– Qualche giorno fa, il 22 marzo, la nona sezione del Tribunale di Roma ha emesso una ordinanza cautelare nei confronti di Yahoo! Italia ordinando al motore la rimozione dai risultati di ricerca di tutti i link a siti riproducenti in tutto o in parte il film iraniano “About Elly,” diversi dal sito ufficiale.

Il giudice di Roma, in particolare, ha inibito a Yahoo! Italia “la prosecuzione e la ripetizione della violazione dei diritti di sfruttamento economico della PFA Films s.r.l. sul film About Elly mediante il collegamento a mezzo dell’omonimo motore di ricerca ai siti riproducenti in tutto o in parte l’opera diversi dal sito ufficiale del film”.

In altre parole, il motore di ricerca dal colore viola non dovrà più restituire ai suoi utenti risultati di ricerca che puntino a siti (ad esempio di streaming) in chiara violazione del copyright. Ciò che rende peculiare – e forse senza precedenti – la decisione del giudice é quanto egli contesta a Yahoo!: il fatto che l’azienda sia stata informata della presenza di contenuti illeciti tra i suoi risultati di ricerca la renderebbe responsabile per la mancata rimozione dal proprio indice dei link che rimandano a questi contenuti.

La decisione è estremamente grave, secondo noi, in quanto fa confusione tra caching provider (motori di ricerca) e hosting provider (come YouTube ad esempio) e quindi tra le previsioni normative ad essi singolarmente applicabili ai sensi del decreto legislativo n. 70 del 9 aprile 2003, che implementa la direttiva europea sul Commercio Elettronico.

Ai sensi dell’articolo 15 del citato Decreto, il caching provider ha l’obbligo di rimuovere le informazioni che ha memorizzato (ovvero i risultati di ricerca che rimandano a contenuti in rete immessi da terzi) solo ove “venga effettivamente a conoscenza del fatto che le informazioni sono state rimosse dal luogo dove si trovavano inizialmente sulla rete o che l’accesso alle informazioni è stato disabilitato oppure che un organo giurisdizionale o un’autorità amministrativa ne ha disposto la rimozione o la disabilitazione”.

Diversamente, ai sensi del successivo articolo 16, l’hosting provider ha l’obbligo di rimuovere i contenuti di terzi ospitati sulla sua piattaforma quando viene a conoscenza dell’illiceità dei contenuti esclusivamente “su comunicazione delle Autorità competenti”.

L’ordinanza del Tribunale, pur riconoscendo espressamente la natura di caching provider dei motori di ricerca, applica loro gli obblighi previsti per l’hosting provider. É un errore, noi crediamo: attribuire ai motori di ricerca la responsabilità – evidentemente non prevista dalla normativa vigente – di agire in prima persona relativamente ad informazioni contenute su siti terzi creerebbe problemi tecnici – e non solo tecnici – difficilmente sormontabili.

A maggior ragione in un caso, come quello specifico a cui ci riferiamo, in cui l’ordinanza emessa dal Tribunale di Roma richiede un’azione su contenuti generici e non specificamente identificati, in aperto contrasto non solo con l’art. 15, ma anche con il 16.

Le singole disposizioni della normativa europea e nazionale riconoscono la natura tecnica dei diversi provider: si pensi in questo alla difficoltà per Yahoo! di selezionare tra i milioni di risultati di ricerca relativi al film “About Elly” quelli che riproducono illegittimamente in tutto o in parte il film e quelli che invece fanno riferimento a semplici commenti o informazioni!

Come giá accaduto in passato, l’interpretazione forzata delle disposizioni legislative sul commercio elettronico effettuata in questa ordinanza rischia di compromettere seriamente l’operativitá dei motori di ricerca in Italia (le sentenze sono a volte contagiose, la prima può ispirarne altre), con gravi conseguenze per l’accesso alle informazioni da parte degli utenti italiani.

Serve un intervento di modifica normativa? No, perché le norme in vigore appaiono sufficientemente chiare e coerenti con la realtá delle cose. Basterebbe applicarle per quel che sono, non abbandonandosi a un’istintiva – ma immotivata – diffidenza per il mondo della Rete.

In attesa di capire quali vie Yahoo! proverà a seguire per far valere i propri diritti, l’auspicio é che un po’ (più) di ragionevolezza ispiri le prossime decisioni giudiziarie.