– Dopo otto anni e numerose sentenze, la Grande Camera della Corte di Strasburgo, accogliendo il ricorso del governo italiano, ha stabilito che l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche non comporta una violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Per lo schieramento capeggiato dal governo italiano, con il quale si erano schierati anche altri membri del Consiglio d’Europa (Armenia, Bulgaria, Cipro, Grecia, Lituania, Malta, Principato di Monaco, Romania, Russia e San Marino), la vittoria è stata amplissima: quindici i giudici in maggioranza, due i dissenzienti.

La Corte ha innanzitutto affermato che nelle questioni che riguardano la religione esiste un ampio margine di manovra per gli Stati (è la dottrina del c.d. margine di apprezzamento statale).

Inoltre per i giudici di Strasburgo la presenza di un simbolo “passivo” (cosa vorrà mai dire?) come il crocifisso non sarebbe capace di influenzare gli alunni e, pur essendo la sua presenza associabile alla religione maggioritaria, non è possibile parlare di indottrinamento nei confronti degli studenti.

In sostanza, un completo ribaltamento della precedente decisione del novembre 2009: da qui i commenti di giubilo alla lettura della decisione da parte di diplomatici, autorità vaticane, esponenti politici di centro, destra, sinistra.

Senza voler entrare in tutti i dettagli tecnici della decisione della Corte, che pure ha ricevuto forti critiche da numerosi giuristi (si veda su tutti il commento di Lorenzo Zucca sull’European Journal of International Law che arriva a definire “comiche” alcune prese di posizione della Corte), nel frastuono della vittoria di Strasburgo ci perseguita un dubbio, piccolo, che vogliamo esprimere con tutto il rispetto per quell’84% della popolazione italiana che si ritiene a favore della presenza del crocifisso nelle aule delle nostre scuole pubbliche.

Quel crocifisso potrebbe stare sulle pareti delle nostre aule, insieme ad altri simboli religiosi, per volontà di genitori ed alunni e non per volontà dello Stato come accade ora.

La Corte di Strasburgo avrebbe potuto optare per questa soluzione liberale e non laicista, una soluzione capace di salvare sia le tradizioni italiane, sia un principio di libertà.

Non l’ha fatto, preferendo un crocifisso imposto dallo Stato. Chi crede che l’intervento dello Stato tenda spesso a corrompere, non può non sottolineare, come ricordava il cattolico Lord Acton, che anche in questo caso l’intervento dei poteri pubblici “corrompe assolutamente”.