunque cosa capiti loro con “non è colpa mia” (lo step della responsabilità è ancora di là da venire) risulta oltremodo destabilizzante.

I vari collettivi e centri sociali, scagliandosi contro la sentenza della CEDU e onorando Giuliani come un eroe, esprimono una posizione che, alla luce dei fatti, è difficilmente condivisibile (a meno che non si ritenga opera meritoria aggredire uno sbirro con un estintore ed eroico – e non sprovveduto – uno che non tiene presente che lo sbirro di cui sopra è armato): tuttavia, almeno la loro è una posizione chiara, che chiunque può comprendere prima di accettarla o rifiutarla, e che, pur sostanzialmente assurda, violenta, scollata dalla realtà, può essere dibattuta e messa in discussione.

Altri, che verso gli sbirri nutrono sentimenti più sfumati ma d’altra parte non possono apertamente contestare il comportamento di un giovane che “c’aveva gli ideali”, preferiscono farsi scudo della sensibilità, della famiglia, dei Valori, di qualunque cosa pur di non dover scendere dal loro mondo disneyano diviso in buoni e cattivi.
Pur di non dover ammettere che in questa storia finita male, come in tante altre, il “buono” non esiste.