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Libia, da Pechino e Mosca nessun pericolo per la coalizione

– Gli eventi che hanno portato all’approvazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1973 rappresentano un trionfo per le diplomazie Inglesi e Francesi.

Dalla richiesta senza precendenti della Lega Araba per l’imposizione di una “No-Fly Zone” alle astensioni di Cina e Russia e al supporto, seppur tardivo, dell’amministrazione Obama, Cameron e Sarkozy sono riusciti a tessere una complessa tela diplomatica che ha permesso alla risoluzione di essere approvata.

Purtroppo pero’, a pochi giorni dall’inizio dei raid sulle forze lealiste del dittatore di Tripoli, sia la coalizione degli alleati che il supporto internazionale di cui godeva la “No-Fly Zone” si vanno sfaldando velocemente.

Questo non e’ sorprendente.

Nonostante un moral imperative molto forte che giustifica pienamente l’intervento (che secondo chi vi scrive è molto più sensato di quello in Kosovo) dal punto di vista interno la coalizione è spaccata.

Ad oggi, non si sa quali siano i veri obiettivi (semplice salvaguardia dei civili o regime change?), fino a dove siamo disposti ad arrivare (manderemmo soldati sul territorio?), quanto tempo siamo pronti a rimanere in Libia e qual è la struttura di comando piu’ adeguata?

Anche dal punto di vista del supporto dell’opinione pubblica la coalizione si trova in acque difficili visto che la maggior parte dei cittadini intervistata dagli istituti di ricerca si dice contrario a questa azione militare.

In Italia a causa del “dolore” di Berlusconi per essere costretto a bombardare il despota amico (che deve ringraziare per avergli regalato il bunga-bunga…a quanto pare importato dalle tende beduine di Gheddafi), dei mal di pancia della Lega e dell’azione incerta delle opposizioni non si e’ riusciti a dare agli italiani un messaggio unico, certo e forte sul perché l’intervento contro Gheddafi non è solo moralmente giusto ma anche inevitabile e negli interessi italiani.

Ma quello che è interessante analizzare è l’apparente sfaldamento del supporto internazionale verso la “no-fly zone” ed in particolare l’evoluzione delle posizioni Russe, Cinesi e della Lega Araba.

Iniziamo da quest’ultima.

La Lega Araba è l’organizzazione regionale che racchiude tutti i leader del mondo Arabo che ha come segretario-generale in questo momento l’ex ministro degli esteri Egiziano Amr Moussa.

Questa organizzazione ha stupito tutti quando ha sospeso la membership libica e richiesto l’intervento delle forze militari occidentali per imporre una “no-fly zone” per difendere i civili libici. Non ha certo stupito quando ha fatto dietrofront smaterializzando gli aiuti militari promessi (rimane in ballo solo qualche aereo messo a disposizione dal Qatar che però non è ancora stato schierato) e ritirando il supporto politico all’azione degli alleati.

Moussa ha dichiarato infatti che la Lega Araba si aspettava una “no-fly zone” per difendere i civili non per bombardarli.

Evidentemente i leader arabi credevano di poter imporre una “no-fly zone” con degli acquiloni.

In realtà nessuno di essi ha interesse a creare questo tipo di precedente, specialmente visto quanto sta succedendo in Bahrein ed in Yemen (entrambi luoghi in cui l’Occidente è un silenzioso “quasi complice” delle repressioni illiberali e sanguinose dei governi e dei loro vicini). Con questa ragione si spiega facilmente il cambio di rotta della Lega Araba (che comunque dopo pesanti pressioni diplomatiche è di nuovo in favore dei raid).

Discorso simile per la Cina.

I problemi (attuali e in prospettiva futura) che la Cina ha al suo interno con le minoranze religiose ed etniche hanno spinto i leader della repubblica popolare a fare del rispetto assoluto della sovranità nazionale e del principio di non ingerenza negli affari interni altrui il pilastro più importante della loro politica estera fin dalla nascita della RPC nel 1949.

In questo senso la loro astensione stupisce visto che hanno deciso di lasciar costituire la coalizione e non opporre il diritto di veto nonostante i loro ingenti interessi economici in Libia (ricordiamo che piu’ di 30000 cittadini Cinesi lavoravano con le loro aziende nel paese nordafricano) e il loro interesse politico a non creare dei pericolosi precedenti.

Probabilmente la leadership di Pechino ha valutato (giustamente) che bloccando la comunità internazionale e provocando così una battuta d’arresto alla sua “charm offensive” per farsi accettare come paese importante e responsabile nell’ambito internazionale aveva più da perdere che non da guadagnarne.

In questo senso le timide proteste fatte dal governo cinese, che ha semplicemente parlato di dispiacere e rimorso per i bombardamenti, sembrano il minimo sindacale per accontentare le “aquile” più intransigenti all’interno del partito che non vedono di buon occhio il rilassarsi delle linee rosse Cinesi in politica estera.

In Russia invece sono stati giochi di potere interni ad influenzare la posizione la posizione tenuta sulla crisi libica. Infatti la “no-fly zone” è stata la scusa perfetta per sparare la prima salve di quella che si preannuncia una battaglia serrata tra i due “uomini forti” della Federazione: Medvedev e Putin che si contendono la candidatura a Presidente della Federazione Russa per “United Russia” l’anno prossimo.

Putin, che fino a qualche settimana fa sembrava il solo contendente completamente con il controllo della situazione, oggi ha perso posizioni e Medvedev, grazie anche al suo stile sobrio e più liberale sembra godere di maggiori consensi non solo tra l’elettorato e nel mondo occidentale (Berlusconi escluso…ma si sa che lui è un caso a parte) ma soprattutto tra le “elites” (governatori, oligarchi e “uomini forti”) che saranno cruciali per decidere chi sarà il prossimo presidente russo.

La crisi libica e la “no-fly zone” hanno dato a Putin la possibilità di iniziare un’offensiva contro Medvedev. Infatti il Presidente (che secondo la costituzione russa ha competenza sugli affari esteri) si è schierato fortemente contro il regime di Gheddafi facendo della Russia uno dei promotori della prima risoluzione del Consiglio di Sicurezza che istituiva l’embargo contro la Libia. La ratio di Medvedev dietro l’astensione russa al voto sulla “no-fly zone” era di appoggiare gli alleati solo indirettamente.

Questa era quindi la posizione russa fino a quando Putin non ha deciso di fare suo il malcontento delle frange più nazionaliste della politica russa per screditare il presidente della Federazione. È questa la ragione per la quale il Premier russo è andato in televisione a definire le incursioni alleate come una “vergognosa crociata” scatenando così le ire delle cancellerie occidentali e di Medvedev.

Alla fine Medvedev ha vinto visto che la sua posizione ha trovato molti più consensi di quella di Putin che è stato costretto ad un tanto inusuale quanto umiliante dietro-front in tv, dove ha dovuto riposizionarsi accordando tutto il suo sostegno a Medvedev, il quale ha infierito precisando che la “no-fly zone” non è certo una crociata e che non si poteva lasciare Gheddafi impunito dopo che ha bombardato la sua stessa gente.

In realtà l’occidente è meno solo di quanto sembri e stavolta sono più i problemi interni alla coalizione che non le pressioni esterne a fare paura.

Speriamo solo che non sia Gheddafi a ridere per ultimo.


Autore: Edoardo Troina

Catanese, 23 anni. Laureato alla Royal Holloway University of London, in Politica e Relazioni Internazionali. Dopo varie esperienze di lavoro presso il Parlamento inglese, la Commissione e il Parlamento Europei è, attualmente, presso la Beijing International Studies University a Pechino dove studia cinese mandarino come vincitore di una borsa di studio del Governo Cinese.

One Response to “Libia, da Pechino e Mosca nessun pericolo per la coalizione”

  1. Edoardo Troina scrive:

    Agli aerei del Qatar se ne sono aggiunti oggi alcuni Sauditi.

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