– Il fumo della retorica furba e maligna che intossica la discussione sulla giustizia ha reso, ovviamente, incomprensibile la “mossa” della maggioranza, che nella legge comunitaria 2010 avrebbe anticipato la riforma costituzionale in materia di responsabilità civile dei magistrati”, dando – come recita la rubrica dell’emendamento presentato dal relatore all’articolo 12 – attuazione alla sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee del 13 giugno 2006, Traghetti del Mediterraneo SpA (causa C-173/03) e adeguamento alla procedura di infrazione 2009–2230.

1. All’articolo 2 della legge 13 aprile 1988, n. 117 sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al comma 1 le parole « con dolo o colpa grave » sono sostituite dalle seguenti « in violazione manifesta del diritto »;
b) il comma 2 è soppresso».

Dunque era questa la riforma che “ci chiedeva l’Europa”? Nemmeno per sogno. I lettori di Libertiamo hanno seguito la vicenda, nelle sue dinamiche europee, grazie a due (qui e qui) documentatissimi articoli di Peppe Naimo, a cui rimandiamo per gli aspetti più direttamente tecnici della questione. Che peraltro non è neppure così “difficile” o equivocabile.
Nella sostanza, la sentenza dalla Corte di Giustizia resa nella causa C 173/03 “Traghetti del Mediterraneo” stabilisce che:

– in base al diritto comunitario, una legislazione nazionale non può escludere, come avviene in base al comma 2 dell’articolo 2 della legge 13 aprile 1988, n. 117 (cd. Legge Vassalli), la responsabilità civile dei magistrati e quindi il diritto al risarcimento dei cittadini quando i danni loro arrecati dipendano da “un’interpretazione delle norme giuridiche o da una valutazione dei fatti e delle prove operate da tale organo giurisdizionale”;

il diritto comunitario osta altresì ad una legislazione nazionale che limiti la sussistenza della responsabilità nei soli casi di dolo o colpa grave del giudice, se questo principio esclude la responsabilità dello Stato membro, laddove sia stata commessa una “violazione manifesta del diritto vigente, quale precisata ai punti 53-56 della sentenza 30 settembre 2003, causa C-224/01, Köbler”.

Il che significa che “l’Europa” – come usano dire i nostri legislatori – non chiedeva affatto ciò che la maggioranza ha incredibilmente fatto, e cioè sostituire il dolo o la colpa grave con un criterio meramente oggettivo quale la manifesta violazione del diritto, che non chiarisce affatto la responsabilità del magistrato in rapporto al fatto contestato. Ma soprattutto provvede a definire criteri molto stringenti “di violazione manifesta del diritto”, con un rimando esplicito alla cd sentenza Köbler, che prevede tra l’altro che:

53. (…) la responsabilità dello Stato a causa della violazione del diritto comunitario in una tale decisione può sussistere solo nel caso eccezionale in cui il giudice abbia violato in maniera manifesta il diritto vigente.
54. Al fine di determinare se questa condizione sia soddisfatta, il giudice nazionale investito di una domanda di risarcimento dei danni deve tenere conto di tutti gli elementi che caratterizzano la controversia sottoposta al suo sindacato.
55. Fra tali elementi compaiono in particolare il grado di chiarezza e di precisione della norma violata, il carattere intenzionale della violazione, la scusabilità o l’inescusabilità dell’errore di diritto, la posizione adottata eventualmente da un’istituzione comunitaria nonché la mancata osservanza, da parte dell’organo giurisdizionale di cui trattasi, del suo obbligo di rinvio pregiudiziale ai sensi dell’art. 234, terzo comma, CE.
56. In ogni caso, una violazione del diritto comunitario è sufficientemente caratterizzata allorché la decisione di cui trattasi è intervenuta ignorando manifestamente la giurisprudenza della Corte (…)

Insomma per adeguarsi alle richieste europee, estendendone il campo di applicazione non solo al diritto comunitario, ma al diritto vigente tout court, sarebbe stato necessario abrogare, come la XIV Commissione della Camera ha fatto, il comma 2 dell’art. 2 della legge 13 aprile 1988, n. 117, il quale dispone cheNell’esercizio delle funzioni giudiziarie non può dar luogo a responsabilità l’attività di interpretazione di norme di diritto né quella di valutazione del fatto e delle prove”. Non fissare un principio di responsabilità talmente vago da diventare inconsistente, oltreché contrastante con quanto la Corte di Giustizia ha scritto a chiare lettere per ancorarlo a criteri da cui emerga il carattere intenzionale o gravemente negligente e incompetente della condotta sanzionata. Insomma, anche al di là dei profili di dolo, proprio secondo la Corte di Giustizia perché vi sia una violazione di diritto essa deve essere caratterizzata dalla chiarezza della norma violata e dal carattere inescusabile dell’errore di diritto commesso.

Oltre al resto, questa “riforma” non riforma l’essenziale, che fin dall’approvazione della Legge Vassalli rappresentava il più grave tradimento del pronunciamento referendario: il fatto che la responsabilità del magistrato non sia diretta, ma indiretta e mediata dall’azione di rivalsa che lo Stato può intentare dopo avere “perduto” contro il cittadino e per somme non commisurate al danno cagionato e all’entità del risarcimento, ma al compenso percepito dal magistrato (non più di un terzo di un’annualità lorda, se la resposanbilità non è dolosa). La “grande” riforma realizzata ieri su questo non dice una sola parola. E alla fine senza modificare la responsabilità dei magistrati aggrava quella dello Stato, che rischia di gonfiarsi in una bolla, il cui scoppio peserà sul portafoglio dei contribuenti e non su quello dei “cattivi” magistrati.