Tassare il necessario per finanziare il futile

– Se fra qualche giorno vedrete di nuovo ritoccati al rialzo i prezzi dei carburanti, stavolta non inveite contro le sette sorelle o la guerra in Libia. È Tremonti che mette la mano nelle vostre già provate tasche.

Uno o due centesimi, eh. Non di più. Che saranno peraltro utilizzati per rimpinguare il Fondo Unico per lo Spettacolo. Insomma, una buona causa.
Ogni 20 euro di benzina, dovrete aggiungere una mancia di 25 centesimi per aiutare De Laurentiis e chi la sera va ad assistere al Rigoletto.
I due centesimi si aggiungono alle accise introdotte per la guerra in Etiopia, per la crisi di Suez, per il disastro del Vajont, per l’alluvione di Firenze, per i terremoti del Belice, del Friuli e dell’Irpinia, per la guerra in Libano, per la missioni UNMIBH in Bosnia e per il rinnovo del contratto degli autoferrotranviari del 2004.

Complessivamente ammontano a 58 centesimi di euro. Se si considera anche l’IVA, pari al 20%, che paghiamo sul carburante, si ricava che, dei 165 centesimi di euro che paghiamo un litro di benzina, quasi due terzi vanno alle casse di stato e regioni.

Anziché frenare la corsa dei prezzi dei carburanti, che colpisce le famiglie e le imprese, il governo ritiene opportuno dare ad essa nuovo impulso.

Il segretario della Cisl Bonanni l’ha definita una presa in giro, anche perché tempo fa l’esecutivo aveva promesso un alleggerimento della pressione fiscale sul prezzo dei carburanti nel caso il petrolio toccasse quota 60 dollari al barile. Attualmente si attesta a circa 105 dollari al barile.
Ma il sindacalista potrebbe parlar di beffa anche per altri motivi.

L’accisa sui carburanti è un’entrata fiscale abbastanza affidabile, perché colpisce un consumo quasi necessario. Milioni di persone sono costrette a usare mezzi privati per recarsi a lavoro. Lo stesso dicasi per le imprese obbligate a ricorrere al trasporto su strada. L’accisa sui carburanti colpisce indistintamente tutti i ceti sociali.

In questo caso, viene tassato quindi un bene che potremmo definire primario per sussidiare l’industria dell’effimero, o se lo vogliamo dire in maniera più politicamente corretta, del buon gusto, del bello.

Gli aiuti dati alla cultura e allo spettacolo sono considerati soldi spesi per una buona causa. Pochi si interrogano su chi effettivamente ne trae benefici: gli operatori del settore e il pubblico che può accedere a quei beni.

I sussidi dati alle fondazioni liriche servono a potenziare i servizi erogati a chi al contempo apprezza e può mettersi la frequentazione dei teatri lirici. I soggetti che rispondono ad entrambi i requisiti sono esattamente le categorie sociali che riteniamo più bisognose delle prebende dello stato?

Il tempo libero è il tempo della più ampia autonomia decisionale. In esso, si può davvero dire che il consumatore è re e decide a chi affidare il proprio denaro per avere in cambio un po’ di intrattenimento.

Probabilmente è proprio questa più ampia sfera di libertà il bersaglio delle politiche di sussidio alla cultura e allo spettacolo. Attraverso gli aiuti di stato il decisore pubblico si frappone tra il consumatore e i suoi gusti per distorcere la sua scala delle preferenze.

E’ vero che, in questo caso, l’esecutivo, con un aumento delle accise, intende reperire le risorse necessarie a finanziare un credito di imposta, ossia uno strumento quanto più neutro e imparziale possibile.

Non possiamo tuttavia ignorare le modalità più in uso per sostenere l’industria della cultura e dello spettacolo. Nelle leggi finanziarie gli istituti di cultura e le fondazioni destinatarie di sussidi pubblici hanno un nome e un cognome. Le sponsorizzazioni e i patrocini sono mirati e consentono il successo di specifiche iniziative culturali (festival, concerti e spettacoli) e non altre.

La benzina è pressoché uguale in ogni stazione di servizio dove andiamo ed è un bene di cui difficilmente potremmo fare a meno. Andare al cinema, ad un concerto o a una mostra, invece, è una scelta che facciamo quando e se ce lo possiamo permettere.

Tassando i carburanti per finanziare l’industria dello spettacolo si comprime la libertà individuale due volte: alla pompa e in biglietteria.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

3 Responses to “Tassare il necessario per finanziare il futile”

  1. serena scrive:

    sono d’accordo, vorrei che tremonti si dimettesse e nn solo per questo.

  2. marcello scrive:

    Per reperire questi soldi bastava fare i referendum nello stesso giorno delle elezioni.

  3. Maurizio scrive:

    Premettendo che come il 99% della politica economica di Tremonti l’accisa sul carburante mi trova contrario, allo stesso modo non mi trova l’articolo, a partire dal titolo.
    La cultura non è un suppellettile, ma è necessaria più del petrolio, poichè essa è l’anima di un popolo e di una nazione, e non si può sempre buttare tutto in termine economici, e anche se volessimo ricordo che per ogni euro investito in cultura se ne generano 21,3.
    Noi siamo lo stato che più dovrebbe investire in questo settore, vista la nostra storia e cosa il nostro passato ci ha lasciato in eredità, e pur appartenendo ad una famiglia di quella classe media in via di scomparsa, e pur non essendo chi sa qualche riccone vado al teatro(prossima data a Modena per il Giulio Cesare di Haendel), sono incredibilmente felice di sapere che quei venti euro che pago più a veicolo vanno a finanziare ciò che è memoria storica e nettare per la mente, e che allo stesso tempo è onore per la nazione tutta, anche se la maggior parte del denaro destinato alle fondazioni liriche va a sostenere rappresentazioni di Wagner o Verdi che a me non piacciono, o anche progressive rock.
    Avrei preferito certamente non dover pagare questa tassa, visto che per avere quei soldi bastava accorpare amministrative e referendum, o pagarla ma avere in aggiunta al fus anche i fondi dell’accorpamento.
    Infine faccio presente che le moltissime accademie d’arte italiane dipendono per i finanziamenti dal fus(erano gli unici studenti che protestavano per entrare nel decreto gelmini per avere fondi), e quindi si indica come futile anche l’istruzione di moltissimi ragazzi che potrebbero essere i futuri Balla, Fontana, Rossini o Scanavino. Cosa sarebbe di Christo o Verdi se nessuno avesse creduto in loro, se non gli si fosse data l’opportunità di studiare ed esprimersi? E chi in prima istanza deve fornire gli strumenti perchè le capacità dei talenti vengano espresse, se non lo stato?

Trackbacks/Pingbacks