Il “privato” dei potenti non è un diritto umano

di GIACOMO CANALE –

“Una repubblica della virtù, puritana nella sua ideologia e nel suo funzionamento è il contrario di una repubblica liberale e tollerante”

(Giuliano Ferrara).

È indubbio che un osservatore esterno, totalmente ignaro del contesto in cui si colloca l’affermazione precedente, esprimerebbe sincera condivisione.

Nonostante ciò, sin da principio la campagna “antipuritana” non ci ha convinti.

Innanzitutto perché, anche se non sorprende che l’ateo devoto declini in termini dispregiativi il puritanesimo, noi ne ricordiamo il notevole contributo storico e ideale alla difficile, e talvolta problematica, costruzione delle democrazie liberali.

In secondo luogo perché, nonostante siamo certamente convinti che uno Stato etico sia il contrario di uno liberale e tollerante, non dubitiamo nemmeno che in quest’ultimo vi sia un evidente interesse pubblico a conoscere la fondatezza di notizie relative alla presunta dissolutezza di uno dei suoi più importanti uomini politici, a maggior ragione se in presenza di gravissime ipotesi di reato (ferma restando l’ovvia considerazione che è onere della pubblica accusa dimostrarle al di là di ogni ragionevole dubbio nell’ambito di un giusto processo, davanti ad un giudice terzo e imparziale).

Se poi la presunta abitudine alla promiscuità – in compagnia di donne remunerate per “l’amicizia” – riguarda un politico che ha fatto dell’intransigenza tradizionalistica sui temi della sessualità, della famiglia e della riproduzione il proprio connotato identitario più esibito contro il “lassismo” dei suoi avversari, allora la protezione anti-moralistica del suo “privato” diventa ancora più insostenibile e culturalmente provinciale. Anche il suo privato integra infatti il giudizio degli elettori e autorizza la loro “curiosità”.

Un’indiretta conferma ai nostri convincimenti ci è giunta da una recente sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo.

La vicenda è molto semplice.

Durante la campagna elettorale per l’elezione del Premier in Finlandia, un quotidiano pubblicava la notizia di una relazione extraconiugale della responsabile della campagna di comunicazione di uno dei candidati premier, noto per le sue posizioni a favore della famiglia. La diretta interessata, che si badi bene non era né un politico né un pubblico ufficiale, ha denunciato i giornalisti (autore dell’articolo, capo redattore e direttore del giornale) per violazione della privacy, ottenendo alcune sentenze di condanna.

Sembrerebbe, quindi, un esemplare caso di voyeurismo mediatico che certo il campione del libertinismo nostrano censurerebbe con tutta la veemenza retorica di cui è capace.

Eppure, la storia non finisce qui, perchè, appunto, la CEDU ha ribaltato il precedente verdetto, affermando alcuni principi basici per un regolare funzionamento di un ordinamento democratico, liberale e tollerante:

  • il ruolo pubblico di un individuo è determinato dalle funzioni svolte e dal suo eventuale profilo mediatico (la direttrice della campagna elettorale si era spesa direttamente nella stessa, acquisendo anche una certa notorietà);
  • il diritto alla privacy di un personaggio pubblico, che è tale per una sua volontaria scelta, può subire una proporzionale e ragionevole delimitazione, se la divulgazione di notizie “non solo soddisfa la curiosità di certi lettori ma contribuisce anche al dibattito su questioni importanti di pubblico interesse fornendo il background politico”;
  • la parziale compressione del diritto alla privacy del personaggio pubblico deve essere compensata dal rigoroso scrutinio della veridicità delle notizie riportate, soprattutto processuali.

In definitiva, la ricostruzione del delicato rapporto tra diritto di cronaca e diritto di privacy di personaggi pubblici in una società democratica compiuta dalla Corte smentisce clamorosamente il presupposto su cui si regge l’intera “campagna antipuritana”.

La quale, in realtà, tradisce una concezione plebiscitaria della democrazia, che confonde la legittimazione elettorale con l’unzione regale.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

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