Un fantasma si aggira per il ‘vecchio’ mondo: una ‘nuova’ paura

– Il contemporaneo è politica – il contemporaneo è paura.

La paura più temibile è la paura diffusa, sparsa, indistinta, libera, disancorata, fluttuante, priva di un indirizzo, o di una causa, chiaro; la paura che ci perseguita senza una ragione, la minaccia che dovremmo temere e che si intravede ovunque, ma non si mostra mai chiaramente. ‘Paura’ è il nome che diamo alla nostra incertezza, alla nostra insicurezza,  alla nostra ignoranza della minaccia, o di ciò che c’è da fare.

L’insicurezza di cui parliamo nasce dal divario tra la nostra interdipendenza planetaria e la portata solo locale e a breve raggio dei nostri strumenti di azione concertata e di controllo. I più grandi e spaventosi problemi che ci danno la caccia e ci schiacciano nella sensazione dell’insicurezza e incertezza ambientale sono nati nello spazio globale che è aldilà della portata di qualsiasi agenzia politica esistente. Eppure essi sono scaricati sulla dimensione locale – città, province, Stati – dove ci si aspetta che vengano risolti attraverso strumenti disponibili a livello, appunto, locale: un compito impossibile, per quanto duramente  i governanti possano tentare.

L’inquinamento atmosferico e la carenza di acqua nascono nello “spazio globale”, ma ad essere caricati del compito di gestirli sono i livelli politici locali. Lo stesso vale per le migrazioni, il traffico di droga e di armi, il terrorismo, la criminalità, il flusso libero dei capitali, l’instabilità e la flessibilità dei mercati e del lavoro, l’aumento dei prezzi e così via. La politica locale è gravata di compiti per la risoluzione dei quali non ha sufficiente potere e troppe poche risorse.

Questa condizione spaventosa continuerà fintanto che il divario tra la scala (globale) dei problemi e la portata (locale) dell’azione effettiva continuerà a esistere. Provvedimenti a livello locale possono mitigare solo temporaneamente l’impatto di problemi prodotti a livello globale, al massimo possono spostare le loro peggiori conseguenze verso altri luoghi, ma non costringeranno i problemi a svanire. Solo agenzie politiche e giuridiche globali (finora chiaramente assenti) possono addomesticare le forze globali, attualmente prive di regole, e raggiungere le radici dell’insicurezza globale.

A differenza delle paure di vecchio tipo, quelle contemporanee tendono a essere imprecise, mobili, elusive, modificabili, difficili da identificare e collocare con esattezza. Abbiamo paura senza sapere da dove viene la nostra ansia e quali siano esattamente i pericoli che la provocano. Possiamo affermare che i nostri timori vagano in cerca delle loro cause che noi vorremmo disperatamente trovare per poter essere in grado di fare qualcosa a riguardo o per chiedere che si faccia qualcosa.

Le radici più profonde della paura contemporanea – la graduale eppure continua perdita della sicurezza esistenziale e la fragilità della posizione sociale – possono essere affrontate solo con difficoltà, poiché, in un mondo che si globalizza velocemente, gli agenti dell’azione politica non hanno sufficiente potere per sradicarle. E per questo le paure tendono a trasferirsi dalle cause principali su obiettivi accidentali, solo lontanamente collegati alle ragioni dell’ansia, oppure del tutto scollegati da esse e, quindi, ad essere scaricate su obiettivi vicini, visibili, a portata di mano, che sembrino facili da gestire. Queste battaglie sostitutive non faranno scomparire la nostra ansia perché le radici vere della paura resteranno intatte, in compenso otteniamo una certa consolazione dalla consapevolezza di non essere rimasti con le mani in mano, di aver fatto qualcosa e di esserci fatti vedere mentre lo facevamo.

Tra le paure della contemporaneità occidentale troviamo quella nei confronti dell’immigrazione e degli emigranti  e, in particolare, nei confronti di chi cerca rifugio dalle minacce di persecuzione e umiliazione, tutto ciò è profondamente sconvolgente per noi: ci ricorda, con invadenza, la fragilità dell’esistenza umana, la debolezza che vorremmo tanto nascondere e dimenticare ma che ci tormenta, comunque, la maggior parte del tempo. Quegli emigranti (o nella neo definizione tanto poetica quanto bolsa, ma politicamente corretta, di “migranti”) hanno lasciato le loro case e si sono allontanati da quanto avevano di più caro e vicino perché le loro vite erano distrutte, il loro lavoro scomparso, le loro case bruciate, devastate, razziate nelle rivolte e nei tumulti; oppure sono stati costretti a partire perché indesiderati o incapaci di guadagnarsi da vivere nelle loro patrie.

Essi, quindi, rappresentano – in effetti, incarnano – tutto ciò che noi temiamo e, specificamente, quelle tremende e misteriose “forze globali” che decidono le regole di un gioco di cui tutti noi, emigranti e nativi allo stesso modo, siamo pedine. Quando respingiamo gli emigranti e li costringiamo a fare i bagagli e a tornarsene là da dove sono venuti, noi possiamo, almeno a livello simbolico, incenerire quelle forze temibili e tremende, ottenere una sorta di vittoria simbolica in una guerra che sappiamo di non poter vincere davvero.

Considerare gli emigranti causa delle nostre miserie e paure può essere illogico, tuttavia poggia pur sempre su un tipo di logica perversa: un tempo c’era certezza nel lavoro e nelle prospettive di vita; questa certezza è stata oggi – proprio quando sono arrivati i migranti – sostituita dalla flessibilità dei mercati del lavoro e da impieghi a breve termine. È ovvio presumere che l’arrivo degli stranieri e l’attuale insicurezza siano connessi e che se si costringessero gli stranieri ad andare via tutto il resto tornerebbe di nuovo sicuro e confortevole, come era prima del loro arrivo.

Allo stesso modo, Raymond Aron, il filosofo francese, spiegava le origini dell’antisemitismo moderno con la coincidenza tra l’uscita degli ebrei dal ghetto e l’avvento della modernizzazione, con le apprensioni e tensioni che le allora sconosciute pressioni modernizzanti – che distruggevano i modi di vita familiari e trasformavano le forme in cui ci si guadagnava da vivere – non potevano non produrre. La vita era molto più tranquilla e meno spaventosa quando gli ebrei erano invisibili, dietro le mura dei loro ghetti; è diventata terribilmente vacillante una volta che essi sono apparsi sulle strade. Se solo le mura dei ghetti potessero essere ricostruite e gli ebrei rinchiusi di nuovo al loro interno, tutti i problemi scomparirebbero e la vita tornerebbe alla normalità.

Tutte la parole, prese di qua e di la, scritte fin qui in questo articolo appartengono al pensiero (scritti e interviste) di Zygmunt Bauman, filosofo e sociologo. Qualcuno, magari, lo aveva già capito.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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