Il perché del ‘pacifismo’ della Merkel non sta in Libia, ma in Cina (e Russia, Brasile, India…)

di GIOVANNI BOGGERO – Diversi giorni dopo l’approvazione della risoluzione ONU, in Germania è scoppiata la bagarre politica.

Alla ribalta è tornato persino il verde Joschka Fischer, l’ex-Ministro degli Esteri tedesco che, per primo, mandò truppe tedesche in Afghanistan. Per lui l’astensione tedesca avrebbe ormai del tutto incrinato la credibilità tedesca nella comunità internazionale.

Di più: “Mi vergogno per il fallimento del nostro governo e mi vergogno anche per i battimani che alcuni deputati socialdemocratici e verdi hanno fatto per un errore scandaloso come questo“, ha detto parlando con la televisione pubblica.

A dir la verità, ad applaudire l’intervento di Westerwelle al Bundestag è stato in particolar modo il gruppo parlamentare della Linke, da sempre contrario a qualsiasi tipo di intervento militare.

Sia come sia, la questione rimane. Perché la Germania ha scelto di non appoggiare il triumvirato occidentale? E soprattutto: perché i tedeschi hanno nuovamente impedito che l’Unione Europea parlasse con una voce sola?

Parte della spiegazione si ricava da un’intervista che lo stesso Ministro degli Esteri Guido Westerwelle (FDP) ha concesso qualche giorno fa all’emittente ARD.

Se in un primo tempo egli si era detto favorevole ad una no-fly-zone sui cieli della Libia, purché ricevesse l’ok di Lega Araba e Nazioni Unite, in un secondo tempo ha detto di rispettare la decisione di Francia, Regno Unito e Stati Uniti, ma le “esperienze della storia recente insegnano che gli attacchi aerei non vanno necessariamente a buon fine e il passo successivo diventa spesso quello di mandare dei soldati. In altre parole, si rischia di entrare in un conflitto dal quale si riesce ad uscire solo dopo molti anni. E’ stato così in Afghanistan, è stato così in Iraq.“. Senza contare che “a livello internazionale ci impegniamo già molto: abbiamo più di 7000 soldati in tutto il mondo“.

Anche la critica di isolazionismo viene respinta al mittente: “Comprendo le ragioni di chi ci chiede di intervenire. Ma io devo pensare anche al nostro Paese: il governo federale non può inviare soldati in tutti quei Paesi – e non si tratta solo della Libia – nei quali vi sono simili violenze.“. E sulla posizione comune dell’Europa chiarisce: “Non siamo i soli a dire di no. Anche la Polonia, un altro grande ed importante Paese, non parteciperà“.

Ciò detto, credo sia possibile dire qualche cosa su questa niente affatto casuale vena pacifista della signora Merkel.
In primo luogo, la Germania non ha capito quale sia il fine della missione. Lo dimostra il fatto che, nell’intervista, Westerwelle parli della “cacciata di Gheddafi” come dell’obiettivo. Le discussioni febbrili delle ultime ore e il testo stesso della risoluzione – che parla di un “cessate il fuoco”- sembrano indicare qualcos’altro. Non avendo compreso lo scopo concreto e le modalità tecniche per il suo raggiungimento, la Repubblica federale ha preferito seguire un approccio prudenziale, rammentando gli esiti delle esperienze devastanti degli ultimi anni.

La prudenza, quindi, come prodotto della storia tedesca degli ultimi sessant’anni.
Se Afghanistan e Kosovo hanno segnato un primo passo nella cd. normalizzazione dei rapporti, è d’altra parte vero che Berlino ha sempre agito da Stato mediatore. Prima di mandare i propri soldati in zone di guerra ha sempre ponderato a lungo, aperto canali diplomatici, senza mai gettarsi a capofitto in ‘coalitions of the willing’.

Mentre la CDU è stato il partito tedesco relativamente più interventista, l’FDP – come d’altra parte l’SPD – ne ha sempre frenato le velleità militariste. Si ricordi il suo voto contrario al pur piccolo contributo tedesco nella missione in Libano nel 2006. In Germania non ci sono insomma falchi conservatori.

La teoria secondo cui sarebbero state soltanto ragioni elettorali a far astenere la Germania non convincono.
Con un’opinione pubblica che ha tendenzialmente fatto proprio questo approccio alla politica estera e che quindi rifiuta gli interventi armati, il Governo federale non se l’è sentita di aprire un nuovo fronte militare.

Ad oggi l’Afghanistan è già un cruccio non da poco per l’esecutivo. Con elezioni alle porte in Sassonia-Anhalt, Renania-Palatinato e Baden-Württemberg, il duo Merkel-Westerwelle ha preferito non esporsi troppo. Eppure, queste motivazioni contingenti non sono in grado di offuscare quanto detto in precedenza.

In ultimo luogo, va rammentato che, a differenza della Francia, la Germania nutre interessi economici ed energetici molto diversi. Se è vero che Parigi tenta di sostituirsi a Roma nella gestione degli idrocarburi libici, Berlino guarda altrove per affermarsi come trading State, secondo la celebre espressione affibbiata alla Germania-Ovest da Rosecrance. BRIC in primis.

Guarda caso, è proprio con Russia, Brasile, Cina ed India che la Germania ha trovato l’accordo astensionista. Come abbiamo scritto per Aspenia, Berlino ha ormai mollato gli ormeggi dal Vecchio Continente e coltiva sempre più una proiezione economica internazionale. I suoi interessi energetici e non solo li vuole proteggere in questi quattro Stati. Non ha bisogno della Libia.


Autore: Giovanni Boggero

Nato nel 1987, si è laureato in giurisprudenza a Torino con una tesi in diritto internazionale. Ha studiato anche a Gottinga e Amburgo. Svolge un dottorato in diritto pubblico presso l'Università del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro" e si occupa di Germania per il quotidiano Il Foglio, la rivista Aspenia e per FIRSTonline.

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